Opinioni non richieste su polemiche sterili: Gazebo Penguins

21Mag13
photo by Albo

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Negli ultimi giorni è nata una micro-polemica su RAUDO dei Gazebo Penguins, innescata dal fatto che – nell’ovazione generale – un paio di indignati ci siano andati giù pesante, non limitandosi a stroncare il disco ma ergendo i Pinguini a simbolo di ciò che non va, nella musica e nell’Italia tutta. L’80% della suddetta polemica è stata alimentata da persone – in primis il trio – che volevano semplicemente farsi due risate. Epperò io soffio sul fuoco, perché anche una querelle così stupida può suscitare riflessioni interessanti su tante cose – la critica musicale, l’innovazione nel Rock, il “punk per trentenni” e così via. Riepiloghiamo:

Su Ondarock, Stefano Macchi ha attaccato il disco per la mancanza totale di coraggio e sperimentazione: i trentenni in fissa con l’emo della loro adolescenza sarebbero lo specchio di un Paese che non riesce a voltare pagina.

Sollo, basso dei Gazebo, ha commentato che Macchi non è mai stato adolescente e che, se l’Italietta gli fa così schifo, può anche emigrare – non prima, però, di aver puppato la fava al gruppo.

Sul blog Fritto Misto Macchi è stato vendicato, nell’ambito di una critica radicale al trio di Correggio. Qui, però, le accuse di retromania sono il minimo: i Gazebo Penguins sarebbero dei ruffiani commerciali, esempio più fulgido di una tendenza radicata nell’indie italico: farsi i pompini a vicenda ed esautorare la critica. E’ stato sollevato un riferimento obliquo al fatto che Fritto Misto sia un’etichetta concorrente – non lo so, non conosco nessuno della “scena” e non voglio manco credere all’esistenza di simili dinamiche. Per quanto mi riguarda quella di Fritto Misto potrebbe tutta essere una gag gigantesca.

In ogni caso, Neuroni ha risposto in modo accorato e puntuale alle stroncature. E poi ci sono stati strascichi su Facebook eccetera.

Completamente fuori dal dibbattito, il solito Bastonate ha, in varie occasioni, sollevato la discussione sullo svilimento della critica musicale e il “familismo amorale” della scena, per cui tutti sono amici di tutti e le recensioni o sono agiografie oppure non le fai. Riflessioni forti, che in qualche modo si incrociano con la questione-RAUDO.

Dico subito che al momento, per me (aka metà del blog), RAUDO è il disco dell’anno. Chiusa questa parentesi, riconosco pienamente che, attorno ai Pinguini, ci siano stati molti pompini reciproci. Ergo: molte parole spese in interviste recensioni ecc. hanno funzionato come promozione amichevole del gruppo, sin dalla meravigliosa intervista che, ai tempi di LEGNA, il blog di Jacopo Lietti (ormai scomparso, purtroppo – il blog, non Lietti) dedicò alla band. MA questa cosa non mi dà nessun fastidio e la ritengo anche giusta e piacevole. Il punto è che, secondo me, una certa percezione di cosa voglia dire recensire un disco, e di cosa voglia dire promuovere un gruppo, non c’entrano niente coi Gazebo Penguins e il mondo che gli sta attorno.

Stefano Macchi è una persona, non è Ondarock. Eppure secondo me la sua firma porta un po’ le stimmate di quello che è l’ethos critico della webzine. E cioè: sviscerare i dischi, sezionarli, analizzare la musica. (sparare aggettivi, fissare pietre miliari, inventarsi generi musicali). Va benissimo. La critica musicale non dovrebbe essere “a me mi è piaciuto questo disco, se a te non piace cazzi tuoi”. Credo tuttavia che esista un modo ulteriore di raccontare i dischi: spostare il focus su ciò che sta attorno al suono, raccontare l’esperienza della musica, e se si vuole divagare sui suoi portati (umani, politici, salcazzo). Insomma, mi piace pensare che gli articoli di musica siano qualcos’altro, a parte consigli per gli acquisti e menate personali. Su mestolate cerchiamo di fare così: RAUDO mi fa impazzire; eppure non l’ho recensito, perché non mi va di raccontare il puro piacere dell’ascolto.

Fateci caso: entrambe le stroncature poggiano pesantemente su allusioni extra-musicali. Perché è così che si parla dei Gazebo. Puoi dire che la batteria è tonitruante e che i riffoni che seguono sghembe ma solide traiettorie nineties, ma insomma. E qui c’è il “problema” della musica retro’, della non-innovazione. Se scomponi il disco non necessariamente riesci a capire perché le persone lo amino tanto. Perché faccia quell’effetto. Ogni tanto ho l’impressione che certa critica rock segua una specie di spirito hegeliano: quello che spinge la musica avanti, il genio del progresso. E’ una cosa importante, ma si rischia di perdere di vista le basi vive, comunitarie della musica. Le avanguardie sono preziose, ma non fanno ballare (e pogare, e abbracciarsi, eccetera).

Questo è il significato extra-sonoro dei Gazebo Penguins. Non sono io il primo a dirlo: c’è un qualcosa di fortissimamente inclusivo nella loro musica, qualcosa che ti fa venire voglia di piantarla con il culto della distinzione, con l’infinito sdegno hipster, e sentirti insieme agli altri. Questa cosa deve avere dei limiti e può pure puzzare (lo si sente, specie nell’articolo su Fritto Misto). Però insomma: parliamo di numeri piccoli, dischi gratuiti, gente che si spacca il culo per pubblicarli. Secondo me la pseudo-promozione “dentro la scena” è motivata dal fatto che nessuno, tra quelli che hanno visto il disco crescere, ci ha mai pensato per un attimo in ottica commerciale. Si tratta più della contentezza per il fatto che il disco esiste. E’ il punto d’arrivo, non quello di partenza – celebrazione, non promozione. Cioè, seriamente, ma quante saranno, in Italia, le persone toccate in qualche modo da RAUDO?

Sull’ultima critica, quella del fomentare anche a livello lirico una sorta di nostalgia autoconsolatoria, non ho molto da dire. A me il fatto che oggi il punk lo facciano in 25-30enni per dei 25-30enni suona clamoroso. Quando ero rigazzino i 25-30enni facevano punk adolescenziale: se ci penso adesso mi sembra raccapricciante. Proprio non riesco a capire come si possa liquidare questo aspetto come artificiosamente generazionale. Secondo me è la cosa meno nostalgica e meno da “macchina dal rock” che esista. Che si veda nell’incrocio di questi due processi – reciproca identificazione dentro una generazione “perduta” nelle spire della crisi, e voglia di abbracciarsi sotto un palco – un’incapacità di voltare pagina, è sintomo di un dibattito interminabile attorno al rock.  Ci sarebbe molto da approfondire però l’articolo è già lungo.

E in ogni caso il vero dramma in tutto questo è che io vivo in Australia, se mi affaccio alla finestra vedo le fighe in piscina, e sto qui a infilarmi in queste beghe da pollaio.

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2 Responses to “Opinioni non richieste su polemiche sterili: Gazebo Penguins”


  1. 1 Intervista a Luca Benni (To Lose La Track) | mestolate
  2. 2 Gazebo Penguins @ BonG AKA Traccia uno: analisi del testo | mestolate

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