IDLES live

02Dic18

C’è questo corto di Bruno Bozzetto che ho visto da bambino e mi è rimasto impresso. Si chiama life in a tin / vita in una scatola, il protagonista nasce in una scatola di mattoni (l’ospedale), e passa tutta la vita a entrare e uscire da altre scatole (la scuola, il lavoro, ecc). Tutto è in bianco e nero, salvo pochi momenti in cui si perde in dettagli e nelle proprie fantasie: quando vede una farfalla nel prato, quando gli nasce una figlia, ecc. Forse ne ho già scritto. Anche qui  è un po’ così. Entri al lavoro passando i controlli di sicurezza e ti trovi in una stanza bianca e vuota con le finestre anti-suicidio, a volte sembra di stare in una prigione.

Tutti dicono che piove ma qui non piove mai, o abbastanza poco. E’ il riscaldamento climatico. Il tram è come un enorme bruco che entra in una struttura a sfera di vetro, illuminata di verde, il Botanique.

Gli Idles hanno un bell’impatto felice, la scritta grossa rosa su uno striscione che copre tutta la parete del palco, con scritto IDLES appunto, idoli / sfaticati. Il disco nuovo si chiama Joy as an Act of Resistance. Trovo che sia un bel titolo. L’inizio è puntuale, un gruppo spalla abbastanza mediocre, chiatarra e batteria, si chiamano JOHN, tutto in maiuscolo.

Quando gli IDLES salgono sul palco l’atmosfera cambia di brutto. Sembrano molto simpatici. Il batterista porta avanti il movimento “safe gigs for women”, indossandene una maglietta. Poi entra il basso. Il clima si accende subito, è proprio strano. Niente di incredibilmente nuovo, ma forse è davvero una rinascita del punk / noise rock, perché in qualche modo l’atmosfera è quella giusta. Il CARISMA sta soprattutto nella voce e nei tatuaggi e nell’ambivalenza della loro disinvoltura nella performance del gender, che poi alla fine in realtà è solamente un dettaglio. “Colossus” è il primo pezzo, il pogo è allegro e abbastanza coinvolgente – il cantante nota ironicamente che non è che sto pogo sia molto accogliente per le donne nel pubblico, e allora diventa un po’ più coinvolgente ancora.

idles

La folla è come un essere informe che si muove in modo semi coordinato al ritmo della musica incalzante, quasi tutti strillano i testi delle canzoni che evidentemente sapevano già a memoria. L’atmosfera si scalda sempre di più, volano fiumi di birra sulle nostre teste, e Mark Bowen, uno dei due chitarristi, scende tra il pubblico e suona da lì, un bel sorriso stampato in faccia. Quando Joe Talbot introduce la canzone “samaritans”- ma forse era un altra –  dice che la canzone parla del fatto che anche gli uomini hanno il diritto, forse il dovere, di imparare a mostrare le proprie emozioni. Guarda la folla e dice – io sono femminista. Secondo me è una cosa importante che ci siano uomini che lo dicono. Il pezzo parte.

Ad un certo punto la divisione tra noi e loro non esiste più. – Vediamo quante persone riusciamo a fare stare su questo palco – e il parterre si svuota e il palco si riempie di faccie stravolte dalle urla e dai movimenti che non sono più coordinati. Lee Kiernan scende dal palco, adesca una ragazza e le mette la sua chitarra al collo. Le spiega come pizzicare la corda giusta e la manda su, rockstar per un secondo, finchè i buttafuori fanno scendere tutti, e si ritorna alla struttura più tradizionale.

Tra i momenti migliori anche Danny Nedelko, la canzone su un amico della band che è un immigrato ucraino. Tra l’altro guardate il video se vi capita perché fa molto ridere. Questa canzone è un’ode alla migrazione, e già in questo sta la sua bellezza. Inoltre, non è un pippone su quanto i migranti siano come noi e tutte queste cose di sinistra che sappiamo già, ma è un mix allegro tra un pezzo punk nel senso più classico del termine e un coro da stadio.

Mi distraggo per un attimo e quando guardo di nuovo il cantante se n’è andato dal palco. Capisco che il concerto è finito. Lentamente anche gli altri se ne vanno, mentre noi della folla ci asciughiamo il sudore altrui che ci cola addosso tra le richieste di un bis mai soddisfatte e gli applausi.

