Intervista ai Marnero

04Set13

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Stiamo cercando di farvi capire che “Il Sopravvissuto” dei Marnero è uno dei dischi più belli dell’anno, forse il più. Tra uno sforzo e l’altro, abbiamo cercato parole migliori delle nostre nella voce del gruppo, che non ha lesinato. Il risultato è l’intervista che potete leggere sotto: tante parole e, come dicono loro, parole importanti.

Prima di cominciare: “Il Sopravvissuto” ve lo scaricate gratis qui.

L’album comincia col verso “Io sono il Sopravvissuto”, presto avvolto dal caos sonoro. Viene da pensare che il Sopravvissuto in questione sia proprio certa musica, sporca e pesante, che fuori da determinate nicchie rasenta l’estinzione. So che non andate esattamente dietro alle novità, per cui vi chiedo: vedete quello che suonate come un “sopravvivere”, non nel senso del concept ma come mera resistenza? Vi sentite passatisti, e come combinate questo eventuale passatismo con il vostro discorso filosofico, quindi adesso barra a dritta si procede?

(A parziale contraddizione di quanto ho appena scritto, devo dire che la sintesi del Marnero a me sembra alquanto attuale: l’hardcore, lo sludge, il post-rock, l’attitudine progressiva stavano già lì, ma la fusione è cosa dei nostri tempi. Però io sono meno aggiornato di voi, quindi non faccio testo. Per quanto poco ve ne freghi, in che direzione vedete andare la musica che amate e suonate? Ci sono artisti che sentite “esteticamente” in sintonia col Marnero?)

Innanzitutto grazie per lo spazio che ci concedi, salutiamo a casa tutti quelli che ci conoscono e ringraziamo i lettori che si vorranno sorbire l’ennesimo Pippone da parte nostra. Parental Advisory.

Dunque.“Il Sopravvissuto” è un disco che parla di molte cose, ma soprattutto del rapporto col Tempo. Ma è un Tempo non lineare, si tratta piuttosto di un nastro che si avvita su se stesso a spirale. Ecco, se vuoi applicare questa cosa alla questione prettamente musicale, potresti parlare di sintesi solo in una visione Hegeliana (aka della minchia), e puoi parlare di Passatismo solo da un punto di vista evoluzionistico della musica, come se la musica andasse sempre in miglioramento verso non si sa bene quali sorti magnifiche e progressive. Invece mi sa che non è cosi eh. A parte il fatto che l’intero universo è arrivato alla data di scadenza e scivola colando verso il bidone dell’organico, le tendenze musicali sembrano andare ad ondate cicliche. Eviterei di citare le varie mode infernali attraverso le quali tutti ci siamo trovati costretti a passare… Ma è chiaro che ad esempio, ad un certo punto, non si sa perché, gli anni Ottanta sono diventati una figata e i suoi abissi di infamia visti come grandissima avanguardia; oppure più recentemente è tornata l’idolatria per certa roba, pur rispettabile, fatta di baffoni e zampe di elefante e magliette due taglie più strette. Ecco, noi non ci sottraiamo a questo habitat, ma guardiamo dalla collina, immobili, con la braga larga e gli anni 90 nel cuore: suoniamo più o meno da quindici anni la solita roba, distorsioni zozze, e autoterapia. E, sorpresa! E’ la stessa roba che prima era monnezza, poi era nonsense, poi era intellettualoide, poi era troglodita, e ora magari è tipo disco della settimana per sa il cazzo chi. Ma come vedi non siamo noi a spostarci o a mutar d’abito, è il punto di vista che ruota. Noi siamo sempre gli stessi che sono sopravvissuti a tutte le voglie di “cambiare tutto per non cambiare niente”, e siamo sopravvissuti con una vecchia idea di Punk che è molto attaccata ai contenuti (ma per questo vedi Pippone dell’ultima domanda) e alla concretezza Punk degli spazi sociali Punk che sopravvivono in un’ epoca che li vorrebbe spazzati via dalle nostre città.

Ma, per tornare alla tua domanda, non c’è direzione nel Sopravvissuto. Il fatto che il Sopravvissuto, con la barra a dritta, proceda, non è certo perché vede qualche faro o stella polare che lo guida. Niente, né davanti né dietro. Procede, a spirale, al buio, a vista, senza luna, verso il niente all’orizzonte. Ed è un orizzonte fittizio che è necessario, come l’utopia, per poter navigare, ma poi per l’appunto la rotta non c’è, e c’è solo la scia, e il Sopravvisuto in realtà può vivere solo nel presente, in un tempo non lineare, quell’istante non misurabile che gli stoici chiamavano αἰών, Aiòn.

