Ntò – “Il coraggio impossibile” (AKA “per una volta una recensione sobria”)

04Apr13

ilcoraggioimpossibile

La prima cosa che ho pensato ascoltando “Il coraggio impossibile”, debutto solista (quasi del tutto in italiano) di Ntò, è stata: “queste metriche suonerebbero benissimo in napoletano”. In realtà bastava riascoltare, liberarsi dall’ansia della rima baciata e del torcicollo in direzione Co’ Sang, per trovarsi di fronte a versi raffinatissimi. Solo mettendo tra parentesi la rabbia e la crudezza del dialetto Antonio poteva darsi a una fase diversa della sua musica.

Perché “Il coraggio impossibile” è una fase diversa. A volte sospetto che neanche Ntò se ne renda conto al 100%, ma il risultato più importante era liberarsi dalla sindrome del post-Co’ Sang. E mentre chi ascolta, chi scrive le recensioni, chi fa le interviste non può fare a meno di quel riferimento, il disco è già da un’altra parte. E’ un progetto compiuto, che ha una logica propria, lontanissima sia dalla “poesia cruda” del passato sia dal bisogno spasmodico di separarsene.

“Il coraggio impossibile” non è poesia cruda, è musica italiana. Nel bene e nel male. Ha un sapore mediterraneo, vive aggrappato alla melodia (le basi dolcissime di Nazo, ma anche e soprattutto il cantato di Antonio, che è la vera rivelazione del disco per come si svolge e si combina al rap), parla spesso e volentieri d’amore. In questo senso le vette del disco sono la titletrack e, soprattutto, Se ti avessi ora. Il brano con Enzo Avitabile, zio di Ntò, non è solo la miglior collaborazione del disco, né una riuscitissima riunione di famiglia: è la forma compiuta a cui, idealmente, tutto “Il coraggio impossibile”, nei suoi brani brevi e a volte quasi abbozzati, sembra tendere.

In confronto a questo, l’altra parte dell’album – quella fatta di synth e lustrini – passa in secondo piano, anche se non in senso necessariamente qualitativo: il singolo Je rappresento e il beat della finale Notte straordinaria rimangono cose grandissime (sinceramente mi aspettavo un po’ di più dai featuring di Clementino e Rocco Hunt).

Ciò che mi mette in imbarazzo è la poetica su cui riposa parte del disco. Quella sì, incomprensibile se non partendo dai Co’ Sang di “Vita Bona”: quel disco finiva dicendo “Noi celebriamo la vita”, e “Il coraggio impossibile” mantiene perfettamente la promessa. Prende il lato splendente del gangsta rap, lo adatta in modo credibile alla realtà di Marianella e alla vita di un mc che si sta prendendo le sue soddisfazioni – donne, automobili, qualche soldo in tasca. Tutto bonario, e fondamentalmente umile: il lusso non è arroganza ma voglia di vivere, la rabbia stessa è fame di vita. Dimentica falce e martello/ è più di prima forchetta e coltello.

Si tratta chiaramente di un problema mio; di un first world problem, per giunta. Ma rimane comunque una chiave d’interpretazione del disco. A partire dalla copertina: una citazione di Michelangelo, che riesce allo stesso tempo a sembrare fine e, come ha detto qualcuno su un forum, “una napoletanata”. Tutto è fine e tamarro nell’arte di Ntò: immagini poetiche e marche famose, citazioni ricercate e momenti pacchiani, booklet curatissimo ed errori di ortografia.  Il culturalismo mi fa cacare, sennò tirerei tranquillamente fuori il barocchismo mediterraneo e la sceneggiata napoletana. Ma alla fine chi se ne frega: rientra tutto nella poetica grandiosa di un rapper che, anche quando sembra appiattirsi sul bling bling, sta musicando un film completamente diverso. Da bimbo a uomo, da puro a ambiguo perché esperto/ trito, rullo Tangerine poi lo lascio spento/ Scrivo sullo screen rime che sanno di crimine/ il carisma dei capi/ imitato nelle mimiche dai ragazzini/vendette benedette dalle palazzine con parole ben dette/ strozzato coi calzini non ancora ventenne…

Dimenticavo: leggetevi quest’intervista al principale schieramento cazzaro a noi opposto. Spiega tutto ciò che rimaneva da spiegare.

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