Black Metal, nel senso di Metallo Negro

05Dic12

In questo post si comincerà parlando dei Mombu, e si finirà chissà dove.

Mi scrive Gabriel, professionista dell’amore:

I Mombu, mbare, immagino ti sarebbero piaciuti. Il sassofonista era negli ZU. Sono piaciuti molto anche a me. Ma credo che dal vivo sia tutt’altra cosa. Forse se li avessi sentiti su cd non mi avrebbero fatto lo stesso effetto. Tribalismi, metal, psichedelia. 2 Bruti, così bruti ca non c’era nuddu al concerto. Eravamo 4 gatti. Mi chiedo se artisti cmq affermati non ci restino un pò male ad arrivare in una città grande come Catania e trovare 4 cazzoni seduti a sorseggiare vino (c’era una figa immensa che sorseggiava). E in effetti hanno suonato solo per 40 minuti. Atmosfera sciamanica. Carmelo, tentennando, facendosi coraggio e preannunciandomelo 10 minuti prima, è andato vicino al palco, ha alzato il ditino facendo avvicinare il batterista, e scandendo le sillabe ha detto: “Siete bravi, ma la gente non capisce un cazzo!”. Risata mefistofelica del tizio e Carmelo è tornato a sedersi accanto a me con maggiore soddisfazione. Lo stesso Carmelo mi ha detto che piaccio, mbare. Che faccio strage di cuori fra amiche sue e conoscenti. Gente per me insospettabile, a cui pensavo di stare antipaticissimo. Sono inarrestabile!

Mombu

I Mombu sono Luca T. Mai, sassofonista degli Zu, e Antonio Zitarelli, batterista dei Neo. Non li ho mai visti dal vivo; posso comunque immaginare che condividerei l’entusiasmo del bel Gabriel. Non condivido affatto, però, i suoi timori sull’album di studio – a dire il vero, dopo l’ascolto del brano Radà ho sospettato anch’io che una formazione sax + batteria dovesse fare i conti col vuoto, sforzarsi di riempire gli spazi. Mi sbagliavo, sull’album ma anche, come hanno dimostrato i riascolti, sulla stessa Radà. E non solo perché “Zombi” (riedizione ampliata dell’esordio omonimo, uscito nel 2011) ha dalla sua parte ospiti ingombranti, primo fra tutti il signor Mike Watt. Mai e Zitarelli bastano e avanzano, quanto a violenza e creatività.

L’idea alla base dei Mombu è fondere i suoni avant estremi dei gruppi di provenienza (jazzcore, post-hc, metal) con  quelli che loro stessi definiscono african rythms. In questo aspetto, e negli abbozzi di immaginario che hanno costruito attorno al gruppo, i Mombu non sono più qualunquisti della world music media; epperò hanno due grandi vantaggi su quest’ultima. Il primo è che pestano: i tribalismi della batteria e i barriti del sax risolvono la questione in modo pragmatico, aggiungendo pesantezza alla materia padroneggiata da Mai e Zitarelli – in perfetto equilibrio tra gli ultimi Zu e la frenesia jazz dei loro esordi e degli abum dei Neo (credo che questo dipenda molto dalla centralità di Luca Mai, che in “Carboniferous” era sostanzialmente marginalizzato dal basso di Massimo Pupillo). Ogni tanto emerge anche un sinistro senso del groove, che rende i Mombu pressoché unici. Il secondo vantaggio è che, volendolo o no, il gruppo propone l’Africa in una luce nuova, lontana persino dalle appropriazioni che una particolare linea evolutiva post-punk ha dato del continente. Possiamo immaginarci un filo che unisce i Talking Heads, i The Ex e i Mi Ami nel contaminare gli stereotipi afro di paranoia urbana, rappresentando in qualche modo la centralità caotica della metropoli nell’Africa contemporanea (ci ha provato di recente pure il Teatro degli Orrori). I Mombu, attraverso il metal, fanno altro: restituiscono alle nostre immagini dell’Africa l’orrore, la carne e tutte le implicazioni che il “mangiare carne umana” ha per brutture variamente interconnesse di molte società africane, quali la stregoneria e il potere tout-court. Sentite Zombi, devastante cover di Fela Kuti.

