Circle Takes The Square e il capitale sottoculturale emo

16Feb13

club cultures

Il concetto bourdieuiano di “capitale culturale” è abbastanza noto: si tratta di un capitale distinto da quello economico ma (come il capitale sociale e quello simbolico) mutualmente convertibile con esso. Possiamo immaginarlo come l’insieme di gusti, vedute, stili che qualificano una persona come “raffinata”. Il capitale culturale nasce dalla “distribuzione ineguale di pratiche culturali, valori e competenze caratteristica delle società capitalistiche”, e fornisce alimento alla distinzione, che di queste società è sostanzialmente lo scheletro.

Sarah Thornton, nel suo mirabile Dai club ai rave: musica, media e capitale sottoculturale ha riadattato il concetto alle cosiddette sottoculture. Il “capitale sottoculturale” ha in particolare due conseguenze interessanti. Da un lato permette di vedere le culture giovanili come internamente stratificate: non tutti i ravers sono cool allo stesso modo, non tutti i punk sono “veri punk”. Dall’altro, aiuta a comprendere in modo nuovo la relazione tra sottoculture e media: i media non si limitano a “etichettare”, condannare sottoculture spontanee e già esistenti; si tratta piuttosto di un rapporto dinamico in cui l’esposizione mediatica influisce sull’autodefinizione delle culture giovanili, spesso in modi paradossali. Così, se un servizio al TG dice che la la maglietta con lo smile è un simbolo della club culture, ecco che i “veri” clubbers la schifano lasciandola ai poser. L’accento di Thornton, rispetto alla teoria di Bourdieu, è molto meno basato sulle linee di classe: per il sociologo francese i quattro tipi di capitale si rafforzano a vicenda, mentre per lei esistono delle disgiunture consistenti tra capitale culturale/sociale/simbolico e capitale economico. Lo status, la “coolness”, gioca nel libro di Thornton un ruolo più centrale rispetto alla struttura sociale.

Non mi pare che Dai club ai rave ne parli, ma penso che si potrebbe fruttuosamente applicare il concetto di capitale sottoculturale anche “al di sopra” delle sottoculture: tra una sottocultura e l’altra o tra un mondo sottoculturale e i suoi mondi esterni. Per dire: credo che il black metal sia più cool dell’epic metal, e che il post-core sia più cool del metal tutto. Oppure penso alle vecchie interviste ai gruppi nu metal: a un tratto ci si è accorti che citare i Faith No More tra le influenze ti rendeva meno scrauso – non tanto per i tuoi fans numetallari, ma per il mondo della critica musicale. Quando il giochino si è fatto sgamato le band – persino i Limp Bizkit – hanno cominciato a citare Fugazi e Quicksand (ricordo l’imbarazzatissimo commento di Ian MacKaye a un intervistatore che gli chiedeva dell’ammirazione di Fred Durst nei suoi confronti: “I Limp Bizkit sono quelli che cantano lo faccio solo per la fica? Uh… Ehm… Non so, non conosco bene questo genere di musica”).

Il problema è che mentre si suppone che il capitale sottoculturale “interno” sia più o meno autoreferenziale (i criteri di cosa è cool nel mondo dei club dovrebbero essere interni, in qualche modo, allo stesso mondo dei club), il capitale sottoculturale “esterno” chiamerebbe in causa un concetto più oggettivo di cosa è cool, una sorta di senso comune egemonico dello status nella cultura pop. Ammesso che possa esistere una cosa del genere senza troppe battaglie e sfaccettature, si tratterebbe di un elemento interessante, che reintrodurrebbe Gramsci nell’analisi culturale post- Scuola di Birmingham (esticazzi?) – secondo me, in ogni caso, questo senso comune del cool sarebbe oggi come oggi l’INDIE.

