Un pippone sulla reunion dei Nirvana

15Dic12

MAD-Magazine-Nirvana-McCartney

La reunion dei Nirvana con Paul McCartney è stata talmente discussa da sembrare già, dopo tre giorni, storia vecchia. In fondo è meglio così: non si ribadisce mai abbastanza quanto dovremmo vergognarci del clamore per eventi simili. In questo caso, però, oltre alla classica ironia degli eventi passatisti, c’è  anche uno sgradevolissimo sentore di Storia del Rock.

La Storia del Rock non riguarda tanto il tempo, né alcun discorso sul tempo. Riguarda un ritrovato della nostra cultura materiale: l’insieme confuso – ma, al contempo, di una coerenza raggelante – che racchiude tutti i possibili cofanetti a basso prezzo in tutti i cestini di tutti gli autogrill e di tutte le Standa (e di tutte le ovattatissime televendite rock anni novanta – non so se ne esistano ancora).

100+Rock+Volume+3+disc+3+Folder

O almeno: c’è stata una temporalità rock, un evolversi della musica e della cultura, solo che a un certo punto si è interrotta: la temporalità si è trasformata in cofanetti, e nei cofanetti tutto è compresente – Jim Morrison è compresente a Freddie Mercury, Bon Jovi è compresente a Janis Joplin, Kurt Cobain è compresente a Bob Marley. I vivi sono compresenti ai morti. In un vecchio racconto di Stephen King, il concerto del Grande Rock non finisce mai. L’Hotel California è l’aldilà.

Secondo me questo eterno presente materiale si è praticamente chiuso. C’è ancora qualche spazietto per la consacrazione – i Green Day stanno provando a intrufolarsi, mentre a un altro livello i Radiohead sono quanto più vicino ci sia, nella nostra epoca, alla canonizzazione nelle enciclopedie  rock meno intellettualistiche. Ma gi spiragli sono sempre di meno, e l’immaginario del Grande Rock è fatto apposta per ridurne la portata – il Rock dev’essere un maestoso monumento al passato, che deve ricordare a tutti – compresi i sedicenni sovrappeso del 2012 – quanto erano belli e ribelli da giovani. In Italia ci mancano i sottotesti che associano questa nostalgia al Sogno Americano o all’Impero Britannico. Il nostro collante intergenerazionale è abbastanza recente da funzionare su un piano materiale più che mitico. Riunisce fisicamente genitori e figli.

Detto di questo ambiente stagnante, la conseguenza più logica della chiusura è l’endogamia. È naturale, in questa situazione, che i superstiti debbano accoppiarsi fra loro. I grandi festival di beneficenza, come quello per le vittime di Sandy nel quale McCartney e i Nirvana sopravvissuti hanno suonato insieme, sono fatti apposta per celebrare l’orgia. E pazienza se il gruppo di Cobain – l’ultimo grande martire di questa tradizione – venisse da un altrove sia spaziale che che temporale: l’underground che negli anni Ottanta giurava vendetta ai manichini glam metal che lottavano per la tracklist dei cofanetti futuri.

Però possiamo vedere il tutto da un punto di vista meno concettoso. Un po’ di grandi musicisti si sono divertiti a suonare insieme in un’occasione benefica, tirando fuori una grinta inaspettata e magari divertendosi pure (non so se per i superstiti Nirvana ci sia stato anche il piacere del ritrovarsi). Questa lettura è testimoniata dalla buona qualità di Cut me some slack, il brano/jam che Paul, Dave, Krist e Pat hanno suonato. L’opinione pubblica del web, che di solito fa a gara a chi storce più spericolatamente il naso, sembra molto soddisfatta. Oltretutto è bello vedere uno dei gruppi-simbolo della dannazione rock partecipare a un’occasione che sa tantissimo di presa bene.

Anch’io, personalmente, mi sono preso bene. Mi tengo strette entrambe le sensazioni che ho raccontato: il sospetto nei confronti dei modi in cui il Rock si mangia da solo e l’apprezzamento per la reunion del mio punto di riferimento musicale assoluto -in questo caso, oltretutto, mancano i fattori che rendono orribile la maggior parte di queste occasioni, dallo sporco lucro alle facce tristi sul palco. A ben vedere, al centro dell’apparente contraddizione c’è la musica: Cut me some slack è una bella canzone ROCK. Col senno di poi, l’ibrido tra il diavolo e l’acqua santa che il grunge rappresentava è stato il veicolo perfetto per reinserire nel mainstream la sua contraddizione – e non solo a livello commerciale (la storia la conosciamo tutti), ma anche prettamente musicale. Andata via l’inquietudine di anni Ottanta, scena underground, disperazione del Nord Ovest, droga e suicidi rimangono i riffoni, l’energia e i mostri sacri. La tradizione.

Qualche fatto a caso:

Paul McCartney. In un’intervista Kurt ha dichiarato che, nonostante amasse i Beatles, Paul lo imbarazzava. Soprendentemente Courtney Love, che ha usato parole di fuoco contro la reunion dei Nirvana, è invece una fan di McCartney.

Dave Grohl. Dave è l’uomo del compromesso, quello che da questa iniezione dell’underground nella Storia del Rock ha ricevuto una traiettoria di vita. Voglio dire, ha anche suonato con un ex Led Zeppelin. Ecco, i Them Crooked Vultures dimostrano che in qualche modo un certo stoner è il nuovo grunge, nel suo rappresentare un compromesso storico col Rock.

Pat Smear. Il tempo della cultura pop non si è mai sognato di essere lineare. Men che meno nell’epoca presente, in cui non si capisce più un cazzo per definizione. E così Pat, che suona nei Foo Fighters, è parte in contemporanea delle reunion di Nirvana (il gruppo in cui ha suonato negli anni Novanta) e Germs (il gruppo in cui suonava negli anni Settanta).

Krist Novoselic. Lui era quello che si notava di più al Madison Square Garden, nel suo buffo accostamento di viola e verde. Da quando i Nirvana si sono sciolti non ho letto una notizia su Krist meno che patetica/commiserante. Forse la mia storia rock preferita è quello che lo vede, per qualche anno, bassista dei Flipper, uno dei suoi gruppi preferiti in gioventù. Per dire: esaudisci il tuo sogno adolescenziale, ma per arrivarci fai il giro lungo. Nel frattempo hai suonato nella più importante band del mondo, non sei riuscito a reinventarti dopo il suo crollo e il tuo sogno adolescenziale è diventato un band di vecchietti.

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