Una cosa lunghissima e delirante per gli amanti del calcio e dei Club Dogo

06Apr13

Avvertenza: questo articolo tratta di due temi che si suppone essere molto popolari, il calcio e i Club Dogo, principalmente allo scopo di poter aggiungere tag che attireranno tantissimi visitatori, ma anche per sviscerare questioni importanti. Tutto quanto però, è fatto per amore della polemica e dell’ironia, senza voler indagare gli aspetti umani e personali dei personaggi trattati.

zamorano

L’illuminazione alla base di questo articolo nasce dall’idea di spiegare la differenza tra la cultura italo-europea e quella nordamericana, constatando lo schifo di americanizzazione che ci ha investiti (dove per americanizzazione intendo principalmente il paradigma neoliberista) attraverso lo sport: nel basket NBA i giocatori hanno da sempre scelto i numeri a casaccio (non dall’1 al 5), l’importante è il nome scritto sulla canottiera. In Italia il calcio tradizionale voleva invece le magliette rigorosamente numerate dall’1 all’11, senza il nome del giocatore stampato sul retro (tralasciamo il discorso degli sponsor). Purtroppo, come tutti gli aspetti della nostra realtà, anche il calcio euro-italiano si è deteriorato a livelli disgustosi, pieno di tamarri di merda con le creste e i tatuaggi colorati, fino agli imbecilli che fanno il saluto romano senza conoscerne il significato. Un primo sintomo del cambio strutturale è partito con l’idolatria del numero 7 di Shevchenko, che comunque era bravo e sta simpatico a tutti nonostante avesse richiesto Berlusconi come padrino al battesimo di proprio figlio. In generale, all’inizio andavano di moda i numeri “diversi”, tipo il 99 (Ronaldo) se il 9 (i numero del ruolo di cannoniere) era già occupato, oppure l’imbarazzante 18 di Zamorano con un piccolo + a fare capolino tra i due numeri, poi il 17 per esorcizzare la sfiga, poi la propria data di nascita o numeri fortunati alla cazzo di cane e ormai nemmeno i portieri sono più riconoscibili con la prima cifra. Questo ha portato ad una svalutazione del numero 10, il ruolo di fantasista per eccellenza, il campione, prima sognato da tutti. Ecco un risvolto della crisi dell’auctoritas che sconquassa il nostro paese, dove nessuno può più parlare con autorevolezza perché il concetto stesso di autorevolezza è bistrattato, eclissato, non va più di moda; ed ecco che ci ritroviamo con Vito Creamy capogruppo al Senato.

platini

L’idea mi è venuta da questo video e da quello che ci raccontava Andrea Pomini sull’industria anglo-americana che sta dietro ai musicisti riconosciuti internazionalmente. Chissà cosa sarebbe successo se fossimo stati bombardati da un’egemonia culturale indonesiana per decenni insomma. Magari avremmo giocato a cricket o fatto ammazzare i galli tra di loro come nuovo sport nazionale. Comunque, ho subito sottoposto la mia teoria all’altra metà pensante di questo blog. Il botta e risposta che segue spiega anche la genesi della seconda parte di questo articolo (i puntini sono messi a caso, non riuscivo a cancellarli):

  • tu secondo me nei post di mestolate sveli il tuo volto criptofascista. è già accaduto con lilin
  • ma in realtà mi chiedo: perché non dovrebbero scegliersi il numero che più gli aggrada?
  • ma te una palla non sai neanche di che forma è fatta
  • lascia perdere
    ma che c’entra la palla? hai ragione, ma è facile spegnere così le mie obiezioni
  • ma scusa secondo me non ne capisci tu, tanto che il calcio italiano dà ragione alla mia idea
  • siamo io e il calcio italiano contro di te
  • non possono scegliersi il numero perché rovina il codice etico del gioco, che è importante quanto il regolamento stesso
  • vale a dire?
    cioè di che etica parliamo?
  • vale a dire il fatto che è uno sport di squadra
  • dove tutti sono importanti e la differenza sta solo nel ruolo che hanno in campo
    il numero sulla maglia rispecchia soltanto la posizione di gioco
    mentre il nome e la scelta libera sono individualisti.
    evvabbè non ti sembra di stare prendendo i simboli troppo sul serio? la violazione di questo principio avviene già quando ronaldo è considerato il supercampione fuoriclasse al di là della squadra
  • e i bambini vogliono la t shirt di messi e non semplicemente quella dell’argentina. cioè hai ragione, ma è più un sintomo che la causa
  • adesso ci attacco il pezzo di karkadan
  • ahah
  • e faccio un parallelo tra la degenerazione calcistica e quella dei testi dei dogo
  • ahah ma tu sei matto
  • che sono degli ottimi esempi tra l’altro, in una puntata del loro programma su mtv c’erano loro che giocavano a calcetto
  • con le maglie personalizzate
  • beh sì sono milanisti mi sa. ah ecco quello è il link
  • cmq è interessante la tua teoria, ci sto rimuginando sopra

