Intervista a Luca Benni (To Lose La Track)

22Ago13

luca benni

Ridendo e scherzando, negli ultimi anni To Lose La Track ha sbancato. E’ diventata l’etichetta di riferimento per chi, in Italia, concepisce la musica in un certo modo: dischi in download gratuito, un senso di familiarità che fa sentire “parte di qualcosa” anche chi ha semplicemente scaricato i suddetti dischi senza sborsare un centesimo, e ovviamente gruppi della madonna (fatevi un giro su mestolate: ne trovate quanti volete). L’ultimo colpaccio è “Knots” dei Crash of Rhinos, band inglese dai legami fortissimi con la nostra scena. Un disco che mi fa riflettere su quelli che mi descrivono i The National come “musica emozionante”. All’estero esce per Topshelf e Big Scary Monsters, tanto per gradire.

Di TLLT Luca Benni è l’anima, ed è una persona in cui, se vi mettete a spulciare per bene i ringraziamenti sui vostri dischi, vi imbatterete spesso. L’ho contattato per fargli alcune domande sull’etichetta, sul senso (o non-senso) del lavoro che ci sta dietro, e su dove stiamo andando noi la nostra musica e i nostri social network demmerda.

 

To Lose la Track sta diventando sempre più la stella polare dell’underground italiano: dalla Fuzz Orchestra ai Minnie’s, dai Gazebo Penguins ai Marnero moltissimi esponenti della nostra musica più forte hanno il vostro logo sopra. Considerando la politica del download gratuito, ritieni il ritmo sostenuto delle vostre uscite come un sintomo dello stato di salute della “scena”? E soprattutto: è la conseguenza di un certo riscontro? Fare ciò che fa TLLT è davvero una strada praticabile, che alla fine paga, o è più uno sforzo motivato dalla passione?

Partendo dal presupposto che se non ci fosse la passione tutto questo non avrebbe senso diciamo innanzitutto che alcune delle uscite sono delle coproduzioni, ad esempio Marnero e Fuzz Orchestra hanno vere e proprie cordate, però sono coproduzioni sulle quali crediamo, perchè ci piace la musica e le persone che la fanno e sulle quali TLLT vuole mettere il suo timbro di qualità =)

Capita spesso che qualche amico ci chieda l’aiuto per la distribuzione, per un supporto logistico e distributivo o semplicemente per la promozione e se ci sono le condizioni di cui sopra lo facciamo ben volentieri. Sul sito però abbiamo messo un disclaimer abbastanza forte perchè già così, come anche tu sottolinei, è veramente complicato, economicamente in termini di soldi e di tempo, riuscire ad andare avanti. Il riscontro fortunatamente c’è, ci sono i best seller, ci sono cose che vanno bene altre peggio, ma il traguardo è sempre quello di pareggiare i costi di un’uscita e poi reinvestire eventuali proventi in altra buona musica e belle persone.

Il suddetto download gratuito fa spesso il paio con delle edizioni in vinile curatissime. In effetti, la cultura del “disco fisico” sembra sempre più una barricata in questi tempi di caos dell’industria discografica, e di sostanziale svilimento dell’ascolto. Penso per esempio al Record Store Day: si direbbe che recuperare l’oggetto-disco sia un modo di resistere a quella che sta diventando una minaccia per la sopravvivenza dell’industria musicale (anche quella più piccola). Però mi chiedo se non si tratti di un passo indietro, un rifugiarsi dentro una sorta di materialismo/feticismo. Niente di male, ma neanche una cosa così nobile (a parte la bellezza del packaging ecc., che in sé è ovviamente ha un valore artistico). Che ne pensi? In che direzione vedi il futuro del “fruire la musica”? E, secondo te, chi compra i dischi TLLT e perché: gratitudine, collezionismo, comprensione delle dinamiche dietro il fare un album, abitudine da “sopravvissuti”?

La storia recente parla chiaro, si va sempre più verso una smaterializzazione della musica che ha portato ai file mp3 e ora già si parla di mettere in archivio pure quelli a fronte della musica in streaming dappertutto grazie al diffondersi dei vari servizi tipo Spotify, Deezer, etc. etc.

