Le domande principali di una piacevole serata, da uscire senza giacca a metà ottobre:
Finirà come Australienazioni?
Pure qui nel Quarto Reich c’è gente che ascolta musica “alternativa”?
Un tunnel scavato nella roccia, qualche manifesto del tour – “Area: South & East Europe”. Un locale semivuoto, che conterrà si e no 50 persone. Piano piano i volti diventano più famigliari: l’immaginario è generalmente black metal / bikers ma ci sono anche persone adulte+, ragazze sole, spunta una maglietta dei Magma, addirittura una dei Mombu.
Per la cronaca ad aprire i finlandesi Nyos, che fanno un bel casino, suoni parecchio doom ma ritmi post-rock in contrattempo tipo Sleeping People.

Poi arriva il turno dei giapponesi. Per dieci minuti buoni c’è un fischio sul palco che non si capisce da dove provenga, ma in qualche modo se ne va. Yako si agita come una scheggia impazzita, brandendo un controller MIDI che sembra un joypad tutto colorato, collegato al computer dietro un muro di amplificatori. In qualche modo fa partire le basi, basso e batteria elettronica sparatissimi, e manda un sacco di effetti ultradistorti in delay. Aggiunge rumore alla chitarra di Agata che sembra già una spada laser. Sembra di dire manga & samurai ma l’immaginario a cui i due (rimasti in due dopo la dipartita nel nulla della bassista Rika Hamamoto, probabilmente traumatizzata dagli eventi di Fukushima) è proprio kawai. Lui con la mascherina sulla bocca, lei coi capelli indietro e le scarpe argento rialzate.

Eppure i Melt-Banana hanno un suono che spettina letteralmente. Dopo due canzoni un jack inizia a scivolare dal soffitto per l’urto sonoro; verso la metà del set parte un pogo violentissimo con gente che cade di faccia sul palco e un ciccione che continua a girare in tondo spostando tutti.
 Suonano per un’ora filata, tutto rapidissimo. Ci si chiede se batteria e basso umani possano raggiungere quella velocità.
Il set contiene gran parte del settimo e ultimo disco Fetch (ormai datato 2003), ma anche una serie  di “short songs” e delle fantastiche cover di Uncontrallable Urge e What a wonderful World:

Esco davvero rimbombato, le orecchie mi fanno male per tutto il giorno dopo. Ma in fondo siamo solo dei bambini:

You’re now on the road in the US. Will you be killing any deer this time? (Bambi’s Dilemma was named after a tour incident involving a deer on the road. It didn’t end well for the deer.)
Agata: If you interview other bands that lost a member in a car accident or something, would you ask them who will die on their next tour? Hitting that deer was not a fun experience. But there’s always a next time.
Yako: “When we hit that deer, I was really upset and sad, and I don’t want to even imagine another accident.

 

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*nota: questo articolo è scritto con la tecnica del cut-up di William Burroughs e Brion Gysin: intere frasi sono state tagliate e incollate a casaccio, in pratica potrebbe non capirsi un cazzo.
**tutte le illustrazioni sono di E.T. /

Siamo più il consumo del nostro tempo libero (che sta scomparendo sempre più) che noi stessi nella totalità e padronanza delle nostre emozioni, in una linea del tempo interrotta (?).
“Dimorare nel presente” è l’essenza di questa felicità.
Mi sento tornato come a 14 anni, quando stare dentro alla musica era tutto, e il resto della realtà da evitare. Purtroppo poi la realtà ci è piombata addosso, e non si può più sognare ad occhi aperti perché ci siamo rimasti intrappolati dentro.


Sono arrivato al punto in cui dove cado cado in piedi, bene da qualsiasi parte. Generalmente le cose mi si allineano, trovo amici ovunque, ospitalità, viaggi e contatti utili, conoscenze e comodità.
Andate in India a cercare il buddhismo, quando avete il post-hc dagli Stati Uniti.
I King Gizzard & The Jesus Lizard sembrano dei tredicenni allo sbaraglio, e invece danno prova di un concerto calcolatissimo e coinvolgente.


“E’ sufficiente connettersi” (E. Fortser): essere vivi significa essere integri; non controllare i cicli di piacere e dolore ma capire come aprirci, connetterci e amare (da “L’arte rivoluzionaria della Gioia” di Sharon Salzberg).
Forse un tempo non c’erano controlli per entrare in un festival, ognuno poteva portarsi da casa tutto l’alcool e le droghe che voleva. Ora ascoltiamo i Death Grips senza neanche doverci drogare, non so se sia meglio oppure peggio.