Detto, fatto. In realtà del pezzo in sé non è che possa dire molto, dato che canta in arabo. Tecnicamente mi sembra impeccabile, la metrica ci sta benissimo sul beat zarro-dance e lui come personaggio mi incuriosisce positivamente, dice di rappare di temi socio-politici che riguardano il suo paese. Ma la tipa mezza nuda del video che balla con la bandiera americana e con quella dell’Unione Europea (per la precisione, entrambe compaiono all’inizio del video ma poi lei preferisce quella a stelle e strisce)?! L’estetica tamarra, come si diceva sempre con Andrea Pomini, non ha confini geografici, ma il tunisino Karkadan vive a Milano, dove è entrato ufficialmente a far parte della Dogo Gang.

karkad

Qui, da metà del minuto 38 circa (ma la puntata intera è di una bellezza abbacinante, guardatevela tutta), avviene il punto di congiunzione che descrivevo: una troupe televisiva segue Jake la Furia e Don Joe durante una partita serale di calcetto con gli amici, mentre il terzo dei Club Dogo, Gué Pequeno, si trovava in una compagnia certamente migliore della mia adesso, come può ben illustrare questa inquadratura che rimarrà impressa per sempre nella storia della televisione italiana:

guep

Il calcio a 5 o a 7 è già, di per sé, la morte dell’originale. Ovviamente, queste persone che non si fanno mai mancare nulla non potevano esimersi dallo sfoggiare maglie personalizzate fatte per l’occasione:

donjoe

Dal punto di vista musicale, considero “Mi fist”, primo album dei Club Dogo (2003) senza Dargen D’amico (aka post Sacre Scuole), che pure collabora con la strofa più veloce della storia del rap italiano, un bel disco dal punto di vista musicale. Don Joe svetta come produttore, tirando fuori dal cilindro basi incredibili tipo questa (rovinata dal solito Lamaislam, esponente di quella PMC con cui si aprirà una faida profonda):

Nonostante le apparenze, si dice che i Dogo siano delle persone intelligenti: Jake la Furia aka Fame era un rispettato writer milanese e Guè Pequeno, oltre ad essere figlio di due intellettuali, ha frequentato il liceo Parini a Milano e dato dodici esami di filosofia.

Nelle canzoni di “Mi fist” se la prendevano con gli abusi di potere e il terrorismo nero (“Noi: generazione di BR figli della bomba/ Voi: generazione di PR figli della bamba”) e con i fighetti vestiti da fighetti per passare la selezione all’ingresso (“Scendo dal cavallino Polo e vi prendo a mazzate/ coglioni, milioni spesi per grabe strappate griffate”). Oggi Guè Pequeno è sponsorizzato da Armani e penso che di bamba ne abbiano vista parecchio pure tutti gli altri, per loro stessa confessione.

Dopo “Mi fist” e lo stupro del più bel pezzo hip hop italiano di sempre non ho ascoltato attentamente nulla di quello che hanno prodotto. La picchiata artistica verticale è sotto gli occhi e le orecchie di tutti, e non saranno i soldi a ricomprarla, temo che in cuor loro lo sappiano pure i tre. Ma lasciando perdere le contraddizioni umane, in cui non mi addentro per mancanza di elementi e per non giudicare senza conoscere di persona, si può cogliere il riflesso socio-culturale dalla parabola dei Dogo. Ovvero la riconciliazione col trionfo del sistema di vita neoliberista e dell’individualismo di stampo statunitense post-fordista (quando i consumatori prendono il posto delle classi sociali), tradotto: fai dei soldi e del successo/culto personale la misura della tua felicità. Nelle parole di Guè: «Le velinette sono uno status symbol brutto, materialista, effimero… Ma quando puoi frequentare ragazze che fino a pochi mesi prima guardavi solo per masturbarti… te le fai».

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