Non mi stanco mai di riascoltare “Il Sopravvissuto”: a ogni giro di boa trovo rimandi, diramazioni, elementi che ritornano più o meno trasformati. Il disco sembra fatto per attirarsi ascolti che spezzano con la fruizione attuale della musica, rapida e tendenzialmente distratta. Mi sembra chiaro che non abbiate scritto i pezzi uno dopo l’altro, completandone la struttura prima di passare al successivo. Come si compone una roba del genere? Come vi siete comportati in sala prove? Che approccio ha legato la scelta delle note all’aspetto testuale?

 Il disco è formato, nella sua interezza, da un unico pezzo composto da frammenti. Per noi è un unico racconto e ci pare più un musical che un disco di musica leggera, o pesante. Perciò l’approccio post-myspace, da streaming, con cui si fruisce la musica oggi, non gli si addice. I frammenti sono ritrovamenti fra i resti di cinquecento naufragi. Ci sono successioni di note datate anche cinque o sei anni fa, e parole antiche anche di mille anni. Da dove vengano, non ci è dato saperlo, e ci disinteressa ogni storiografia o approccio filologico. Dove si svolge questo racconto, e quando, non si sa, e non ci interessa. Quello che ci interessa è il “come”, come un lettore-ascoltatore-fruitore ha intenzione di ricostruire questi frammenti e applicarli alla propria storia creando un racconto nuovo ed ogni volta diverso. Certo, la musica procede sull’asse temporale e il disco scorre dal minuto zero al minuto trentuno, ma nella sua struttura è “avvitato” a spirale; per cui, come giustamente dici, ci sono elementi che ritornano, note a margine, rimandi simmetrici di asse fine-latoA/inizio-latoB, e riff che tornano col demone di Fibonacci dentro, nell’eterno ritorno che solo, appunto, una lettura personale può “svitare” all’infuori e ricostruire in un percorso proprio, autodeterminato.

Dimenticare ciò che (non) si è stati e ciò che (non) si potrebbe essere, spezzare le vele della barca e gettare a mare il cannocchiale, navigare verso il buio. Devo ancora decidere se il messaggio dell’album fa per me. In ogni caso, come si passa dall’allegoria alla vita pratica? Come si vive realmente da Sopravvissuti?

La morte può ucciderti una volta sola, la vita può ucciderti ogni giorno. La vita è dunque il nemico. Uscire dalla bottiglia trasparente significa affrontare e sconfiggere questo nemico, e sopravvivere alla vita stessa. Il nemico è la vita che ci si è lasciati dietro coi suoi demoni dell’ “avrebbe potuto essere”, sensi di colpa, nostalgie, ricordi, cose perse, rimpianti e rimorsi; e la vita che ci troviamo davanti, coi mostri del “potrebbe essere”, illusioni e speranze, paure e presagi, inutili attese. Non sentire queste catene significa rimanere fermi ancorati al centro del quadrato dello status quo e lasciarsi determinare dagli altri, dalle loro leggi, dalle loro idee, dalle loro morali, dai loro dèi, dai loro valori. L’autodeterminazione è l’unica Possibile dimensione del presente. Ma, attenzione! Rompere queste catene significa anche, irreversibilmente, auto condannarsi ad essere per sempre esuli, clandestini, in perenne tentativo di evasione e mai (mai) sentirsi a casa.

Ma devo dire che alla fine di messaggi nella bottiglia non ce ne sono. Spesso scrivere delle cose significa essere totalmente incapaci a farle (cfr. Friedrich Nietzsche,) oppure fare delle cose significa essere incapaci a scriverle (cfr. Arthur Rimbaud in Africa), e i manuali sono sempre scritti per gli altri. Se guardi dentro la bottiglia vedrai solo un patibolo, con un uomo, con una maschera, di legno, senza scelte (perché ha davanti tutte le scelte possibili ma nessun criterio con cui scegliere) in mezzo al nulla, anzi per giunta nemmeno nel mezzo, ma sempre un po’ sfasato dal centro.

