Un post sulle cover scrause

14Giu13

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Ieri cercavo su Youtube Perdona e dimentica di Todd Solondz, seguito del bellissimo Happiness, e ho trovato questo:

Siccome ci sento qualcosa di sbagliato, ma forse è colpa mia, scrivo il tipico post sulle cover. Mi concentro su quelle suonate dai gruppi di provincia, o con spirito da, e tralascio le mille diramazioni più o meno patetiche – tribute band, tribute album, karaoke ecc.

Ovviamente, il ruolo delle cover è cambiato moltissimo lungo la storia del rock. In ogni caso, credo che esista una sorta di codice non scritto su cosa sia lecito/decente/cool coverizzare, e su cosa non lo sia. Credo inoltre che il 90% dei gruppi di paese non abbia le idee molto chiare in proposito. Mi domando se la mia personale elaborazione della faccenda sia “tipica”, oppure se essa sia completamente soggettiva: lasciatemi un commento se i vostri criteri in merito sono completamente diversi.

Parto da un postulato: mentre generalmente si crede che fare una cover significhi avvicinarsi al gruppo originale o alla canzone suonata, come si dice spesso farla propria, la realtà è che le cover implicano una distanza. C’è di mezzo un’alterità, e non solo perché stai suonando il pezzo di un altro. La lontanza in questione può essere sia “di genere” che qualitativa – cover di mostri sacri vs cover di Gianni Drudi. Le cover sono per il 90% o un omaggio tributo riconoscimento, o una parodia, o una reinterpretazione. Ci sono delle eccezioni, ma me ne vengono in mente poche (chessò, quando due gruppi amici fanno uno split in cui si coverizzano a vicenda).

La misura di questa distanza è determinante, e sforarla è semplicissimo. Se la distanza è troppa la cover è più ordinaria e più di successo: la suoni nei pub e il pubblico è contento. Il rovescio della medaglia è che la possibilità di fare un lavoro squallido è enorme, perché ti misuri con dei capolavori e perché lo fai per la miliardesima volta. Questo è vero soprattutto per un insieme di classiconi da pub che il mio amico Alessio chiama i pezzi proibiti: Black night, Another brick in the wall, Knockin’ on heaven’s door. Mi hanno detto che da qualche parte c’è un negozio di strumenti che, sulla porta della cabina di prova, ordina esplicitamente ai chitarristi di non suonare Stairway to heaven. Il pezzo proibito per eccellenza, flagello delle Giornate dell’Arte, è comunque Paranoid. Paranoid con le parole inventate; Paranoid con la voce death metal; Paranoid senza l’assolo perché non abbiamo fatto in tempo a impararlo.

Siccome ho letto da poco Pierre Bourdieu lo infilo a cazzo in questo articolo. Per i gruppi che hanno appena cominciato e vogliono scriversi i pezzi, le cover band da pub sono fumo negli occhi. E questo è vero soprattutto quando il gruppo originale è scarso e la cover band è brava. Sono in ballo forme di capitale simbolico completamente opposte: il capitale culturale dei sedicenti artisti contro il capitale sociale ed economico di chi aiuta i locali a vendere birre e panini; niente potrà convincere una delle due categorie a seguire la scala di valori opposta. O almeno: la cover band da pub prima o poi avrà l’ambizione artistica, e comincerà a scrivere cose banalissime, mentre il gruppo origginale vedrà il passaggio alle sole cover come un segno di miserabile sconfitta.

Il problema è che i pezzi inediti non vengono composti in due secondi, e per un certo lasso di tempo avrai bisogno di rimpinguare la scaletta in qualche modo. E qui cogliamo il problema della forma opposta di distanza, ovvero quando questa è troppo poca: per sbrigarti fai cover molto fedeli di pezzi simili ai tuoi, e vaffanculo. E’ una situazione che ho affrontato con tutti i miei gruppi: chessò, facevamo nu metal e aggiungevamo Last Resort dei Papa Roach o l’ultimo singolo dei Deftones al nostro repertorio. Si tratta una situazione molto triste, la cui sfiga è però un po’ difficile da sviscerare in modo analitico.

Veniamo alle riletture. E’ significativo come, in molti casi, le tre categorie precedentemente descritte – omaggio, parodia, rivisitazione – tendano spesso a precipitare in una forma unica. Quando ero piccino questa consisteva nelle simpaticissime cover punk, ska-punk o metal estremo di qualsiasi cosa – dal neomelodico napoletano alle sigle dei cartoni. Sembra che per almeno due decenni orde di band abbiano perpetuato questo eterno ritorno, credendo volta per volta di stare facendo la cosa più divertente della storia. A un certo punto è spuntato un gruppo – non certo da pub, né da Giornata dell’Arte – che suonava in versione power/epic metal dei brani da discoteca; ricordo un’intervista su un qualche giornaletto metal degli anni Novanta in cui questi tizi (i Labyrinth? i Rhapsody? i Vision Divine? aiutatemi a ricordare) proclamarono di voler redimere quelle bellissime melodie dal contesto infedele e commerciale al quale appartenevano.

L’involuzione della specie è la cover della versione rifatta.

Per concludere, ecco la top 3 delle cover più imbarazzanti che mi è capitato di suonare nella mia sfigatissima carriera da musicista:

Pagliaccio di ghiaccio, con un consenso di pubblico che mai manco per il cazzo ho mai ricevuto suonando i miei pezzi.

Pardon Me degli Incubus in versione acustica. Nel bel mezzo del concerto, in modo completamente inaspettato, il nostro batterista si alza e urla, a noi e al pubblico, Picciuotti, faciti Pardon Me ca vo’ pisciu!, e fugge alla ricerca di un bagno.

–  La demo di un assolo in stile BB King presente sul cd di una rivista per chitarristi. Questo risale alle prime volte in assoluto che ho suonato con qualcun altro. A scriverlo neanche ci credo. Cioè, non era manco un assolo del vero BB King.

Già che ci sono: questo post lo dedico a Luca, il batterista che correva a pisciare poco sopra. Non passa giorno senza che mi ricordi con un sorriso lui, le sue sparate e le mille cover scrause che abbiamo fatto insieme.

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