Nicolai Lilin: s’apre il dibattito

09Dic12

Forse qualcuno conosce il curioso fenomeno letterario di Nicolai Lilin, scrittore moldavo trasferitosi in Italia nel 2004 e che ora si occupa di un laboratorio di tatuaggi e arte contemporanea. Quattro libri in quattro anni, l’esordio “Educazione siberiana”, tradotto in venti lingue, si è immediatamente meritato (?) gli elogi di Roberto Saviano ed è prevista la prossima uscita dell’omonimo film di Gabriele Salvatores con John Malkovich.

Nicolai Lilin

Mi sono appassionato in maniera veramente fuori dal comune ad ognuno di questi libri, ed in particolare ai primi due. A tal proposito, quando ero ancora uno sbarbo (solo un paio d’anni fa), mi appuntavo:

L’infanzia di Lilin, cresciuto tra quella che egli definisce come etnia Urka, una comunità di “criminali onesti” deportati dalla Siberia in Transnistria, è incredibile. I criminali, così li chiama l’autore perché di traffici illegali vivono, hanno  dei codici di comportamento ben precisi e dei valori etici molto forti. Essi possiedono infatti un grande senso di appartenenza solidale, rifiutano ogni forma di potere politico che li privi della libertà, sono ortodossi, umili, anti-occidentali, rispettano le madri, i disabili e gli anziani che istruiscono i ragazzini, hanno rituali per salutarsi, per entrare in casa, per scrivere le lettere, per bere il tè. La violenza è connaturata all’uomo: la morte può far parte della vita in qualsiasi momento e così di violenza ce n’è veramente tanta, a patto che sia assolutamente motivata. I minorenni devono imparare a cavarsela da soli, riferendosi al massimo ai comandi dei singoli quartieri, dove la polizia praticamente non può entrare. Prima ci sono le mani, poi i coltelli, poi la pistola, ognuno segnato da riti di passaggio, fino al carcere minorile, riproposizione traumatica della lotta per la sopravvivenza.

La naturale continuazione arriva col secondo romanzo, “Caduta libera”, che narra dell’esperienza dell’autore come cecchino nei reparti d’assalto russi durante la seconda campagna cecena. Una guerra sporca, sanguinosa, logorante quasi fino alla pazzia, ancora una volta raccontata con uno stile efficace ed evocativo. Nel suo piccolo reparto di sette uomini, i sabotatori, Lilin deve passare due anni sotto il comando di un cinico veterano della guerra in Afghanistan. Due anni in cui si intrecciano, come in “Educazione siberiana”, spaccati di vita vissuta spesso inscatolati l’uno nell’altro in giochi sottili di immagini a matriosca. Non ci sono buoni o cattivi, c’è solo la realtà delle uccisioni perché lì ci si è trovati (per punizione) e bisogna sopravvivere, e per riuscirci la guerra bisogna imparare ad amarla. Fino a che, allo stesso modo, si può finalmente imparare anche a vivere in pace.

Ora ho appena letto “Storie sulla pelle”, uscito per Einaudi ai primi di novembre, una piccola antologia di racconti che riprende la romanzata e violenta adolescenza dell’autore e la nascita della sua vocazione di tatuatore, di cui cito un episodio tanto per dare un’idea. In uno dei racconti un “criminale” di nuova generazione, irrispettoso della tradizione antica che vuole i simboli legati a particolari esperienze di vita, si fa tatuare l’icona di una Madonna sulla coscia. Durante una riunione in sauna con altri sgherri, il pene gli cade sull’immagine tatuata e il capo dei gangster a cui fa da tirapiedi si arrabbia moltissimo. La storiella finisce così in un vero e proprio bagno di sangue, col criminale costretto al bivio tra scuoiarsi da solo la coscia o tagliarsi di netto il pene.

A livello stilistico, ho apprezzato lo stile semplice e asciutto, poco articolato ma molto diretto. Fin qui è questione di gusti, sui quali si può discutere. Pare che anche William Faulkner si esprimesse così su Ernest Hemingway:

“Non risulta aver adoperato mai parola che costringesse il lettore a consultare il dizionario”.

È giunto però il momento di tirare le somme, e insieme mi auguro che si apra un dibattito sul personaggio Lilin e sulle sue opere controverse. Controverse perché, provo a sintetizzare:

1) Da più parti, praticamente da tutte, sono arrivate accuse circa la veridicità della vicenda narrata. Insomma, una deportazione dalla Siberia in Urss non è mai avvenuta, di un’etnia Urka pare non vi sia traccia da nessuna parte e la stessa particolarità della comunità criminale descritta sembra vacillare. A tutto ciò si aggiunge che, per presunti motivi di sicurezza personale, il libro non è stato tradotto in russo. L’impressione che ho avuto è che inizialmente le opere fossero state presentate come interamente autobiografiche, mentre si è gradualmente passati a definirle ampiamente romanzate o non personali.

2) Nicolai ha imparato benissimo l’italiano in pochi anni, ma non ancora abbastanza da evitare errori di grammatica quando scrive sulla sua pagina facebook. Fin qui poco male (almeno per me), mi immagino che qualunque libro pubblicato da una casa editrice importante venga completamente riscritto dagli editor, ma i dubbi che si insinuano riguardano il confine tra le reali capacità dell’autore e la creazione di un personaggio avvolto di mistero.

3) Altre critiche si sono incentrate proprio sul fascino e sull’immaginario proto-fascista evocato nei libri, corroborate da dichiarazioni dell’autore del tipo: “Andare a Casa Pound è un dovere”. Anche queste, per me, sono cazzate. Innanzitutto perché riesco a distinguere tra violenza, cameratismo, culto delle armi da una parte e apologia di fascismo dall’altra. Secondo perché credo che molti non abbiano considerato che il peso della parola “comunismo” nell’ex-Unione Sovietica equivalga grossomodo a quella di “nazifascismo” da noi. Terzo, chi se ne fotte. Se dà fastidio che uno possa arrivare a dire qualcosa di intelligente attraverso un’etica e un’estetica militaresche il problema sta nella mente di chi legge, non di chi scrive.

Poco è effettivamente reperibile sullo scrittore (desta sospetti soprattutto la mancanza della sua integrale apparizione al Chiambretti Night), e fondamentali rimangono i dubbi a cui vorrei dare una risposta:

1) Perché, in che maniera e fino a che punto, trattandosi di romanzi (e quindi letteratura, non giornalismo) la non autenticità dei fatti dovrebbe costituire un imbroglio?

2) Sono ancora capace, se mai lo sono stato, di distinguere il bello dal brutto, il bene dal male? Lo stesso dilemma mi è capitato con Le luci della centrale elettrica, ma questa è un’altra storia.

Qualsiasi tipo di risposta o spunto di riflessione è ben accetto. Grazie.

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2 Responses to “Nicolai Lilin: s’apre il dibattito”

  1. Aggiornamento: Ho visto l’inizio del programma condotto da Lilin su DMAX e cambiato canale alla prima pausa pubblicitaria. Praticamente va nelle palestre dei fasci a vedere come si allenano, una tristezza.

  2. Aggiornamento 2: Il film in confronto al libro non vale niente. Non ce la fa a ricreare il contesto e la butta sui soliti polpettoni amore/amicizia tradita per raggiungere il grande pubblico e far soldi. Del resto da un regista che gira lo spot di McDonald’s ce lo si poteva aspettare…


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