 Ripropongo la domanda precedente con un esempio piccolo e concreto in mente: la scena DIY di cui siete parte attiva. Ho la sensazione che l’underground, l’autoproduzione, i centri sociali si muovano lungo una logica diversissima dal nichilismo individualista de “Il Sopravvissuto”: vi è alla base un qualche idealismo, la speranza che gesti minuscoli e apparentemente insensati abbiano conseguenze a valle, una progettualità – non è scontato che il Sopravvissuto non abbia la sua forma di progettualità, ma mi sembra che ci sia uno scarto tra le due opzioni. Voi come la vedete?

 L’autoproduzione, l’occupazione di spazi sociali, l’autogestione, la militanza di un certo tipo, la resistenza ad un certo status quo (tidiano) contemporaneo, sono tutti approcci che si muovono sui binari dell’Autodeterminazione. Ma per fare questo, a mio parere, c’è bisogno di un fondamento stirneriano: liberarsi da ogni idealismo, fondare la causa sul Niente, e successivamente sulla propria Autodeterminazione. Questo necessariamente deve passare da una Autodeterminazione Individualista. Solo in un secondo momento, dopo essere sopravvissuto alle proprie catene, il Sopravvissuto/Unico può ammettere la dipendenza dall’altro Unico, e cominciare coi gesti collettivi. Ogni rivoluzione comincia dentro l’individuo, è il popolo dei suoi atomi. Detto questo, ogni tipo di progettualità eventuale del Sopravvissuto ha i caratteri di temporaneità e di coscienza della propria ragione d’essere, cioè è un “postulato”, un orizzonte fittizio che serve per darsi una meta. E la meta è il Fallimento, ciclico, necessario.

Il Sopravvissuto” è un album complesso. Credete di aver sacrificato l’urgenza e l’immediatezza? Ritenete che la complessità corrisponda, per chi fa arte, a una qualche rinuncia? Non so, vorrei sentirvi dialogare con lo stereotipo sul panc. E soprattutto, con questo tizio, che in occasione dell’ultimo Anti MTV Day scrisse su Bastonate:

Parlate di stare mezzo metro sopra gli altri sul palco, ma essere uguali… io continuero di piu a riconoscermi in uno skinhead che, dopo essere salito mezzo metro sul palco, mi parla (seppure in maniera sloganistica e semplice) di morti sul lavoro in cantiere o di vita alienante dietro una scrivania, piuttosto che in uno che sale sto benedetto mezzo metro per far vedere che sa giocare con le parole, con le allitterazioni, coi doppi sensi, con uno humor sagace e non banale oppure sa comporre testi poetici che parlano di drammi interiori esistenziali. Perche il punkettone con la cresta (che voi tanto schifate perche fa tanto “retrò”) quelle cose le vive sulla sua pelle tutte i giorni come può succedere a me o a tanti ragazzi e ragazze che, anche senza essere artisti, fumettisti, disegnatori, cantanti, poeti, scrittori o che cazzo ne so, conitnuano a vivere la loro vita magari anonima e ripetitiva e senza prospettive, sempre pero senza farsi omologare e rimanendo se stessi. Il punk dovrebbe comunicare con queste persone, non chiudersi in una cerchia di artisti, artistoidi e pseudoartisti che se non sei laureato in filosofia, letteratura o arte, non riesci a capire che cazzo dicono nei loro testi. Senno diventerà come il jazz che, da musica per le classi basse, da “roba da negri”, è diventata “roba da intellettuali” che si riuniscono in circoli chic per ascoltare “giàààss” sorseggiando brandy. Poi per carità, niente contro l’Anti-MTV Day, le autoproduzioni, le autorganizzazioni indipendenti, ecc.. anzi. Massimo rispetto. E’ solo l’uso della parola “punk” che trovo inappropriata, perche usata solo per il DYI, ma perdendo quell’altra parte fondamentale che era il comunicare tra le classi basse, tra ragazzi come noi anche in maniera semplice, senza il grande artista che sale sul palco parlando di cose poetiche che non riguardano da vicino la vita di nessuno.

