Intervista a Giovanni Succi

27Nov12

In casa Mestolate è tempo di festeggiamenti! Per celebrare il superamento del traguardo di mille visitatori (un ringraziamento speciale va agli stalker di Rossana Fumia), proponiamo un’intervista che ci rende davvero felici. Con Giovanni Succi abbiamo infatti approfondito tematiche che non abbiamo paura di definire importanti. Oltre che vergogna, Mestolate non ha infatti paura di niente.

Giovanni Succi è voce e corde dei Bachi da Pietra, duo avant-blues piuttosto avant ma anche blues e un pochino post rock/noise, caratterizzato da suoni arcani e sperimentali e da testi criptici, incredibilmente poetici. Dopo quattro album da studio, un live e un EP, il gruppo ha annunciato la prossima uscita di Quintale, registrato e mixato nientepopò di meno che da Giulio Ragno Favero per la Tempesta Dischi, con il quale si promette un risvolto hard rock, una sorta di ritorno ai classici che ci ha incuriositi davvero tanto.

Da diverso tempo Giovanni lavora inoltre ad un audio-blog a puntate, contenente l’esecuzione per sola voce delle 95 poesie de Il Conte di Kevenhüller, ultima opera scritta dal poeta Giorgio Caproni (1912-1990). Il Conte di Kevenhüller prende spunto da un Avviso apparso a Milano nel 1792 e racconta in versi liberi l’allegorica caccia ad una Bestia, che si tramuta in una vera e propria indagine sull’uso della parola. Alla roca profondità della voce si uniscono descrizioni concrete e analisi poetiche chiare e appassionanti.

Non contento, Giovanni ha prestato la sua voce cavernosa anche a La Morte, una collaborazione con Riccardo Gamondi (Rico) degli Uochi Toki, composta da letture di brani della letteratura occidentale sorrette da spettrali basi elettroniche. Da Iacopone da Todi a Foster Wallace, da Manzoni a Dostoevskij, il tema trattato è, appunto, la morte.

E questo è quanto. Si ringrazia di cuore Giovanni Succi per la sua disponibilità e per l’attenzione dedicataci.

Iniziare un’intervista con una totale ammissione di ignoranza non è propriamente il massimo, ma non posso fare a meno di confessare che non conoscevo Giorgio Caproni prima dei miei ventitré anni (rimango pur confortato dal leggere sul blog che ho solo un paio d’anni di ritardo rispetto alla tua epifania). Potresti trarre un bilancio del progetto caproni.org, spiegando come e perché nasce e quali aspettative sono state o meno rispettate?

Iniziare con un’ammissione di ignoranza è il miglior modo di iniziare qualsiasi cosa. Come e perché nasce e con quali aspettative. Forse per dare al me stesso ventitreenne di allora, che potresti essere tu, l’occasione non accademica (che non ho avuto) di incontrare una figura di uomo e scrittore come Giorgio Caproni. Un uomo umile e un autore onesto, senza risposte pronte e senza formule precotte sulla società, disarmato di fronte alla ricerca di senso dell’essere (ma, ti direbbe lui, questo dell’essere è un problema che passa); probabilmente il più ‘contemporaneo’ versificatore italiano del Novecento. Arrivando (idealmente) dal melodramma è approdato alla più alta espressione della musica contemporanea (in versi) nell’arco di 56 anni di scrittura ininterrotta, con crescente complessità delle trame, intensità della voce e scarna apparenza della forma. Lo ha fatto senza pirotecnicismi, senza soluzioni ad effetto, solo le sue ossessioni (quei luoghi non giurisdizionali…) una solida tecnica versificatoria e una straordinaria capacità di ritmo nella parola; senza mai sbandierare intenti di avanguardia, senza mai aderire a correnti e senza mai dirsi poeta. Il suo italiano degli anni Trenta sembra scritto ieri, il suo italiano degli anni Sessanta sembra scritto oggi, il suo italiano degli anni Ottanta sembra scritto domani. Tu trovane un altro e facciamo qualche paragone.

