Quella morte che vive dentro te /1

04Nov12

Uno tra gli sport peggiori della postmodernità consiste nel combinare a cazzo di cane detriti della cultura pop con allusioni intellettuali più o meno vaghe, più o meno fasulle. Noi di mestolate ovviamente non ci sottraiamo, e rilanciamo la posta con questa rubrica.

L’idea è scovare versi dal repertorio della canzone italiana (alta o bassa, sanremese o “alternativa”), e tuffarci nelle voragini filosofiche scaturite dalla loro apparente mancanza di senso. Frasi che sembrano buttate un po’ lì, che facevano rima, che l’autore non ci ha pensato così tanto oppure ci ha pensato troppo. Ma che, centrifugate nella memoria per anni e anni, finiscono per suggerire abissi dell’immaginario, in agguato oltre la soglia del pacioso ascolto nazionalpopolare. Come trovare il Necronomicon nell’inserto di “TV sorrisi e canzoni”.

La prima reazione è chiedere direttamente all’autore. Ma un po’ lui è morto, un po’ noi non vogliamo sottometterci alla banalità delle sue reali intenzioni, un po’ crediamo che spesso le cose più importanti siano quelle che si dicono per sbaglio.

La connessione col precedente post sul cut-up è evidente: accostamenti casuali che generano, quasi naturalmente, nuovi significati. Però credeteci: l’unica vera cosa in comune tra questi due post è che volevamo aggiornare il blog anche se non ci avevamo nulla da dire.

Ah, il nome viene da qui.

Ogni tanto mangio un fiore/lo confondo col tuo amore/com’è bella la natura e com’è bello il tuo cuore.

Cominciamo con una delle immagini più complesse mai suggerite nella storia della musica. Ciò che mi ha sempre colpito di questi versi è l’impossibilità di contestualizzarli in qualsiasi modo, anche attraverso scusanti: prendiamo a esempio quella classica della canzone italiana, “faceva rima”. Ebbene, “fiore”, “amore” e “cuore” facevano rima. Ma non basta. Chiunque non venga pagato per scrivere canzoni può immaginare centinaia di possibili combinazioni sensate tra “fiore” “amore” e “cuore”.
“E ti dono questo fiore/come segno del mio amore/perché sei sempre regina del mio cuore”.
“Ogni tanto colgo un fiore/che profuma un po’ d’amore/com’è dolce la natura che ci scalda eccetera”.

E invece no. Concato sceglie la via più impervia. Da notare che la forzatura non è alla fine della coppia di versi (il che farebbe pensare che si è cacciato dentro un vicolo cieco e cerca di uscirne in modo poetico), ma all’inizio. Cioè lui parte proprio dall’idea di mangiarsi un fiore perché lo confonde con l’amore del partner. E poi dice che la natura è bella come il cuore del partner.
L’unica via di scampo è pensare a una metafora del cunnilingus.
Lo straniamento è reso più acuto dalla tensione tra l’aggettivo “bestiale” e l’atmosfera del brano, che racconta una domenica trascorsa al lago, tra pesca e fritto misto, attraverso l’ovatta irripetibile della voce di Fabio.

Di che colore sono gli occhi tuoi/se me lo chiedi non rispondo.

Noi non siamo haters che vogliono farsi beffe di canzoni deliranti mettendone in luce, con una classica mossa retorica, la stupidità. A me questo pezzo mi piace tantissimo. E mi piace ancora di più da quando mi sono accorto che, dietro quel la maggiore, quel mi maggiore, quel re maggiore e di nuovo quel mi maggiore, dietro i falò di ferragosto, dietro il paradigma di semplicità che La canzone del sole è diventata nell’immaginario collettivo, si nascondono labirinti.

La storia la conosciamo tutti: un amore d’infanzia irrompe nel presente, ma le troppe vicissitudini della vita, e i troppi cazzi che potrebbe aver preso, la rendono ormai irriconoscibile. La purezza di quel rito di passaggio estivo, e quindi il “vero” volto della donna, sono spariti. Già la strategia narrativa di utilizzare il presente alternando momenti lontanissimi fra loro nel tempo e nella percezione rende il pezzo di Mogol molto meno ingenuo di quanto si pensi.
E arriviamo quindi al verso incriminato.

A quale momento della storia si riferiscono quelle parole? Chi chiede questa cosa a chi? E quando?
1) Si tratta di un dialogo infantile. Lei lo chiede a lui. Lui non risponde così che lei, nella cantina buia, debba avvicinarsi. Un gioco malizioso che faccio fatica a descrivere perché nessuna ragazzina lo ha mai fatto con me. Puttane.
2) (lettura da me favorita). Il dialogo – immaginario – avviene nel presente. Lui non riesce a sapere di che colore siano gli occhi di lei: la vita ne avrà sicuramente rovinato la purezza. Allo stesso modo, il mare chiaro e trasparente ora è diventato nero come lui. Se le cose stanno davvero così la canzone è una genialata e questo post ha motivo di esistere.

nel mio salotto otto fondi di brachetto/lo ammetto: serata scorsa in quattro sotto un tetto.

Cambiamo totalmente genere, epoca e sensibilità. Anche la domanda che il verso ci pone è più pratica ma, allo stesso tempo, più stringente.

Uomini di Mare erano Fabri Fil e DJ Lato. Fabri Fil era Fabri Fibra prima che un cocktail di stupefacenti e furbizia lo costringesse a fare lo stupido. Un dono di Dio alla scena hip hop e spero che tu ci stia leggendo, Fabri. Ti preghiamo: torna Fabri Fil.

Ma nella mostruosa perizia metrica della canzone qualcosa non torna. O forse qualcosa non torna in quel fatale venerdì sera di Fabrizio. Perché, se loro erano in quattro, i fondi di brachetto erano otto? Non potevano utilizzare un solo bicchiere ciascuno? Anche qui, come nel caso di Fabio Concato, le rime non sono una scusa. Dire “serata scorsa in otto sotto un tetto” avrebbe oltretutto reso in modo più fluido il riferimento al telefilm citato. E quindi: Perché? Perché? Perché? Fabri, se ci stai leggendo torna Fabri Fil e dacci spiegazioni.

Per stavolta è tutto. Invitiamo l’utenza a segnalarci altri esempi di morte che vive dentro la vita grigia della canzonetta italiana; altra vita che irrompe dalle domeniche bestiali del nostro inferno condiviso.

Questo post è in memoria di Rossana Fumia. Possa tu riposare nella pace che hai sempre cercato.

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4 Responses to “Quella morte che vive dentro te /1”

  1. 1 Gesù

    Rossana Fumia ringrazia tantissimo!

  2. “Notizia è l’anagramma del mio nome”, non ho capito se è una gara, ma Tiziano vince.


  1. 1 aforismi e citazioni

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