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In occasione dell’uscita del nuovo disco di Salmo, “Playlist”, pubblichiamo le domande per un’intervista che gli abbiamo proposto in occasione di “Midnite” (2013), mai andata in porto. Bella pensata, eh?

Comunque, siamo contenti che Salmo abbia finalmente fatto coming out, nel momento storico in cui Beto O’Rourke si prospetta come sfidante di Trump alle prossime presidenziali. Finalmente l’hardcore americano degli anni ’90 che non si è mai cacato nessuno avrà rilevanza, ci prenderemo il paese nelle elezioni contro Kanye West.

salmo-playlist

La sensazione più forte che provo ascoltandoti è di sentire lo «spirito del tempo»: mi sembra che nei tuoi pezzi tu ti sforzi di tratteggiare un’epoca, e di parlarne direttamente a un pubblico – specie  i tuoi ascoltatori più giovani – che  da te vuole essere narrato e rappresentato (lo dici in S.A.L.M.O.: «Loro credono solo ai cantanti»).
Ecco, per certi versi si tratta di una sensazione negativa. A 29 anni sento di stare abbandonando il presente che tu racconti. Di più: sento che non mi appartiene. Non mi appartiene il mondo dei nativi digitali, non mi appartiene la psicosi, l’adrenalina e la violenza che fotografi nella tua musica. Visto che siamo praticamente coetanei, e che tu fai musica da una vita, ti chiedo quale sia stato il tuo impatto con questo presente che pervade i tuoi pezzi, come sia stato entrarci, e come ti senti a raccontarlo – tu che hai vissuto un mondo pre-social network, pre-dubstep, cazzi e mazzi – ai suoi «abitanti nativi»

Stringendo un po’ il campo della domanda precedente: nei tuoi pezzi c’è spesso una tensione tra la freddezza del mondo digitale e una violenza sottile che sembra emergere e pervadere tutto; tra la mancanza di contatto di persone dietro schermi, che canti in Russel Crowe e il sangue che è estremizzazione del contatto stesso, tra virtuale e drammaticamente reale, tra «Death» e «USB». Eppure questa violenza ha raramente un nome e un volto (nell’ultimo disco mi viene in mente giusto Ordinaria follia); spesso si tratta di pura spettacolarizzazione horror/fantascientifica, o di una specie di attitudine che si muove nel fondo dei mondi che racconti. Come la vedi questa coesistenza tra un mondo sempre più virtuale e distaccato e della violenza che sembra muovere la tua arte, e che sembra affascinare le persone «connesse», e quindi apparentemente distaccate, che ci si rappresentano?

La violenza. Il fatto che il rap sia di nuovo grosso sta evocando il solito panico e dubbi sulla «responsabilità» di chi canta di droga troie eccetera. Spesso le risposte dei rapper sono due, complementari: «l’hip hop racconta storie, non c’è niente di vero»/«l’hip hop racconta puramente la realtà, non prende posizione». Il problema che io, personalmente, vedo, non è quello del rapporto tra realtà e fantasia, ma quello dell’autocompiacimento e della responsabilità. Quanto a lungo si può cantare il male restando immune dal suo fascino, senza fare il suo gioco? Non so, tu come la vedi? Dove pensi si debba posizionare il senso di responsabilità di un rapper in rapporto alle sue storie?

Spesso ti viene chiesto del tuo passato nel punk e nel metal. Cosa ti va di portare da quel mondo dentro il rap, a parte l’impatto musicale e tutti i cambiamenti che si possono sperimentare nei live? E cosa sei contento di aver abbandonato quando hai lasciato il rock e sei tornato al rap?

Qualche mese fa hai rilasciato un’intervista a Repubblica in cui, tra l’altro, hai detto «la gavetta significa fare i clic». Ora, non so se il giornalista ha frainteso; comunque ho letto più di una persona scandalizzata da questo commento. Anch’io, a caldo, cresciuto con una concezione ormai alquanto invecchiata della gavetta stessa, dell’underground, del DIY ecc, mi immagino qualcosa di completamente diverso: prendersi un furgone e andare in giro a suonare, fare amicizia con altri gruppi, cose così – che tu hai fatto per anni prima di diventare famoso. E poi, in fondo, i clic li fanno anche Diprè e Giuseppe Simone. Beh, visto che tu hai vissuto a cavallo di questa rivoluzione nel mondo della musica, ti chiedo: come si fa a riformulare un’etica indipendente, o quantomeno artisticamente «integra», dentro questa trasformazione dell’industria musicale, in un’epoca che non è più gli anni Ottanta dell’hc americano? Cosa accettare, cosa rifiutare?

