Apologia di St. Anger

30Nov12

Con questo post vogliamo dare una forte impronta satanista al blog (seguendo l’equazione da Studio Aperto che vuole metal=musica del demonio), in modo da costituire un’attenuante da sbandierare prontamente ai metallari che non saranno d’accordo con il contenuto (probabilmente tutti).

Io qui sostengo infatti che “St. Anger”, ottavo album da studio pubblicato dai Metallica nel 2003, è un gran bel disco, nonostante sia registrato con il culo. Forse Bob Rock in quel periodo si era bevuto tutto quello che la recente disintossicazione di James Hetfield aveva lasciato da parte, o forse il suono da scantinato del rullante di Lars Ulrich era interamente voluto.

Io voglio credere (sarebbe da pazzi non farlo) che i Metallica abbiano provato a sperimentare (il tizio con cui ci divido il blog sostiene che quel periodo fu contrassegnato dagli ultimi colpi di coda del nu-metal), che la gente non l’abbia capito e così sono tornati a scrivere pallide imitazioni dei loro nostalgici successi.

“St. Anger” è composto da pezzi piuttosto lunghi (anche più della media dei ‘Tallica, già di per sé impegnativa) e di difficile ascolto. Sembrano registrati in presa diretta (non garantisco che non lo siano), con la cordiera che vibra mentre gli altri strumenti rimbombano nella vecchia baracca militare convertita a studio nei pressi di San Francisco. I riff sono scaccionissimi, i suoni ruvidi e la voce sembra perennemente sospesa tra tentazioni sperimentali e sforzi per non stonare. Ma la novità sostanziale è costituita dalla batteria praticamente hardcore, da cui Ulrich ha tolto gli snares al rullante per fare ancora più casino.

Un’altra ipotesi per il veloce accantonamento del risultato è che probabilmente dal vivo ‘un gliela fanno più, come dimostra questo imbarazzante filmato:

La verità spicciola che ci si presenta agli occhi è che i Metallica dopo il 1992 hanno iniziato ad apparire soltanto per quello che sono realmente: dei mega-rednecks che si divertono a bere vodka, lamentarsi contro Napster e andare a caccia col fucile.

In ogni caso, chi fosse interessato e riuscisse ad andare oltre i due singoli che aprono il disco (Frantic e il pur valido omonimo St. Anger) e l’orrida copertina, scoprirebbe un bell’album nu-metal/post-hardcore che si discosta dal marchio di fabbrica thrash-metal dei riff iperveloci e degli assoli neoclassici, ma perlomeno accetta la maturità raggiunta dal gruppo e (ancora) non si affanna ad inseguire i meccanismi della gioventù. Una regola che molti artisti, se proprio non si decidono ad andare in pensione, dovrebbero cercare di tenere d’occhio.

I due dischi successivi smentiscono immediatamente ciò che ho appena detto. L’insipido “Death Magnetic” (2008) altro non è infatti che la stancante ripresa di un discorso interrotto con “Master of puppets” (1986) e “…And justice for all” (1988). Ma che sapore ha imitare quello che hai fatto vent’anni prima se non quello della sconfitta per il tentativo fallito di intraprendere una nuova strada?

L’ultimo disco, “Lulu” (2011), non è nemmeno propriamente un disco dei Metallica, ma una disastrosa collaborazione con un imbarazzante Lou Reed, che recita fuori tempo in maniera straziante e stonata, davvero incomprensibile.

Tutto sommato, comunque, preferiamo questi Metallica. Che almeno stupiscono, nonostante siano il classico esempio di instabilità artistica.

Ma poi a noi che cazzo ce ne frega: stasera andiamo a vedere i NoMeansNo.

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