Eppure mi sento più io, mi sento vivo, ci sentiamo più vivi qui in 40-50 in mezzo a sconosciuti che durante tutto l’ultimo anno. Siamo cresciuti in mezzo al concetto di sballo, mentre ora tutte le municipalità cercano di militarizzare sempre più ogni possibile occasione di divertimento.
I Run The Jewels alla fine sono pop, ma ben vengano, rispetto a quell’HH/grime di merda di Skepta, sempre meno credibile. Focaccia. Facciamo cose belle.


Una microfonista alta e nera sistema i suoni prima dell’inizio degli Shellac, non isolati nella vergogna del dolore o nella instabilità della felicità convenzionale. Le prime note sono già delle bombe sonore che sembrano aprirsi da tutta la struttura che copre il palco.
Siamo in mezzo a bolle di sapone, che esplodono una dietro l’altra. Una signora di quasi 80 anni canta seduta in brasiliano, con il pubblico sotto al sole che affolla la collinetta fino alla fine. Sembra la piovra cattiva della Sirenetta.


Qualcuno potrebbe dire che ho una buona vita. Preghiamo durante un live degli Swans, per fortuna non abbiamo più niente da perdere.
L’unica buona vita che conosciamo è la sospensione dalla realtà, e quindi dal tempo delle cose.
Quando iniziano gli Sleaford Mods stiamo tutti semplicemente aspettando qualcos’altro, e invece capiamo all’istante che quello che stavamo aspettando è già cominciato e sta per finire.


Consumiamo cultura nel tempo libero dopo aver bevuto e fumato per ore in buona compagnia e poi in mezzo a una maggioranza di perfetti sconosciuti.
Come esperto di buona vita mi chiedo se è normale un mondo in cui mi sento più me stesso durante i 70 minuti di un concerto relativamente di nicchia.
***

 

 

 


Gabbia no

25Mar17

Dopo l’ho capito, non sempre è tutto o niente, si può salvare qualcosa senza buttare via tutto.
Ma non per me.

In un attimo cancellare quello che sono

il punto è che non siete mai stat* quell* che credevo
e quell* che eravate, quell* che erano.
Che io sono
il sentimento di vincere e di aver vinto

Come ricordarmi al mondo
tutti questi fili strappati

Vorrei avere un sacco di scrivanie. Me ne servono dieci, cento, cento quindici per stanza

Ormai sono un fantasma. Mi sono fermato. Non ho capito la portata.

Al di sopra del mio limite, con le gengive che scoppiano

e neanche le tombe su cui portare i fiori.


2100

28Feb17

Ti ricordi quando un tempo smuovevamo un sacco di gente?
Sembrava di avere un esercito, persone, uomini e ragazze pronte a credere in tutto ciò che sarebbe successo. Il vento sta cambiando e non siamo solo noi. Ho dimenticato gli appunti che volevo prendere. 
Cos’è accaduto in questo lasso di tempo, tra gli anni Ottanta e i Duemila dei rispettivi secoli o millenni?

Ho trent’anni, i denti finiti dalla cocaina. Sembra che il fondo non arrivi mai. Sono appena uscito dall’ospedale per un attacco d’ulcera.
La curiosità è che i dottori non sanno come sia possibile, e non per modo di dire.
Non ho buona parte degli organi interni. Non li ho mai avuti, sono nato e cresciuto così finché per caso non ce ne siamo accorti. Al posto di milza, fegato e rene non c’è assolutamente niente, una sorta di vuoto pneumatico. Fin dalle superiori mi chiamano “due terzi”, un bel soprannome devo ammettere, considerata la massa di ignoranti con cui ho diviso i banchi di scuola. Se vi chiedete come questo sia possibile, non siete certo i primi. I migliori medici del mondo hanno studiato il mio caso, da Milano agli Stati Uniti, e nessuno è riuscito a venirne a capo. Nessuno si spiega come un organismo simile sia riuscito a venire al mondo e a sopravvivere, senza troppi drammi, fino ai trent’anni compiuti. Un mistero insolubile. 
L’unica cosa che mi consola è che scrivo da dio, e questo nessuno lo può negare. Ho un’anima nera che tira dentro tutto e tutti, anche se pochi soltanto sanno vedere la luce che viene racchiusa.

Infatti i dottori hanno aperto il mio ventre e l’hanno richiuso con una grossa cicatrice. Una luce si è sprigionata dalle viscere; dentro hanno trovato il centro gravitazionale della galassia.
 Io mi sento bene, e nessuno sa cosa fare.


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Dal 2012 al 2017 siamo andati sempre più spegnendoci, senza troppi rimpianti. C’è chi di noi ha intrapreso una seria carriera di studio della musica, e chi ha abbandonato la ricerca di un modo efficace per esprimersi. A volte i destini si incrociano, a volte le strade si dividono, e tutti quanti siamo stati fregati.

Eppure oggi mestolate risorge per un’occasione, per me, speciale.

Il 27 gennaio esce “Maledetta dopamina”.

