Quella morte che vive dentro te /2

20Nov12


non amarmi per cambiare il mondo tanto il mondo non si cambia e siamo tutti specchi fatti per guardarsi e diventare soli e vecchi.

Mestolate si misura con una delle più belle, quintessenziali canzoni sanremesi. Quando uscì avevo otto anni, e il brano mi si incise nella memoria in modo irrevocabile: ancora un paio d’anni fa ero sicurissimo che Aleandro dicesse non amarmi perché vivo a Londra. La difficoltà di una relazione a distanza. Tra l’altro questa storia delle canzoni fraintese da bambini e non sarà presto lo spunto per una nuova rubrica-tappabuchi del nostro blog.

Comunque, in questo caso l’interesse è centrato sul verso successivo: siamo specchi ci guardiamo e nel guardarci invecchiamo. Già di per sé questa frase è scabrosa. La soglia di tollerabilità massima della disperazione a Sanremo è ampiamente sfondata, il duo sembra alludere ai rimpianti delle telespettatrici, ai loro flaconi di medicinali nascosti da qualche parte.

Epperò, cioè, lo so che è di cattivo gusto (del cattivo gusto peggiore: quello che fa il brillante sulle sofferenze altrui); ma si parla di guardarsi allo specchio e diventare soli e vecchi. ecco, insomma, Aleandro Baldi è cieco.


l’oro, l’argento, le sale da té/ paese che non ha più campanelli.

Se finora ci siamo occupati di brani che ospitano lo straniamento ai margini, negli angoli polverosi dei loro versi meno citati, qui la vertigine sconvolge l’ascoltatore da cima a fondo, sballottandolo lungo tutte le direzioni del tempo, dello spazio e del senso. Non è in discussione, neanche stavolta, la qualità della canzone, né – almeno in questa sede – l’ideologia alto-borghese che la informa, e che si combina in modi imprevedibili con il retrofuturismo della musica (tra i tanti possibili, ho linkato questo video di merda perché la sua ambientazione industrial complica le cose).

Vacanze romane esprime nostalgia per la rovine di una Roma aristocratica e mondana, ormai ridotta a un cumulo di fanghiglia. Non si capisce, però, l’obliquo riferimento ai campanelli. Anche questo pezzo si presta a tutti i fraintendimenti possibili – oltretutto quei campanelli sono quasi fuori metrica. Da quando, di preciso, il paese non ha più campanelli? Si parla della vecchia roma d’oro e d’argento o di quella presente, la cui memoria è meccanica e commerciale (monetina e voilà)? Di quali campanelli si sta parlando: citofoni, sonaglini, campanelli d’allarme?

Ho raccolto un paio di possibili soluzioni.

1) Giulia C., giovane massaia senese, sbotta con sicumera al dubbio da me espresso. Secondo lei, è palese che ci si riferisca a un’atmosfera festosa in cui non ci sono più campanelli perché le porte sono spalancate.

2) Giuseppe A., teorico marxista, ritiene che la frase si richiami alla perdita di un gioioso passato in cui l’aristocrazia chiamava la servitù col campanello. Finito il privilegio, smarrito l’ordine, l’Urbe precipita nel fango.

Voi che ne pensate? Aiutateci a fare chiarezza.

PS: Puntiamo a raggiungere presto le mille visualizzazioni. Camuffiamo l’elemosina da concorso: se riusciamo a individuare il millesimo visitatore, costui riceverà in premio un mestolo!

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2 Responses to “Quella morte che vive dentro te /2”

  1. Da una ricerca sul campo ho raccolto persino una teoria secondo la quale i campanelli sarebbero quelli delle carrozze, proprie di un tempo non più presente, quindi lo sguardo sarebbe nostalgico e volto al tempo del cavalli per le strade. Secondo uno studio della Oxford University , sarebbe necessario paventare anche l’ipotesi che i campanelli siano da riconoscersi come fiori, tenendo presente il cambiamento urbano della città, che non è più campagna ( dove crescono i campanelli) ma si è trasformata in città.

    massaia


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