Steven goes blues

17Gen13

seagal_guitar

Una vecchia conoscenza di tutti noi a un certo punto della sua vita prende una curiosa decisione: alza il suo importante sederone, si sposta dagli studi cinematografici di Hollywood a quelli di registrazione, sostituisce la parola “canzoni” ad “agguato” ed il gioco è fatto, il mondo può godere di “Songs from the Crystal Cave”.

Signori, forse abbiamo trovato qualcosa che Steven Seagal sa fare abbastanza bene: il blues. Dimentichiamoci (o meglio: accantoniamo per un attimo) pose plastiche, inespressività assoluta e sputi in faccia alle leggi della fisica che hanno fatto di lui un attore simbolo della tracotanza a stelle e strisce. Leggendo il titolo la prima cosa che viene in mente è un album power metal di qualche band norvegese che fa un uso massiccio di ambigue tastiere, assoli chitarristici in sweep picking, draghi, elfi e spade; invece Wikipedia ci informa che si tratta di “outsider country-meets-world music-meets-Aikido”. In effetti, racchiudere i 14 pezzi sotto l’etichetta “blues” è un po’ riduttivo, e forse non del tutto corretto. Il lavoro vede la collaborazione di 20 artisti, tra cui spiccano i nomi di Stevie Wonder e Lady Saw. I testi si rifanno allo spiritualismo esoterico e buddista di Seagal, gli strumenti utilizzati sono tanti e provenienti da tutto il mondo: abbiamo chitarre elettriche e acustiche, sintetizzatori, armoniche, organi, tastiere, batterie africane e vari strumenti indiani che fanno da accompagnamento alla chitarra e alla voce morbida e velata e di uno Steven Seagal come non lo si era mai visto (anzi, sentito) prima. Grazie a questo e alla varietà di generi che fanno la propria apparizione all’interno dell’album, dallo stacco rap in Music al sapore pop/blues di canzoni come Girls it’s Alright (per cui è stato girato anche un video e che lo stesso attore ha utilizzato come colonna sonora per il suo film Into The Sun), l’orecchiabile ballata rock Don’t You Cry o la ritmica e i fraseggi tipicamente blues di Route 23, l’inaspettata svolta asiatico/arabeggiante di Dance e il richiamo un po’ più reggae di Jealousy, il disco si presenta eterogeneo e ben organizzato nelle sue parti.

Nell’aprile dell’anno successivo, nel 2006, il nostro torna alla carica con il secondo album in studio: “Mojo Priest”, che a differenza del lavoro precedente può godere anche di un tour di supporto al di fuori degli Stati Uniti. Questa seconda produzione ha meno collaborazioni e non vede l’impiego di tanti strumenti. Qui la definizione “blues” è più calzante, come testimonia la presenza di Lousiana Red e quella di Bo Diddley, rispettivamente nelle canzoni Dust My Broom e Shake. In alcuni brani si possono sentire le influenze di gruppi come Lynyrd Skynyrd e ZZ Top che contribuiscono a dare al disco una piacevole atmosfera da salopette di jeans, pick up azzuro, pessimo whiskey e canottiera bianca macchiata d’olio. I titoli di alcune delle 19 canzoni ci restituiscono lo Steven Seagal prepotente e pacchiano che abbiamo sempre amato: Talk to My Ass, Gunfire in a Juke Joint, Aligator Ass, Cockpuncher Blues; una personalità che si riflette anche nelle auto-celebrative copertine di entrambi gli album: quella di “Songs from the Crystal Cave” è un primissimo piano del suo faccione appoggiato al manico della chitarra, mentre per “Mojo Priest” è la sua figura intera, accompagnata dall’immancabile sei-corde, a stagliarsi indiscussa davanti al muro di legno bianco di una casa tipica dell’Alabama (dico Alabama perché ricorda la casa d’infanzia di Jenny del film Forrest Gump). A me entrambi gli album sono piaciuti, anche se la critica non è stata molto generosa nei loro confronti, comunque in questo caso non si tratta di un’analisi tecnica. Specializzarsi in una cosa e basta vuol dire farlo a discapito di tutte le altre qualità che abbiamo in quanto individui, trascurare una parte importante di noi e allontanarsi dal “diventare ciò che si è”. Ora non è che Steven Seagal sia proprio l’archetipo del buon attore, e non è nemmeno Van Halen, ma questa è un’altra storia.

P.S. Grazie di nuovo a Jewbelow per continuare a togliere dal fuoco le castagne della nostra indolenza.

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