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Foto di Marco Nocerino

È la prima volta che proponiamo un pezzo in anteprima, e io sono un po’ onorato e un po’ emozionato allo stesso tempo.
Su quelle strade ho lasciato un paio di impronte anche io, e per la prima volta sento così condensate tanta attesa e tanta cura.

I Maledetta Dopamina sono due batterie e un basso, voce nascosta in un paio di ghost tracks; ci si sente dentro l’anima di chi, finalmente, non ha più nulla da perdere. Potrei citare Shellac, Jesus Lizard, Melvins e compagnia bella, ma preferisco descriverlo con una metafora tratta dal racconto di un mio amico: c’è un tipo di rospo che, se messo vivo in una padella sul fuoco, riesce ad adattare la sua temperatura corporea per resistere al calore che aumenta. Giunto ad un livello di ebollizione troppo elevato, avrà però sprecato tutta l’energia per raffreddarsi e non ne avrà più per spiccare un salto fuori dalla padella. Ecco, ora sostituite il contorno del suono alla metafora del calore e immaginate una piccola sala prove al posto della padella.

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Foto di Marco Nocerino

“Maledetta dopamina” uscirà per Dischi Bervisti/ Moquette Records/ I DISCHI DEL MINOLLO/ Koe Records low profile distro/ Oh Dear Records in CD, vinile e distribuzione digitale.
Qui sotto potete ascoltare Fuga.

 

Vi aspettiamo venerdì 27 al Bloom di Mezzago, insieme ai Cani dei portici, che da Bolo prendon la macchina e si fermano a dormire in Brianza.


8 (1)
Spoiler: se volete veramente leggere la recensione del concerto partite dal quinto paragrafo, oppure la trovate qui.

E’ passato quasi un anno dall’ultima volta che volevo andare a sentire un concerto hip hop americano, un concerto che rientra nella mia top ten dei migliori che mi sono perso, per un motivo futile, per un motivo proprio da stronzi anzi: il mio nuovo coinquilino stava per arrivare la sera stessa e io volevo essere gentile ed aspettarlo per accompagnarlo a casa. Si trattava di Run the Jewels, durante il tour di “Run the Jewels 2” (miglior disco del 2014 per Pitchfork), un disco che ho ascoltato per mesi in cuffia e se ci penso ancora mi mangio i coglioni fino al gomito.
Nel frattempo qualcuno ha veramente preso sul serio il verso di Close your eyes (and count to fuck): “When you niggas gon’ unite and kill the police, motherfuckers?” (- Killer Mike mandante morale? – ), Bernie Sanders ha ufficialmente appoggiato Hilary Clinton e il Danno ha presentato il documentario “Digging New York”, che lo vede come protagonista, con un dj set al parco della Martesana (pian piano arrivo al sodo eh).

Proprio il Danno, per cui ho chiaramente una stima immensa, incarnava però un atteggiamento che trovo fastidioso e largamente condiviso nel nostro paese, in diversi ambiti. Ad un certo punto del documentario si dilungava a parlare con Jojo Pellegrino, un buzzicone di Staten Island intento a fare una grigliata dietro l’altra, un personaggio che io avrei liquidato come uno dei peggio tamarri che infestano e rovinano questa cultura (musicale e non); e che veniva invece rivalutato alla luce del fatto che fosse un portatore sano di “hip hop” americano, quello vero in inglese, da cui è nato tutto ecc.

Considerando la cultura come ibridazione, mi da fastidio questo continuo incensare “chi l’ha fatto prima” come se fossero degli dei intoccabili, e come se da questo lato dell’Atlantico il nostro massimo risultato possa essere solo uno scimmiottamento il più aderente possibile all’originale.

Per questo motivo, vedere come sono “gli americani” dal vivo partendo da altri punti di vista e strumenti culturali, ero incuriosito dal concerto di Tyler, the Creator.

Tyler, the Creator è per me una figura incredibilmente carismatica, con aspetti contrastanti della sua personalità al tempo stesso positiva e negativa.
Americano di origine nigeriana, è un ragazzino del ’91, che ha fatto il botto nel 2011, a soli diciott’anni, con l’album Goblin. Il video di Yonkers conta ad oggi più di 84 milioni di visualizzazioni. Si presenta con una fisicità molto particolare: ha le braccia lunghe lunghe, salta dappertutto, è magrissimo ma con gli addominali scolpiti.
Ciononostante conserva uno stile sia molto colloquiale nelle sue canzoni, legato soprattutto alla cosmogonia della sua crew Odd Future / Wolf Gang, sia molto introspettivo quando lascia la parola al suo alter ego Wolf Haley. Non a caso infatti, anche durante il concerto, i punti più alti li tocca nei pezzi che parlano di suicidio o all’odio verso il padre mai conosciuto.
Spesso criticato per il sessismo dei suoi testi, gioca tuttavia spesso con atteggiamenti omosessuali (vedi il video di Rella) e varie stupidaggini da palcoscenico che danno però l’impressione che sia già un artista navigato.