Le mie aspettative si sforzano di essere sempre le stesse, ovvero: niente da nessuno mai. Come è giusto che sia. Così tutto quello che arriva è grasso che cola. Volevo dare al me stesso di quattro anni fa (quando registrai le tracce), una scusa buona e sempre valida per continuare a battere un campo che mi ripaga di tutto, come anche altri, è vero, ma questo in modo particolarmente ricco. Me la sono data e l’ho avuta.

Mi sembra che l’analisi dei passi del poema alterni momenti più scorrevoli e appassionati a vere e proprie indagini filologiche (come nella “puntata 17“, dove si scopre che l’aggettivo mastino non è che la contrazione volgare di mansuetinus, e indica quindi il contrario della ferocia). Nel momento in cui entra in gioco la tua voce a raccontare quei versi, come ti collochi nei confronti dell’autore? Ti senti più un medium verso altri lettori, un interprete che dialoga con il testo originale o un semplice esecutore passivo? Quali aspetti della lettura e quali dell’analisi ti hanno maggiormente arricchito e vorresti condividere?

Domande da un milione di dollari! Molto complesse, spero di riuscire a dare risposte semplici. Quali analisi mi arricchiscono e quali vorrei condividere: …be’, queste ad esempio. Ci provo. Nei confronti dell’autore mi colloco con l’umiltà di un lettore appassionato o di un violista di terza fila di fronte allo spartito di un Maestro della sinfonia. Ho sempre ben presente che ne sa molto più lui di me quindi se lui dice così, va fatto così e se io non capisco è un limite mio.

Il testo è Verbo, il verbo è azione e io sono il muscolo.

La qualità del muscolo, la storia di quel muscolo, influisce sull’azione. Quindi medium, interprete o esecutore? Se lo chiedevi a me ti dicevo strumento. Uno strumento tenta di essere neutro ma non può esserlo e sa di non poterlo essere; è uno strumento nella mani di chi lo usa, certo, ma ha una sua unicità. Due chitarre della stessa marca e modello, stesso legno, stesse corde, stesso anno, non suonano uguali: hanno due storie diverse. Figura tra umani.

Siamo interpreti nostro malgrado, ma siamo di coccio e sono in molti a non averlo ancora capito. Quindi, io mi sforzo di essere neutro (conscio del fatto che in quanto strumento non lo posso essere) e cerco di limitare al minimo almeno l’interpretazione libera, che detesto. Per capirci, quel “secondo me” di cui oggi purtroppo qualsiasi incompetente si sente degno e genera opinioni venerate come sacre rigorosamente fondate sul nulla.

(Proposta di legge ad personam: auto-abolire la propria libertà di opinione su tutte le materie che non approfondiamo. Ciascuno se la imponga).

In quel che affronto mi attengo il più scrupolosamente possibile al testo, non invento, non aggiungo e se posso non tolgo. Ad esempio, quella etimologia che tu citi (mastino) io l’ho vista essendone incuriosito, ma non l’ho interpretata o inventata, l’ho ricercata. Sta nei fatti, non nella mia fantasia. Fatti impressi nel testo dallo scrivente (e non dal caso, come può pensare giusto chi scrive a caso) e dunque sta nei meriti dell’autore, nella complessità della sua scrittura, non nella mia capacità di coglierla che poteva anche non esserci. Le cose esistono anche se nessuno le vede: aspettano qualcuno che le veda per esistere anche per qualcuno in più.

Il testo è fittissimo di esempi simili, alcuni li evidenzio, chissà quanti mi sfuggono e li scoprirò (spero) al prossimo ascolto, molti li taccio per non appesantire: sarebbero troppi e non sarebbero mai tutti.

Un po’ insensato allora parlare di “esecutore passivo”. Non è neutro un neurone, non vedo come potrei esserlo io, ammasso pluricellualare dotato di sensi, di storia e di qualche pensiero. Ma se qualcuno ci riuscisse un giorno, a prender parte a un processo qualsiasi, in qualità di agente passivo (non senti l’ossimoro?), lo dimostri al mondo e sbancherà i premi Nobel, sarà Uomo del Secolo e lo vedremo sulla copertina di Time.

