Uochi Toki – “Macchina da guerra”

14Ago13

“Quale guerra non finisce in cui nessuno si ferisce?” – Traccia 7

guerra

Sono due settimane che giro intorno a questa recensione e tutto ciò che ho elaborato finora sono solo pochissime righe di appunti sparsi che cercherò di mettere insieme qui sotto. Uno dei motivi per cui non ci sono riuscito prima è il semplice fatto che mi sono addormentato quasi ogni volta che ho ascoltato questo disco, il che non gioca molto a favore del giudizio finale. Tuttavia, se eliminiamo la complicità del mio ascolto disattento in momenti di stanchezza serale, il prodotto è intrigante. Certo è un disco molto complesso, forse troppo mi viene da dire, perché di una complessità che a volte non mi sembra adatta ad essere espressa con la musica. L’impatto delle parole è forte quanto il concept stesso dell’album: la “Macchina da guerra“, o meglio la violenza (o almeno così io l’ho inteso dal momento che questo disco è stato distribuito solo in 300 copie – mi sembra, non credo sia fondamentale controllare ora – solo in vinile e solamente ai concerti, senza promozione né comunicati, ragion per cui mi giravano i coglioni già da gennaio perché sapevo che sarei dovuto partire all’estero per lungo tempo e non avrei avuto modo di acquistarne una copia), che spesso travalica le basi talvolta molto sofisticate ma talvolta fin troppo sperimentali per essere ascoltate.
“Una specie di break-core noise-industriale che fa davvero male alle orecchie, non c’è più spazio per sperimentare, non c’è più spazio proprio, è solo scontro”, una delle mie righe di appunti, appunto.

Macchina+Da+Guerra+cover
Delle sette tracce, numerate e senza titolo, quella che preferisco è la numero due, quella che esprime maggiormente la rabbia che sta dietro l’ottavo (? – boh, ma chissene) lavoro degli Uochi Toki. Rabbia, ma ancora una volta nel suo aspetto di incomunicabilità come nel precedente “Idioti“. La voce di Napo si fa urlata, a tratti isterica (come nell’apostrofe iniziale all'”ascoltatore” nella Traccia 1 o nel finale della qui proposta Traccia 2), come se la battaglia che stesse combattendo fosse già persa in partenza, nonostante la sconfitta sia in questo caso la vera vittoria:

Sono io che vi dimostro come muore un italiano, 
Con il fuoco negli occhi, uno solo contro voi, che siete 5, o 20 
Con la Dea Violenza che mi sussurra negli orecchi:
“Anche se muori, sterminali, non sono degni del mio nome, 
sono nemici della morte”
STAI ZITTA! MI DISTRAI!
Devo rimanere concentrato,
Altrimenti oltre a morire divento come loro, 
Quella che voglio uccidere sei tu,
E per farlo, mi tocca farmi massacrare dai 
Trafugatori di antichi simboli Indù, i discendenti dei coercitori,
Che credono di aver trovato il clou in Fight Club, 
nell’Hagakure, o nell’Arte della Guerra di Sun Tzu.
Non capisci? Devo soccombere in battaglia contro questi, 
Che non sanno leggere Il Signore Degli Anelli, 
E se vinco mi suicido, per non assomigliargli, 
Per spezzare la catena di violenza che 
Continuerebbe a inanellarsi nei miei gesti!

Devo poi riconoscere una gran definizione di antropologia nella Traccia 3, che suona allo stesso tempo come una dichiarazione di intenti da parte della ricerca artistica del duo; toccare con mano e andare a fondo delle cose, sviscerarle completamente attraverso la combinazione di musica e parole:

Dal momento che ritengo inattendibili
I servizi dei telegiornali, come gli articoli,
I documenti video in internet,
I documentari che ti svelano, le foto che
Dimostrano i risultati dei processi, 
E dal momento che
L’unico
Documento che io accetto,
È una persona che racconta a me direttamente 
Le esperienze sue o di altri, rispondendo alle domande
Ed in cambio si lascia raccontare,
Dai momenti qui elencati, chissà cosa
Mi spaventa, nel vederti, Poliziotto, e l’ho capito!

Dato per scontato che al confronto degli Uochi Toki c’è il nulla all’orizzonte nel rap italiano, niente di paragonabile né a livello di testi né di strumentali, mi sembra che i due non siano più riusciti a raggiungere le vette di “Cuore, errore, amore, disintegrazione“, ma questo stesso commento è piuttosto futile dal momento che non è una gara, ma una continua indagine di aspetti differenti della realtà utilizzando gli stessi strumenti in modo sempre diverso.

Resta l’impressione dello scontro, del fatto che non si cerchi in alcun modo di venire incontro all’ascoltatore, ma forse era proprio quello lo scopo del disco, che tutto sommato non rimane fine a se stesso. Dopo aver rinunciato a fare un disco che “non parlasse di nulla”, riparando nel “pop” di “Idioti, forse Rico & Napo sono andati più vicini all’azzeramento di senso con la violenza di “Macchina da guerra“:

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One Response to “Uochi Toki – “Macchina da guerra””


  1. 1 Fuori dalla zona di comfort. Uochi Toki, la complessità e le convenzioni | mestolate

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