D’altro canto, fino alla mia generazione e almeno quella dopo la mia, siamo stati abituati a fruire la musica in modo diverso, in modo più fisico. Non ci trovo tutto questo male ad essere tacciato di feticismo, collezionismo e quant’altro ma non è fine a se stesso. Se un disco mi piace, appena ho qualche soldo lo compro, meglio se in vinile, me lo rigiro in mano, lo annuso e ogni tanto lo ritiro fuori e me lo ascolto, anche se magari ho già consumato la sua versione digitale al computer, in macchina (dove passo tante ore), nell’iPod. E’ una visione vecchia? Forse. Che fine faranno i miei dischi quando morirò? Recentemente mi sto chiedendo anche questo: beh, spero che generino emozioni in qualcun’altro, magari nei miei futuri figli.

In tutto questo spero che chi si avvicina al mondo di TLLT abbia un minimo di passione nei confronti della musica, dubito che si tratti di un ascoltatore casuale che sente i nostri gruppi nelle radio commerciali o in televisione. Certo è che acquistando i dischi direttamente dall’etichetta o ai concerti, si supportano i gruppi e l’etichetta.

In un’altra intervista hai detto una cosa tipo “Punk sì, ma col computer in testa”. In effetti To Lose La Track unisce una certa umiltà, il download gratuito, un rapporto personale con gruppi e pubblico a un atteggiamento aperto e pervasivo rispetto al web: lo usate con intelligenza e non vi precludete manco piattaforme controverse come iTunes e Spotify. Tornando a quel “Punk sì, ma…”, dove sta, secondo te, la linea prima della quale bisogna fermarsi? Qual è la differenza tra una indie e una semplice “piccola etichetta”, e come è cambiata l’etica dell’indipendenza dentro l’attuale mercato discografico?

Il problema delle piattaforme controverse lo risolviamo in partenza mettendo il disco in free download (che è per il 90’% delle uscite di To Lose La Track). Se un ascoltatore si avvicina al gruppo perchè ha comprato il disco su iTunes, va bene lo stesso, magari dal disco successivo verrà a conoscenza dell’etica che ci sta dietro e quindi potrebbe andare bene anche così.

In generale non voler usare alcuni strumenti (es. Spotify) secondo me vuol dire rimanere un passo indietro e combattere questa da guerra in modo impari. Internet invece esiste anche per dare le stesse armi a tutti; gli hacker degli anni 70 ci hanno insegnato che solo una profonda conoscenza dei mezzi ci permette di difenderci e di combatterli. Scherzi a parte, il rifiuto a priori di una tecnologia è sbagliato perchè, volenti o nolenti, questo è il percorso che sta facendo la fruizione della musica oggigiorno. Autoproduzione vuol dire anche battere certi canali da soli, grazie agli strumenti che Internet mette a disposizione.

La mia etica mi impone di non lucrare sulle band e sul lavoro altrui ma reinvestire gli eventuali proventi di cui sopra su nuova musica e nuove band perchè tutto quello che faccio lo faccio perchè mi piace, se mi mettessi a pensare “produco quel gruppo perchè vende di più”, vorrebbe dire che ho tradito me stesso ed il motivo per cui è nata To Lose La Track. Se dovessi considerare questo come un lavoro (avendone già uno per giunta) non so dove andrei a finire invece in questo modo mi sento libero e realmente indipendente.

Un paio di recensioni hanno stroncato RAUDO dei Gazebo Penguins facendo riferimento a un clima particolare della scena italiana, a metà fra “piagnoni trentenni” e “autocelebrazione” [la mia l’ho detta qui: https://mestolate.wordpress.com/2013/05/21/opinioni-non-richieste-su-polemiche-sterili-gazebo-penguins/]. A parte quei due casi, ho sentito più voci descrivere la scena come una realtà dominata da un certo buonismo, i cui membri preferiscono non rompersi il cazzo a vicenda (per cui, ad esempio, la critica musicale sarebbe un continuo endorsement dei gruppi di amici di amici). Allo stesso tempo, i legami tra molte delle band che voi pubblicate sono nati nel passato, e spesso la rispettabilità viene proprio dal fatto che “in quel gruppo ci suona Tizio, quel festival lo organizza Caio”. Vale a dire: la credibilità sembra qualcosa di fisso in alcune pratiche passate, e il presente sembra – di nuovo – una forma di “resistenza”. Come la vedi? Ti sembra che il “punk” italiano sia effettivamente un revival degli anni Novanta, o ritieni che ci siano degli elementi di novità importanti? C’è un ricambio generazionale all’orizzonte? E in che forma?