In seguito all’esperienza della “caccia alla Bestia” ne Il Conte di Kevenhüller, che cosa puoi dirci riguardo al potere della parola? Che cosa ti affascina in esso e perché il verbo sonoro, parlato, è più evocativo di quello scritto? Quanto, in definitiva, ci si può avvicinare alla realtà per mezzo delle parole?

Qui scuotiamo almeno tre vespai. Li vogliamo agitare? Agitiamoli ma non troppo, se no scappano tutti. Potere della parola: nullo. Apparentemente immenso. Come vedi nei fatti nullo. La parola abbaglia, eccome se abbaglia; ma non afferra mai la cosa di cui parla. Non coglie la sostanza. Alza fumo. Un bel polverone. Come mostra Caproni nei suoi versi, come può non affascinare. Attraverso lo schioppettino della parola, la bestia del significato sfugge sempre è vero, ma la caccia è bella; quando pensi di aver colpito la sostanza di qualcosa con la parola, lo sparo ti si ritorce contro e stai messo peggio di prima. Cerchi parole con altre parole; però almeno pensi, magari agisci. Quindi? Tanti auguri. Quindi ognuno si sceglie una conclusione che gli piace. Perdersi in un fumus verbale inebriante? Fare silenzio? Usare parole per abbacinare il prossimo? Provare a dosarle sapientemente, o almeno a conoscerle, avendone sempre paura? Magari. Diffidare di chi le usa come mazze e come lame? Almeno, ma la gente ama chi grida facile e agita il bastone, chi fa roteare le scimitarre. Perché questo risolve brevemente tutto il non curarsi mai di niente. Fino all’estremo odierno per cui la gente ama chi parla proprio con il culo e del culo. (Merda, stronzo, cesso, fogna, cazzo, frocio, vergogna, vaffanculo, sono gergo politico). Oppure affidarsi esclusivamente al valore significante dell’azione? Oppure un mix? Auguri. A ciascuno il suo.

Perché il sonoro sia più evocativo dello scritto, in breve è presto detto: essendo un fenomeno fisico arriva prima. Il suono spacca perché è immediatamente percepito dal corpo come azione (niente azione, niente suono) e non come riflessione o speculazione: l’azione ci cambia, la speculazione non ci cambia mai.

Nella speculazione (speculo, specchio) colgo un riflesso di me che c’è già, ci giro intorno. Nell’azione vivo il risultato concreto della relazione tra me e il mondo, la verità di me mentre accado nella trama del presente che posso cambiare. Nella mia visione dell’esistenza, io sono solo quello che faccio.

Quanto ci si avvicina alla realtà? Zero o nel migliore dei casi poco. Questo sforzandosi faticosamente di imparare a maneggiare le parole un minimo. Sventolandole maldestramente come alabarde men che meno.

Passando all’ambito musicale, vorrei chiederti qualche anticipazione sulla prossima uscita dei Bachi da Pietra, preannunciata da un messaggio di rinnovata e definitiva metamorfosi sul sito ufficiale. Come avete lavorato rispetto ai dischi precedenti? In cosa consiste il maggior cambiamento?

Grazie per la mescolanza ma spingiamoci oltre. Consideriamoli lo stesso identico ambito. Musica e parola non sono entrambi suono? Cucina e siderurgia sono ambiti diversi. Parola e musica forse no. Abbiamo lavorato aggiungendo alla formula del suono dei Bachi Da Pietra tre semplici elementi: il plettro alla chitarra. Il charleston al set di Dorella (due tamburi e piatto). Il volume agli amplificatori. Lo abbiamo fatto per un motivo preciso: perché non lo avevamo ancora fatto.

Complice del processo anche una qualche forma di adattamento all’ambiente circostante. Accadeva ad esempio a volte che dal vivo non riuscissimo a sentire quello che noi stessi stavamo suonando per via del pubblico parlante. Avremmo potuto decidere di non suonare più dal vivo, ma a noi piace molto suonare dal vivo perché è azione e noi siamo insetti d’azione, ci fa sentire vivi. Dunque, a parte smettere, il fatto poteva dare tre esiti.

Uno: noi continuavamo imperterriti sulla nostra linea altri enne anni o enne dischi; …tanto ormai potremmo farti “Per la scala del solaio” anche in mezzo alle rotonde del traffico.