(Dai, che pistola alla tempia mi metti? Eh, qua ci vorrebbe un’Opera Omnia, non una webzine. Ma ci provo)

Capisco perfettamente che dire “una vita autodeterminata nell’istante non misurabile Aiòn, in un tempo non lineare e quindi non storicistico, privo di cause e conseguenze, come Lorenzaccio, Bruto, Gaetano Bresci, l’atto fine a se stesso per lo meno nel momento della scelta paralizzante” sia poco immediato, e sia bella pretenziosa come definizione del Punk, un bel po’ elitaria, escludente, e allontani parecchie individualità. Te la metterò in un altro modo, diciamo come se stessi parlando col tizio di sopra, che, a mio parere, dice cose anche molto giuste.

Caro tizio, il mio gruppo, da sempre, era considerato un gruppo di “filosofi artistoidi” dai punk con la cresta (perchè magari cercavamo di differenziare i linguaggi), e di “trogloditi” dagli indierockers paladini dell’evoluzione musicale (perché urlavamo e usavamo ancora il distorsore). Troppo complessi per gli uni, troppo poco complessi per gli altri.

Abbiamo però sempre cercato di organizzare cose per tutti, dove non ci fosse fidelizzazione di “genere”. Dove la cresta venisse a contatto con la pipa. Dove non ci fosse palco, non ci fosse backstage, non ci fosse cachet, non ci fossero booking, non ci fossero artisti e fossero feste in cui la comunicazione e il contenuto fossero in primo piano.

[Io mezzo metro sopra gli altri, sul palco, ci ho visto ultimamente robe tipo i Los Fatstidios o gente simile che, simulando di parlare di morti sul lavoro e di lotta di classe, in realtà ripetevano solo ciclicamente degli slogan e uno “stile”, inventato in altre epoche e in altri contesti, da persone che erano tutt’altro che mezzo metro sopra il palco. Butto li una domanda: come si ridefiniscono i contenuti e gli stili in relazione a come è cambiato il contesto intorno a loro? I Paolino Paperino Band di oggi? E invece i No Means No? Alla loro età?]

A mio parere Punk non è un genere musicale, non è una successione di note di un certo tipo o un certo sound, o un certo modo di usare il linguaggio, più o meno diretto. Punk è un’attitudine, un “come fare”, applicato alla comunicazione di contenuti politici (politica=scelta). E’ un modo di opposizione allo status quo, rottura con il sistema istituzionalizzato dominante del presente. Sempre, in ogni caso, una scelta politica di opposizione in un sistema di valori che però cambia coi contesti. Ad esempio, Punk era urgenza nichilista nel 77; ma era anche essere straight edge nella Washington D.C. del 1981, piena di gente che non si autodeterminava più per colpa di alcol ed eroina, ma allo stesso modo era totalmente fuori luogo lo straight edge come ideologia (non come scelta personale eh) in Belgio negli anni ’90, dove i contesti erano totalmente diversi. Cosi come, nella stessa baia, era Punk Tim Armstrong nell’ 87, e non lo era Billie Joe Armstrong nel ’94. Contesti, sistemi di valori a cui opporre dei contenuti di rottura, non successioni di note o stili di vestiario o di sound.

Alla fine è una questione di assegnazioni di significati.

Possiamo decidere che Punk significa non conformarsi e uccidere Dio. Che è un modo di opporre resistenza, e contenuti di rottura, ad un sistema di valori in un certo contesto spazio-temporale dominante. Allora probabilmente nel 2014 non funzioneranno i modi inventati nel 1977, nel 1981, nel 1987 o nel 1991, ma avremo bisogno di modi e strumenti attuali nel 2014, in un momento che è molto complesso. E soprattutto, avremo bisogno di comunicare contenuti e rabbia, la rabbia nel senso inteso da Pasolini. Che è quello di cui abbiamo davvero bisogno secondo me.

Ma, certo, possiamo anche decidere che la parola Punk vada assegnata ad un modo di vestire, di pettinarsi, di mettersi addosso dei simboli di gruppi musicali, il più delle volte già sciolti. Che vada assegnata ad uno stile che, per quanto estremo, è comunque un modo di conformarsi, magari non alla società degli incravattati ma alla microsocietà protetta dei Punk, ad una bolla di sapone/sottocultura giovanilistica che in certi casi, sembra non avere più contenuti da proporre, oltre al dito medio.

In questo secondo caso posso tranquillamente cominciare a chiamare quello che faccio in un altro modo, solo che il nome non l’ho mica trovato ancora.

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3 Responses to “Intervista ai Marnero”

  1. 1 marco

    davvero

  2. 2 Lychee Jelly

    bibbia


  1. 1 Marnero – La Malora (2015) | mestolate

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