La storia sulla critica musicale va avanti da sempre, per quanto mi riguarda dagli anni 90 quando mandavo i demo del mio gruppo prog metal a Metal Shock e c’era sempre un tizio di Roma che stroncava quello che facevamo, poi una volta cambiò il tizio, ma le recensioni erano sempre di merda. Tutta questa manfrina per dire che a volte certe “voci” lasciano il tempo che trovano, ci sono recensori che mi hanno tampinato (amichevolmente) per tanto tempo prima dell’uscita dei nuovi di Crash Of Rhinos e Gazebo Penguins che non vedevano l’ora di ascoltarli proprio perchè erano contenti di farlo e non per fini giornalistici e non credo perchè fossero amici delle band. Riguardo al buonismo non saprei dirti, conosco da anni, qualcuno anche da 10 anni, tante band e personaggi con cui collaboriamo e ogni volta che si vede per la strafa è sempre una gioia, un abbraccio, una birra e via. Prendi il festival che c’è il 21 settembre al circo Arci La Svolta a Milano: queste sono le cose che fanno bene, una valanga di gruppi, persone disponibili che fanno di tutto per tenere il prezzo del biglietto basso, gruppi che iniziano a parlarne 3 mesi prima con le lacrime agli occhi.

Ricambio generazionale, sia per chi suona che per chi organizza c’è e la credibilità si acquista sul campo, oggi come allora, solo che ci vuole tempo per acquistarla, come in tutte le cose. Anche in questa società super veloce del tutto e subito.

Ultima domanda, in cui mi ricollego alla precedente. La politica dell’etichetta è riportata chiaramente nel vostro sito:

Parafrasando il buon vecchio Andrea Pomini per Love Boat anche noi abbiamo una “politica” di produzione abbastanza particolare: non mandate nulla, nè dischi nè link. To Lose La Track rispetta ed ammira lo sforzo di ogni gruppo nel produrre e promuovere la propria musica e i propri testi, ma non siamo un’etichetta a cui mandare i demo sperando in una produzione; tutti i dischi che produciamo sono opera di amici a cui vogliamo bene e con cui abbiamo costruito qualcosa oppure che hanno qualcosa in comune con noi e con la musica che facciamo.

Chiunque abbia idea di come funzioni il mondo delle etichette indipendenti capisce benissimo. Ma là fuori è ancora pieno di gruppi che mandano dischi a chiunque aspettandosi che la figura mitologica del talent scout spunti fuori dalla loro casella mail, o dal pubblico del pub di provincia in cui suonano, per proporgli un contratto miliardario. Che discorso faresti, e che consigli daresti, a dei ragazzini che hanno appena formato un gruppo? E a qualcuno che vuole fondare la propria etichetta indipendente?

Ti potrei incollare benissimo una chat classica che mi capita di intraprendere con uno dei tanti ragazzi che mi contatta via Facebook per motivi “discografici”. E ti giuro che sono tanti, anche in email. Rispondo a tutti ma mi ci vuole tempo e di quello ne ho veramente poco.

In genere tendo a scoraggiare subito chi scrive in cerca di un contratto discografico (mai stipulati con le mie band), spiegando l’autoproduzione è importante, che poi è la stessa cosa che ho fatto io e che sto ancora facendo; e che poi, più in generale, una band deve essere anche attiva, organizzare concerti e sbattersi, invitare altre band, organizzare scambi, prendere contatti con altre realtà simili e via, insomma l’aspetto più sporco ma anche più divertente del suonare. Solo così si riesce a tenere vivo tutto, non aspettando la manna dal cielo, che tanto oggi non arriva più.

A chi vuole fondare la propria etichetta dico “buona fortuna”, ci vuole coraggio, ma se le motivazioni e la passione ci stanno le cose poi riescono. Siamo l’esempio lampante.

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One Response to “Intervista a Luca Benni (To Lose La Track)”


  1. 1 Classyfica di fine anno | mestolate

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