Il fondo del barile – Intervista ai Fine Before You Came

10Mar13

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Visto che non ci abbiamo un cazzo da dire eccetera eccetera, ecco il clamoroso ripescaggio di un’intervista ai Fine Before You Came risalente a circa un anno fa. “Ormai” era appena uscito, e io ho contattato il gruppo per conto del defunto Feedback Magazine (la fanzine sulla quale noi due di mestolate abbiamo varato il nostro sodalizio finto-giornalistico). L’intervista è apparsa sul numero di Marzo/Aprile e sul blog di Feedback, che figurava tra i collegamenti esterni alla voce Wikipedia del gruppo. Ma quel blog non c’è più e il link era un broken link. Per cui, dopo un paio di figure di merda, ho capito come modificare l’articolo wiki e ci ho messo un link a questa pagina, spammando malamente mestolate sull’unica e sola fonte delle nozioni che sono solito millantare.

A parte riesumazioni e servizi resi all’umanità, sono molto legato all’intervista. È una delle poche cose preziose e soddisfacenti  che ho fatto nel 2012. Quell’altro non si straccia le vesti, ma per me i Fine Before You Came sono una specie di gruppo della vita.

Ho letto una vostra intervista in cui raccontate la scrittura di “Ormai” come non facilissima: non si trattava di un semplice disco nuovo, ma del seguito di “Sfortuna”, album cruciale per molte ragioni. Oggi, che tutto è compiuto, come giudicate il peso del precedente disco su “Ormai”? Quanto ha effettivamente influito sulla composizione e sulle vostre dinamiche umane? E che traccia ha lasciato “Sfortuna” sul nuovo album, nel bene e nel male?

Pensare a “Ormai” ci faceva un po’ paura. “Sfortuna” era venuto così di getto che avevamo il timore che qualunque cosa facessimo potesse risultare inevitabilmente più cerebrale e meno di pancia. Invece il fatto che tante cose siano cambiate nelle vite di tutti e 5, che il tempo per suonare si sia ridotto all’osso, paradossalmente ha aiutato, facendoci trovare proprio quell’urgenza che avevamo un po’ paura di perdere. Abbiamo sempre voglissima di suonare, e trovarsi due volte al mese (quando va bene) ti fa dare tutto quanto proprio in quelle 4 ore lì, perchè poi chissà quando sarà la prossima volta.

Sfortuna” aveva smussato gli spigoli del disco omonimo; “Ormai” sembra spostarsi ancora, in una direzione ulteriore: quasi scomparsi gli elementi più diretti, la “forma canzone”. Il suono è diventato pura atmosfera, persino nei brani più tirati [a proposito: tanti complimenti a Pilipella]. Che ne pensate? Cosa ha maggiormente influenzato il processo compositivo?

Abbiamo lavorato come sempre. Trovandoci in sala prove, prendendo gli strumenti dopo un sacco di tempo, facendo della cacofonia con le teste abbassate per un paio d’ore fino a che non arriva il momento in cui per qualche motivo che ancora non abbiamo capito qualcosa comincia a suonare bene. Così comincia un pezzo. Nessuno di noi porta mai riff da casa. Nessuno di noi ha tempo di suonare a casa. E forse nemmeno voglia. C’è forse una differenza a livello di suoni, volevamo che il disco risultasse meno cupo. Abbiamo mantenuto la presa diretta perché non può esserci altro modo di registrare per noi, abbiamo lavorato tanto sugli ambienti per far sì che venisse fuori la stanza. Gira tutto intorno alla stanza. Stiamo inventando, noi di ste cose non ci capiamo una ricca sega. Ma io non so nemmeno di cosa stai parlando. Però è vero.

Alcune recensioni di “Ormai” che ho letto online considerano i nuovi testi un naturale seguito di “Sfortuna”, la ferita di un abbandono che non accenna a rimarginarsi. A me pare invece che il focus si sia spostato. Da un evento drammatico, uno squarcio, l’attenzione sembra ora rivolta alla vita quotidiana, le sue malinconie e le sue rinunce. I momenti difficili di una coppia nelle prime tre canzoni, le difficoltà personali (ma in un’ottica “paterna”?) di Capire settembre, fino alla rassegnazione del finale. Il buio totale di “Sfortuna” sembrerebbe aver assunto sfumature più varie, agrodolci. Potete dirmi qualcosa dei testi?