In che direzione vedi il tuo futuro musicale ? Credi che ti stancherai? Da che parte ti giri quando cerchi la forza di dire qualcosa di significativo al tuo pubblico, in sostanza ?


Se per caso vi steste (?) chiedendo da che parte stiamo, big up per Dium e schiaffi per Skioffi


Mestolate si riunisce dopo una serie di percorsi paralleli generalmente improntati al fallimento. Come i più banali piccioni viaggiatori, voliamo ineluttabilmente verso la nostra colombaia d’origine, quella del RUOCK anni 90 ormai assurto a spauracchio della nostalgia para-fascista da gran parte della critica musicale più fine in circolazione. Sordi all’incedere della storia, che scioglie tutto ciò che appariva di granito, sogniamo di volare sopra la grandezza mentre grufoliamo tra pizzette e minne di Sant’Agata.

Il luogo della nostra reunion, fisica ed editoriale, è il trentesimo compleanno degli Uzeda. I nostri hanno riunito a Catania une serie di gruppi della vita, roba che il complesso del colonizzato respirato in Sicilia rende anche solo difficile pensare – e che chiunque altro bolla, anche giustamente, come sterile parata di vecchietti. Shellac, June of 44, The Ex, Black Heart Procession, Three Second Kiss, Stash Raiders, Tapso II. Spoileriamo da subito: due giorni di concerti bellissimi, in cui davvero niente è andato storto. In cui anche solo fare le classifiche di chi ci è piaciuto di più si riduceva in uno scacco. Alla faccia della nostalgia, il punto è semplicemente che questi gruppi ci hanno dato emozioni che non riusciamo a trovare altrove.

A onorare la forma diversificata della loro intensità, abbiamo deciso di recensire ognuno dei concerti paragonandoli a piccioni da gara di bellezza. Questa cosa non ha alcun motivo. Le foto dei piccioni vengono dal meraviglioso sito Bizzarro Bazar.

 

UZEDA 

Gli Uzeda hanno aperto entrambe le serate all’Afrobar (25 e 26 Maggio). Due concerti diversi per brani e dinamiche, ma identici per saliscendi emozionale. Tutti i gruppi a seguire hanno speso delle parole per sottolineare che gli Uzeda li hanno cambiati, ed è impossibile pensare che si trattasse di formule di cortesia. Cioè, era impossibile vederli senza esserne cambiati, restare indenni attraverso la voce tremolante di Giovanna nell’introduzione, le urla che le scorticavano la gola, le melodie incredibili che seguivano subito dopo. Un suono perennemente imploso, schiacciato su se stesso ma bruciante di emozioni. Perfettamente in linea con l’aplomb a un tempo nobiliare e ferino dell’esemplare qui sotto:

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THREE SECOND KISS 

Il gruppo con il figlio degli Uzeda alla batteria, con arpeggi totalmente metallici in controtempo, ma è come se gli Uzeda prima accelerassero e poi rallentassero, e i Three Second Kiss invece l’inverso. Il tutto rappresentato dal contorsionismo di questo piccione, che ritrae il collo all’indentro come ad evitare la decapitazione:

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THE BLACK HEART PROCESSION

Con questo nome, qualcuno si immagina un funerale, qualcuno una festa religiosa di paese con una qualche reliquia portata in corteo. Non abbiamo nessun affanno a cercare su wikipedia. I toni sono cupi, con la sega elettrificata suonata con l’archetto sembra di stare dentro A Nightmare Before Christmas. Gotici e rossastri come questo nostro amico:

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SHELLAC

“I’m a plane!” grida Steve Albini, con le braccia aperte. Le metafore dell’aria e dell’acqua si susseguono varie volte in questi giorni. In effetti non sembra nemmeno di stare sulla terraferma. Il palco è davanti alla sabbia, sotto la luna piena, nella diretta traiettoria degli aerei che partono ogni dieci minuti circa dal vicino aeroporto, e spesso il rombo dei motori si mescola benissimo ai suoni del palco. La sistemazione millimetrica e maniacale dei microfoni crea attesa. Le battute in siciliano non la deludono. Ma in realtà Albini è un piccione tutto tronfio, in posizione eretta:

