PALMS. Se il disco fosse stato brutto, avrei intitolato questo post (FACE)PALMS.

02Lug13
PALMSTravisShinn1

Photo: Travis Shinn

Magari mi sbaglio, ma non mi sembra che in giro si stiano ammazzando a recensire il debutto dei Palms. Strano: radunando Chino Moreno e tre ex-Isis il gruppo parrebbe perfetto per il ruolo di Audioslave degli anni Dieci, sogno bagnato di tutti i metallari inteliggenti della scorsa decade.

Io non credo di essere abbastanza inteliggente da potermi iscrivere alla categoria: mai stato un grosso fan né dei Deftones né degli Isis. O meglio: amo alla follia (e riverisco come parte della mia storia personale) almeno un album per ciascuna band, ma credo che il gruppo di Aaron Turner abbia fatto bene a sciogliersi e che i Deftones, nonostante risultati sempre degni, potrebbero pensare di imitarli. Insomma: c’erano tutte le premesse perché i Palms (ma che nome di merda è?) non mi comunicassero nulla di particolare. Ho citato gli Audioslave non a caso: secondo i membri del quartetto l’equazione Moreno + Isis = Palms sarebbe stata scartata a priori in fase compositiva, in quanto troppo facile e non eccitante; eppure bisogna che mi tolga subito il dente dicendolo: non c’è nulla, in questo disco, che non possiate aspettarvi pensando ai fattori coinvolti.

Tuttavia “Palms” è un bel disco. Spin, che ne ha da qualche tempo lo streaming esclusivo, ha parlato di Dream Metal. La definizione mi piace, anche se a dire il vero non è che ci sia tantissimo Metal in ballo. Il clima è quasi sempre liquido, e sembra offrire una versione distesa dei Deftones nei brani più rispettosi della forma canzone (in particolare le iniziali Future warrior e Patagonia). Eppure il gioco riesce al meglio quando è Moreno a dover seguire i saliscendi cangianti dello-stile Isis: in questo senso, i 10 minuti di Mission Sunset scorrono miracolosamente, cambiando spesso direzione senza perdere un grammo di espressività. I Palms perdono tanto l’andamento nervoso dei Defontes quanto il respiro degli Isis (non si arriva mai tanto in profondità, né si affonda il colpo con quella violenza); Chino in  qualche modo uniforma il clima col suo cantato serafico – eppure proprio questa sembra la sua dimensione ideale, e immerso dentro il quasi dream pop e i Cure virati post-metal di questi sei lunghi brani tira fuori delle melodie veramente toccanti. Bravi, vecchi scoreggioni. Magari risparmiateci un secondo album identico a questo, per favore.

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