A un tratto entra Giulio the Bastard, e fa lo zombi. Grugnisce, mastica, digrigna i denti (dimostrando, tra l’altro, che non è necessario Mike Patton per queste cose). Nella versione del Presidente Nero, zombie è l’esercito nigeriano che uccide a comando. È lo zombi “tradizionale”, un corpo privo di volontà, schiacciato sotto gli ordini del bokor. La cover dei Mombu chiama in causa il cannibalismo degli zombi da film horror, e lo ricollega ai lati oscuri delle modernità africane, facendo esplodere la metafora in mille direzioni.

A metà Novembre è uscito un nuovo lavoro di Mai e Zitarelli. Si tratta del secondo volume della serie In the Kennel, parente dell’olandese In the Fishtank: due artisti suonano e registrano insieme per due giorni, e il risultato esce su disco in edizione limitata. Il primo volume vedeva la collaborazione tra i miei concittadini Gentless3 e i cuneesi La Moncada. Per la seconda uscita i Mombu hanno incontrato Paolo Spaccamonti, chitarrista di impianto fondamentalmente post-rock. Ciò che ne è venuto fuori è SpaccaMombu, in pratica un tributo ai Black Sabbath.

Dei Sabbath c’è l’atmosfera, più che il suono vero e proprio: un cavernoso drone-doom squarciato in lungo e in largo dal sassofono. La natura del progetto (e le condizioni di registrazione) rendono questo EP di cinque tracce meno ipercinetico e più basato sulla dinamica e il crescendo rispetto a “Zombi”. L’ispirazione tribale dei Mombu emerge più che altro in Aussfais, che è anche la cosa migliore del disco e mi ha suscitato un altro paio di riflessioni sul rapporto tra Mombu, metal e Africa (dai, lettori, ancora un ultimo sforzo).

In primo luogo, lo sdoganamento del metal da parte della scena “d’avanguardia”. Si parlava dei Black Sabbath: gli SpaccaMombu hanno un pezzo che si chiama The Altar of Iommi. So che non sto dicendo niente di originale, e che c’è tutta una tradizione sotterranea di contiguità fra rock indipendente/sperimentale e metal – specie sabbathiano (dai Melvins ai drones al post-metal, per tacere della “mediazione” hc). I protagonisti di questa storia, inoltre, il metal lo amano davvero; sono tutt’altro che hipster interessati a farlo sembrare una cosa cool raschiandolo dal fondo del barile. Epperò leggere su Rumore un chitarrista dalle atmosfere cinematiche oscure ed evocative entusiasmarsi così tanto per Ozzy fa sempre un certo effetto.

In secondo luogo, l’incontro tra Metal e musiche subsahariane non è mai stato gettonatissimo, a meno di non volersi abbandonare a fricchettonate tribali/sciamaniche delle quali non so molto e non me ne frega un cazzo. Aspetto notizie su band autoctone, ricordo con nostalgia i siciliani Lamentu e chiudo con una nota sul recente hype dei Goat.

Sono lontani un miliardo di miglia dai Mombu e da tutte le cose di cui ho parlato finora, ma il loro album “World Music” ibrida psichedelia “dura” con un sacco di altre cose, tenendo l’afrobeat al centro del mondo e dando lavoro al loro ufficio stampa con una stupidissima storia di voodoo svedese. Una fricchettonata, insomma, come quelle che ho rifiutato a priori poco sopra. Ma “World Music” è 1) pieno di groove, al tempo stesso potente e ballabilissimo; e 2) un potenziale disco dell’anno. E se ancora vi ostinate a sostenere che questa storia non c’entra nulla coi Mombu, il metal africano e tutto il resto, vi faccio giusto notare che il brano postato sopra si chiama come una delle etichette dietro “In the Kennel” e quindi SpaccaMombu, per cui il cerchio tribale del voodoo di vostra madre si chiude.

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One Response to “Black Metal, nel senso di Metallo Negro”


  1. 1 Nel continente di colore: Bokassà, Maybe I’m, Bokassà + Maybe I’m | mestolate

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