PUTTANE SOLDI. Lustrini e autorialità in “Spring Breakers” di Harmony Korine

22Mar13

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Mestolate comincia da oggi a parlare, senza alcuna cognizione di causa, anche di cinema. Artefice di questo sforzo non richiesto è un’altra inquilina – l’inquilina – di Casa Bruttini, una ragazza acqua e sapone che si occupa principalmente di pasta al sugo e detersivi fatti in casa. Sottolineiamo questa cosa nel caso le sue analisi critiche dovessero causarvi un qualsiasi complesso d’inferiorità.

E’ la svolta del pop-male, non fumettistico ma aderente a uno spettro di colori finti che caratterizzano un mondo fatto di pistole.

“Un film dove non si consuma niente perchè tutto è già consumato”
Federico Pontiggia, furbo occhio critico , l’aveva detto all’unisono con chi ha sgranato gli occhi davanti a un James Franco coi denti dorati attorniato da fedeli bikini fosforescenti con dentro ragazzette: “non vincerà il leone d’oro, ma ha già vinto”.
Il colore è la violenza per l’occhio, quanto gli spari in dissolvenza lo sono per l’orecchio.
Il racconto tratta di un gruppo di ragazze che invece di abbattere una barriera col rito di passaggio, sfondano un velo che all’inizio definisce una anarchica indecenza, sempre tra promesse tanto adolescenti quanto superficiali, poi tocca l’illegalità che puzza di polvere da sparo e lustrini.
Alcune sbarbe in questione, la Gomez e la Hudgens, provengono dal mondo acquerello di Walt Disney: qualche taglia di reggiseno in più gli ha fatto guadagnare quello acrilico di Korine, che non si fa nessun problema ad apostrofarle come “les chiennes, en francais”.
Korine poi definisce il nuovo prodotto in relazione all'(H)armonia di quello fatalistico per eccellenza: le ragazze diventano colonne portanti di una spirale di violenza, sulle note di una Britney Spears che si fa colonna sonora anche del sentimento. Quando il mondo di Biancaneve e della pucciosità incontra quello del denaro e delle armi, il regista non può che essere felice nel suo profetizzare “all Disney fans gonna like my shit”.

Britney Spears, icona decaduta e perciò cara alla poetica dell’autore, ritorna appunto come esplicazione della profondità del sentimento tra le sbarbe e il dj in questione, il quale le riconosce come sue anime gemelle nella memorabile scena della simulazione di una fellatio (da parte di J. Franco) alla canna di una pistola:

www.indiewire.com

Poco dopo questa perla di decadenza fosforescente, per rincarare la dose di incredulità spettatoriale, Alien, il dj, invita le sue ragazze ad ascoltarlo intonare al pianoforte bianco, al tramonto , “Everytime” della ex diva del pop.

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Ecco dunque il film in cui l’ottica di massa, coi suoi lustrini d’eccellenza, si scontra con un’autorialità piuttosto decisa, che si prende gioco di un gruppo di ragazzette, facendone delle star, chiamandole cagne in francese, perchè, probabilmente, il francese neanche lo sanno.
Korine si nasconde dietro a , parole sue, un film che non vuole dire niente, non vuole trasmettere qualcosa in particolare, quando invece dovrebbe andar fiero dell’aver celebrato la tirannia del vuoto, l’apoteosi dell’essere finto, anche dove si cerca di essere più pieni. Le attrici in questione sono già nella spirale di questo gioco, convinte di interpretare la parte del copione, dove invece recitano proprio ciò che sono, non a livello personale forse, ma generazionale almeno. (delle cagne, grazie Korine).

Siamo sul terreno in cui la soggettività si fa oggetto, dunque, di una presa di posizione nei confronti del trash che spopola come categoria non più solo estetica ma anche esistenziale; dove la leggerezza dell’effimero abbraccia giovani corpi sodi che esistono nel loro essere intangibili, inarrivabili, e vite sconclusionate che si definiscono in feticci che probabilmente all’asta del kitch andrebbero a ruba, come il ciondolo-gangsta a forma di gelato indossato da Archie. (al pari della bottiglia a forma di pistola con cui le ragazzette si sbronzano, già vista in Machete)
A vincere quindi è il film fatto di carne giovane e stupida, di uomini scemi invaghiti e innamorati della novità entusiastica propria di chi quei costumini striminziti li riempie e li porta a spasso in scooter con le sneakers. O forse a vincere amaro è la percezione che il film vale il pubblico che vede questo; ovvero l’inarginabile voglia di guardare involucri vuoti ma festosi, terrificanti quanto finti. E’ la locura: è la cazzo di locura.
Lo spring break non finisce, almeno non a livello temporale, anzi. E’ lo spazio dove vivere ossimori ontologici: crescere restando uguali, amarsi senza consumare, vivere uccidendo.
La modestia di Korine allora è esattamente come il minipony ricamato sul passamontagna fucsia indossato prima del fucile: sta lì, evidente , ma è un’altra cosa.

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2 Responses to “PUTTANE SOLDI. Lustrini e autorialità in “Spring Breakers” di Harmony Korine”

  1. 1 Emilio

    Bang giù nel canestro!

  2. bella recensione


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