Circle Takes the Square - Decompositions-Volume Number One - DECOMPOSITIONS

Amo l’emocore, ma non sono tanto addentro alle questioni socioculturali riguardanti gli emo, quelli coi teschietti e le stelline. Però mi sembra che, quando il tiro al piccione emo aveva ancora senso e faceva ridere, i Circle Takes The Square fossero un elemento di capitale sottoculturale “esterno” di primo rilievo. L’emo illuminato diceva “Voi non ne sapete un cazzo della mia musica: avete tutto il diritto ad ascoltarvi i Meshuggah; io dal canto mio mi ascolto i CTTS/i City of Caterpillar/gli Envy senza rompere il cazzo a nessuno e sono spacchioso proprio come voi, mica come i ragazzini che si tagliano”.

I Circle Takes The Square se lo meritavano, in ogni caso: il loro As the roots undo era una delle cose più magniloquenti mai partorite da un gruppo punk. Grafica e testi estremamente curati, un universo sonoro in cui praticamente qualsiasi cosa vi passi per la testa conviveva dentro un caos dolcissimo e violentissimo – a risentirlo ora è chiaro che un pochino di auto-editing non avrebbe fatto male al gruppo.

Dopo 8 anni di progetti epici che hanno travolto la band, finalmente a fine 2012 è uscita la versione digitale del secondo album, Decompositions: Volume Number One (a giudicare dal titolo, l’ennesima ipoteca sul futuro dei CTTS). Secondo me se lo cacheranno in meno che As the roots undo, ed è un peccato: il disco suona incredibilmente meno prolisso e più compiuto nonostante pezzi lunghissimi in cui continua a trovarsi qualsiasi cosa: dal post-metal tribale al crust-hc estremo, da un progressive lunare a deviazioni free-jazz (Way of ever branching paths), fino ai dieci minuti della splendida ballata folk North Star, Inverted. Suono raffinatissimo rispetto al disco precedente, anche stavolta intessuto di motivi e temi che danno al tutto un spessore di concept. Il botta e risposta di urla maschili e femminili è sempre più affascinante e sempre meglio amalgamato con la melodia, ormai  tutt’altro che timida. Ascoltandolo così sembrerebbe il paradiso fatto musica – è pur vero che si tratta di un disco per certi versi difficile da digerire, pieno di elementi che possono non convincere chiunque al 100%. Io però ne vado pazzo.

Non so quale sia la posizione dei CTTS riguardo alla storia del capitale sottoculturale, e più in generale al loro essere considerati l’emo dal volto (super)umano. Mi sembrano dei bravi guaglioni che stanno facendo la loro cosa e la stanno facendo bene, collegando tutta l’umiltà dello spirito underground alla voglia di curare allo spasimo progetti che non si vergognino di essere belli ed epici. Che è un po’ il mio concetto di “successo nella vita”. Magari, se dell’emo fosse passato il loro immaginario, in pochi avrebbero diffuso memes al riguardo. Comunque penso che il 99% delle ragazze con le stelline tatuate sul polso non li conosca, e questo manderebbe a puttane ogni equazione tra capitale sottoculturale “interno” ed “esterno”.

Presto Decompositions sarà disponibile con il solito packaging elegantissimo; nel frattempo potete ascoltarlo per intero su bandcamp e comprarlo con la formula “name your price”, ricevendo ” a 16-plus page grimoire of illustrations, mandalic forms, and handwritten lyrics”.

Grazie a Kerrie Finlay: la citazione di Bourdieu viene dal suo blog. Grazie anche a Marco Vasile, che mi ha avvertito riguardo all’uscita del disco completo: dopo che metà album era stata pubblicata come EP (Volume Uno Capitolo Uno: questi la stringatezza non sanno manco dove stia di casa, e nemmeno io) ero pronto a scommettere che anche stavolta non se ne sarebbe fatto nulla. E invece.

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One Response to “Circle Takes The Square e il capitale sottoculturale emo”


  1. 1 Aspetto che esploda (di bolle speculative e capitale sociale) | mestolate

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