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STASH RAIDERS

Il secondo gruppo del figlio degli Uzeda, all’organo e voce. Mescolano tantissimi generi nel giro di pochi minuti, passando dal funky al prog, psichedelia, videogiochi e sax elettronico. Generalmente presi bene e arruffati:

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TAPSO II

Il violino elettrificato fa sempre un certo effetto, anche per rilassarsi un attimo e riprendere fiato quando le zampe si fanno pesanti:

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JUNE OF ’44

Alla fine che c’è di meglio di un piccione semplice, chiazzato marrone? I June of ’44 non suonavano insieme da quasi vent’anni, e si sono riuniti per fare un regalo di compleanno agli Uzeda. Non solo, hanno anche stampato delle magliette con lo stemma della città di Catania, la fontana dell’Elefante, sotto un cuore e la scritta “amicizia” in italiano. Non solo, hanno anche letto un discorso di ringraziamento di cinque minuti, in italiano, rivolgendosi ai cetacei. Incredibile.

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THE EX

“Sembravano turisti tedeschi e invece sono serial killer” (cit.). Quando mancava il groove, gli olandesi sono arrivati prontamente a chiudere la serata in grande stile. Movimenti pazzeschi, sonori e non, coi due chitarristi non-cantanti che si inseguono sul palco come cani impazziti, e il terzo in mezzo con gli occhi a palla:

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E via, tutti in volo, di nuovo.
Grazie e ciao.


Le domande principali di una piacevole serata, da uscire senza giacca a metà ottobre:
Finirà come Australienazioni?
Pure qui nel Quarto Reich c’è gente che ascolta musica “alternativa”?
Un tunnel scavato nella roccia, qualche manifesto del tour – “Area: South & East Europe”. Un locale semivuoto, che conterrà si e no 50 persone. Piano piano i volti diventano più famigliari: l’immaginario è generalmente black metal / bikers ma ci sono anche persone adulte+, ragazze sole, spunta una maglietta dei Magma, addirittura una dei Mombu.
Per la cronaca ad aprire i finlandesi Nyos, che fanno un bel casino, suoni parecchio doom ma ritmi post-rock in contrattempo tipo Sleeping People.

Poi arriva il turno dei giapponesi. Per dieci minuti buoni c’è un fischio sul palco che non si capisce da dove provenga, ma in qualche modo se ne va. Yako si agita come una scheggia impazzita, brandendo un controller MIDI che sembra un joypad tutto colorato, collegato al computer dietro un muro di amplificatori. In qualche modo fa partire le basi, basso e batteria elettronica sparatissimi, e manda un sacco di effetti ultradistorti in delay. Aggiunge rumore alla chitarra di Agata che sembra già una spada laser. Sembra di dire manga & samurai ma l’immaginario a cui i due (rimasti in due dopo la dipartita nel nulla della bassista Rika Hamamoto, probabilmente traumatizzata dagli eventi di Fukushima) è proprio kawai. Lui con la mascherina sulla bocca, lei coi capelli indietro e le scarpe argento rialzate.

Eppure i Melt-Banana hanno un suono che spettina letteralmente. Dopo due canzoni un jack inizia a scivolare dal soffitto per l’urto sonoro; verso la metà del set parte un pogo violentissimo con gente che cade di faccia sul palco e un ciccione che continua a girare in tondo spostando tutti.
 Suonano per un’ora filata, tutto rapidissimo. Ci si chiede se batteria e basso umani possano raggiungere quella velocità.
Il set contiene gran parte del settimo e ultimo disco Fetch (ormai datato 2003), ma anche una serie  di “short songs” e delle fantastiche cover di Uncontrallable Urge e What a wonderful World:

Esco davvero rimbombato, le orecchie mi fanno male per tutto il giorno dopo. Ma in fondo siamo solo dei bambini:

You’re now on the road in the US. Will you be killing any deer this time? (Bambi’s Dilemma was named after a tour incident involving a deer on the road. It didn’t end well for the deer.)
Agata: If you interview other bands that lost a member in a car accident or something, would you ask them who will die on their next tour? Hitting that deer was not a fun experience. But there’s always a next time.
Yako: “When we hit that deer, I was really upset and sad, and I don’t want to even imagine another accident.