Due: un pubblico via via più folto apprezzava il nostro sforzo e si adeguava alle nostre sonorità concedendo benignamente il silenzio a chi volesse ascoltare il concerto. Ma non è accaduto.

Tre: noi alzavamo il volume per imporlo al pubblico, come si fa NEL ROCK CONVENZIONALE, interpretando la presenza delle persone al concerto come un tacito consenso e il fatto di parlare a voce alta come una implicita richiesta di sopraffazione. Perché se no, le due cose non stanno insieme: …o sei qui per il concerto o sei qui per parlare a voce alta sotto il palco dei casi tuoi.

Abbiamo scelto questa linea. Il maggior cambiamento consisterà perciò in questo fatto, che ora puoi venire al concerto e parlare a voce alta mentre noi suoniamo e altri ascoltano, e potranno essere tutte tre queste cose insieme, perché abbiamo ALZATO IL VOLUME. ANCHE LA FORMA CAMBIA SE ALZI IL VOLUME.

Ho sempre apprezzato particolarmente i Bachi da Pietra per l’effettiva ed ombrosa tensione verso una ricerca artistica, vividamente paragonabile allo scavare di un insetto nella roccia. Tuttavia trovo che un progetto come questo corra il rischio di perdere un po’ di intensità dopo un certo periodo, e in effetti considero Tarlo Terzo (il terzo disco uscito nel 2008 – ndr) una vetta non più raggiunta nei lavori successivi (che pur comprendono “esperimenti” su piani leggermente diversi come una registrazione live con tecnologie anni Cinquanta e lo split coi Massimo Volume). Qual è il tuo punto di vista sullo sviluppo artistico – metamorfico – del gruppo?

Il mio punto di vista sullo sviluppo artistico dei Bachi Da Pietra è che i gusti sono gusti e liberi tutti. Noi (come chi ascolta) facciamo quello che ci piace, lo facciamo come e quando ci pare, con l’imperativo categorico di metterlo al mondo in una forma che ci sopravviva degnamente. Parlerà di noi per tutto il tempo a venire. Se ti piace infili il gettone, se no lasci stare. Probabilmente faremo felici alcuni e scontenti altri a fasi alterne. Pace. Il nostro intento non è accontentare qualcuno, pochi o tutti. Non accontenti tutti nemmeno con Cesare Cremonini, figurati con i Bachi Da Pietra.

Infine, semplici curiosità a mo’ di titoli di coda: come ti sei avvicinato al mondo della musica da quello della letteratura, o viceversa? Qual è il confine tra i due e quale la strada privilegiata che stai seguendo o che continuerai a seguire? A questo proposito sono altrettanto entusiasta del 12” intitolato La Morte (CORPOC e Anemic Dracula Records) con Rico degli Uochi Toki. Com’è nata la vostra collaborazione? Ci saranno degli sbocchi futuri?

Ragazzi, più che titoli di coda qui c’è l’inizio di un altro film! In sintesi. Nessun confine tra i mondi se non quello che ci metti tu, e che io mi diverto a togliere. Non seguo nessuna strada privilegiata, seguo semplicemente la mia e anzi, me la scelgo di solito bella faticosa e piena di inciampi, ma solo perché se no mi rompo i coglioni. Un pro-getto è qualcosa che ti proietta in avanti e La Morte effettivamente è un progetto col quale siamo alle prese da tempo. Tutti. Da anni. Speriamo ancora per un po’.

Nel frattempo ci teniamo vivi.

La Morte nasce così.

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5 Responses to “Intervista a Giovanni Succi”

  1. “registrato e mixato nientepopò di meno che da Giulio Ragno Favero” non vuol dire un cazzo. Qualsiasi disco italiano è stato registrato e mixato nientepopò di meno che da lui.

  2. Reblogged this on Appunti e linee and commented:
    Mestolate su Giovanni Succi, Bachi Da Pietra, Giorgio Caproni, La Morte, la parola ecc. in una lunga intervista di fine novembre 2012. Fare il punto sui miei ultimi tre mesi. Punti, appunti e linee.


  1. 1 Metamorfosi completata « mestolate

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