Al Carroponte si presenta con Taco (di cui sento gli ultimi minuti di un dj set che sembrava abbastanza miserevole) e Jasper Dolphin (tecnicamente nemmeno un rapper), nel più piccolo dei due palchi all’aperto.
L’atteggiamento è quello superenergetico che ti aspetti, nonostante un po’ di spaesamento generale (forse per non aver visto in giro abbastanza McDonald’s).
Per gli standard a cui sono abituato c’è un numero incredibile di cellulari accesi a registrare video tra il pubblico, che conosce comunque tutti i ritornelli a memoria. Tyler scatta come un grillo su tutto il palco, giocando col pubblico con numeri da performer consumato, del tipo:

– osservare simpaticamente, in tono Black Lives Matter: “Hey, è pieno di neri anche qui!”;
– inscenare il lancio e rilancio di un reggiseno tirato sul palco;
– fingere di litigare con un fan rivolgendosi con un: “I run this shit – not you”
– dividere il pubblico in due per gridare wolf gang / golf wang e poi bullarsi di aver guidato la metà più rumorosa
– giocare con un palloncino a forma di alieno che arriva dal lato destro del palco
– invitare tutti ad accovacciarsi o togliersi la magliette a seconda di quello che gli suggerisce il beat

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In questa foto sfuocata si può vedere Tyler sul lato sinistro del palco, mentre Jasper cerca di sistemare il palloncino a forma di alieno al centro

Il punto di svolta arriva circa a metà del concerto, pressappoco durante 48, Bimmer e IFHY. Finalmente la gente si rilassa, e dal palco sembrano assumere un atteggiamento meno scarico dell’inizio, con più confidenza.
Quando canta a cappella Tyler mostra un flow strepitoso; il discrimine vero tra i rapper americani (o francesi) e quelli italiani è sempre stata la capacità di cantare dal vivo con la voce ferma come da disco.
Da lì in poi, è tutta una tirata fino alla fine dai pezzi nuovi di Cherry Bomb (Death Camp sopra tutti), che contengono spesso richiami più pop da major, alla classica chiusura con Tamale, giunta purtroppo troppo presto. A un certo punto piove infatti un: “Sono stanco, vado a farmi una doccia. Ciao! ” e alle 23:05 tutti a casa senza nemmeno il tempo per un bis.
Insomma, considerate le grandi attese costruite attorno alla propria immagine il voto finale è un 6 e mezzo. Sotto sotto della sostanza rimane e ne sentiremo parlare ancora per un po’.


Death Grips – Bottomless Pit

Boom, sono tornati, non se ne sono mai andati, si riconfermano tra i più geniali nel produrre video stupidi.

King Gizzard and the Lizard Wizard – Nonagon infinity

Mi hanno raccontato che in un’intervista del ’92-’93, rispondendo ad una domanda sull’inaridimento del grunge, Kurt Cobain rispondeva “il futuro della musica rock viene dal deserto, e si chiama stoner”. E’ curioso come invece il rock psichedelico sia il vero genere che trova sempre il modo di rinnovarsi. Tra l’altro io impazzirei per una combo King Gizzard & the Jesus Lizard.

Millelemmi + Biga – “Spazionauta EP”

Oltre la collaborazione con GoDugong, oggi 1000lemmi scrive sulla sua bacheca: “Tanti si vantano di scrivere molto ed in fretta, magari un album intero all’anno….e infatti si sente.
Lemmi1000 dice: la scrittura richiede tempo ma non conosce età.”

Kikagu Moyo – House in the tall grass

Questi giapponesi appena scoperti grazie alla fantastica newsletter Mailnat suonano lunedì a Milano, ma non credo che riuscirò ad andarci.

Hate & Merda – La capitale del male

Firenze come non l’avete mai sentita.

Gordo – ?

Sta per uscire per FUZZ productions il disco dei Gordo, che insieme al P.S. di questo post dovrebbero far parte di un articolo “Becera Brianza” che sto cercando di scrivere da due anni.

Ben Seretan – Bowl of plums

Un altro video molto divertente e un’anteprima emozionante – sembra che la chitarra respiri, dice – del nuovo disco in uscita europea l’8 luglio per Love Boat Records & Buttons (con un sacco di sorprese se si effettua il pre-order).

Victor Kwality – Koan

(Non) mi vergogno a dire che l’ho scoperto grazie al ft. con Salmo

P.S. i Lago Vostok hanno suonato il loro ultimo concerto lo scorso 4 giugno e registrato in un giorno il disco d’addio, ancora non disponibile.