 


*nota: questo articolo è scritto con la tecnica del cut-up di William Burroughs e Brion Gysin: intere frasi sono state tagliate e incollate a casaccio, in pratica potrebbe non capirsi un cazzo.
**tutte le illustrazioni sono di E.T. /

Siamo più il consumo del nostro tempo libero (che sta scomparendo sempre più) che noi stessi nella totalità e padronanza delle nostre emozioni, in una linea del tempo interrotta (?).
“Dimorare nel presente” è l’essenza di questa felicità.
Mi sento tornato come a 14 anni, quando stare dentro alla musica era tutto, e il resto della realtà da evitare. Purtroppo poi la realtà ci è piombata addosso, e non si può più sognare ad occhi aperti perché ci siamo rimasti intrappolati dentro.


Sono arrivato al punto in cui dove cado cado in piedi, bene da qualsiasi parte. Generalmente le cose mi si allineano, trovo amici ovunque, ospitalità, viaggi e contatti utili, conoscenze e comodità.
Andate in India a cercare il buddhismo, quando avete il post-hc dagli Stati Uniti.
I King Gizzard & The Jesus Lizard sembrano dei tredicenni allo sbaraglio, e invece danno prova di un concerto calcolatissimo e coinvolgente.


“E’ sufficiente connettersi” (E. Fortser): essere vivi significa essere integri; non controllare i cicli di piacere e dolore ma capire come aprirci, connetterci e amare (da “L’arte rivoluzionaria della Gioia” di Sharon Salzberg).
Forse un tempo non c’erano controlli per entrare in un festival, ognuno poteva portarsi da casa tutto l’alcool e le droghe che voleva. Ora ascoltiamo i Death Grips senza neanche doverci drogare, non so se sia meglio oppure peggio.


Eppure mi sento più io, mi sento vivo, ci sentiamo più vivi qui in 40-50 in mezzo a sconosciuti che durante tutto l’ultimo anno. Siamo cresciuti in mezzo al concetto di sballo, mentre ora tutte le municipalità cercano di militarizzare sempre più ogni possibile occasione di divertimento.
I Run The Jewels alla fine sono pop, ma ben vengano, rispetto a quell’HH/grime di merda di Skepta, sempre meno credibile. Focaccia. Facciamo cose belle.


Una microfonista alta e nera sistema i suoni prima dell’inizio degli Shellac, non isolati nella vergogna del dolore o nella instabilità della felicità convenzionale. Le prime note sono già delle bombe sonore che sembrano aprirsi da tutta la struttura che copre il palco.
Siamo in mezzo a bolle di sapone, che esplodono una dietro l’altra. Una signora di quasi 80 anni canta seduta in brasiliano, con il pubblico sotto al sole che affolla la collinetta fino alla fine. Sembra la piovra cattiva della Sirenetta.


Qualcuno potrebbe dire che ho una buona vita. Preghiamo durante un live degli Swans, per fortuna non abbiamo più niente da perdere.
L’unica buona vita che conosciamo è la sospensione dalla realtà, e quindi dal tempo delle cose.
Quando iniziano gli Sleaford Mods stiamo tutti semplicemente aspettando qualcos’altro, e invece capiamo all’istante che quello che stavamo aspettando è già cominciato e sta per finire.


Consumiamo cultura nel tempo libero dopo aver bevuto e fumato per ore in buona compagnia e poi in mezzo a una maggioranza di perfetti sconosciuti.
Come esperto di buona vita mi chiedo se è normale un mondo in cui mi sento più me stesso durante i 70 minuti di un concerto relativamente di nicchia.
***

 

 

 


Gabbia no

25Mar17

Dopo l’ho capito, non sempre è tutto o niente, si può salvare qualcosa senza buttare via tutto.
Ma non per me.

In un attimo cancellare quello che sono

il punto è che non siete mai stat* quell* che credevo
e quell* che eravate, quell* che erano.
Che io sono
il sentimento di vincere e di aver vinto

Come ricordarmi al mondo
tutti questi fili strappati

Vorrei avere un sacco di scrivanie. Me ne servono dieci, cento, cento quindici per stanza

Ormai sono un fantasma. Mi sono fermato. Non ho capito la portata.

Al di sopra del mio limite, con le gengive che scoppiano

e neanche le tombe su cui portare i fiori.