In tutte le recensioni che abbiamo letto c’è sempre “Sfortuna”, c’è sempre la tristezza, ci son sempre piogge di lacrime e disperazione e sconfitta e dolore. La tua interpretazione di “Ormai” è molto simile alla nostra. Questo non vuol dire che sia per forza quella giusta perchè immaginiamo che il bello della musica sia proprio il fatto che ognuno possa viverla in maniera diversa a seconda del proprio umore e del proprio vissuto. I testi che scriviamo non parlano solo di coppie di amanti o di dilemmi di giovani padri. Spesso parlano di noi come gruppo. Alla fine non è un caso se il disco si apre e si chiude in quel modo, con quelle due frasi. La cosa certa è che cercare di analizzare i motivi per cui un testo è stato scritto in un determinato modo da un determinato individuo rischia di limitare la capacità del testo stesso di appartenere a più persone. E’ come quando ascolti un pezzo e nella testa ti disegni un immaginario tutto tuo. Poi arriva il videoclip e te ne impone un’altro. Forse questa dei videoclip non c’entra una mazza. Oppure sì. Hai capito no? Certo che hai capito. Del resto sei fino a questo momento quello che ci ha fatto le domande più belle.

C’è chi ha parlato, per descrivere il post-”Sfortuna”, di hype. Merito forse di alcune contingenze – vedi l’accostamento con La Tempesta. Credo però che la vera causa sia l’empatia. I vostri ascoltatori hanno cominciato a sentire i testi (finalmente in italiano) dentro di sé, come pagine del proprio diario. Hanno cantato a squarciagola con voi ai concerti, hanno letto le vostre risposte ai commenti sui social network, sempre disponibili e divertenti, come parole di vecchi amici. Qualcuno ha scritto su Debaser “i FBYC sono seguiti e amati – perché c’è molta gente che li ama proprio, come con i gruppi di una volta”. Tuttavia, proprio all’indomani di questo momento importante, il gruppo ha smesso di essere, per ragioni personali, una vostra priorità. Come vivete questa situazione, che per moltissimi gruppi sarebbe dolorosamente contraddittoria? Come immaginate il futuro dei FBYC?

Come fa la banda ad essere una priorità quando hai dei lavori e delle famiglie? dovresti far coincidere banda e lavoro. Ma se la banda diventa il tuo lavoro sei costretto a suonare per tirare a campare, magari controvoglia. E allora si spegne tutto. Forse è proprio questa cosa che ci salva, e che ci fa percepire come genuini e quindi in qualche modo amici. L’hype, La Tempesta e ste menate son cose che non ci riguardano. La Tempesta è gestita da un nostro amicissimo che ci sentiva a stamparci il disco e che lo ha sentito quando è uscito, non un minuto prima.

Noi siamo contentoni di suonare 2-3 volte al mese, mettere insieme i soldi per pagarci le prossime prove, le registrazioni e se avanza qualcosa anche qualche bolletta o rata dell’asilo per i nostri figli. Il lavoro è un’altra cosa. La banda è bella. Il lavoro è brutto. Poi se il lavoro è bello sei fortunato.

E’ uscito un libro di nome The new rockstar philosophy, sorta di vademecum per musicisti nel presente digitale. Non l’ho letto, ma sbirciando in giro ho letto di suggerimenti tipo “Tre tweet al giorno sono l’ideale per comunicare con la fanbase” e “allontanate dalla band i vostri amici se col loro scarso impegno possono compromettere il vostro sogno”. Mi trovo davanti un gruppo che ha fatto uscire il suo attesissimo disco così, senza alcuna promozione, all’improvviso. Un gruppo che mette la musica in free download e allega, a mo’ di disclaimer, “I Fine Before You Came sono e sempre saranno Marco, Filippo, Mauro, Jacopo e Marco”. Sul serio, come ci si riesce?

Non ne abbiamo idea. Per noi è la cosa più naturale del mondo. Non ci piace Internet e non sappiamo nemmeno tanto bene come si usa. Ci piace solo perché ci fa ascoltare tanta musica aggratis. È imprescindibile per noi che i nostri dischi siano aggratis su Internet. Poi il fatto che ci siano sti strumenti del demonio tipo facebook che ti fanno essere a stretto contatto con la gente che ti segue è molto bello, ma non pensiamo possa essere uno strumento da utilizzare per fini di marketing. Le persone se ne accorgono quando le usi per il marketing. E allora a quelli che ascoltano, ad esempio, uitni iuston piace proprio essere oggetto di campagne marketing, si sentono importanti così. E ci va benissimo. Ma non è il nostro. A noi serve per parlare con le persone, per dire “o è uscito il nostro disco eccolo qua, diteci che ne pensate”. Non potrebbe essere altrimenti.

“Ormai” e tutti gli altri dischi dei FBYC sono in dowload gratuito

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2 Responses to “Il fondo del barile – Intervista ai Fine Before You Came”


  1. 1 Intervista ad Andrea Pomini | mestolate
  2. 2 Fine Before You Came – “Come fare a non tornare” | mestolate

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