mpressioni di settembre

19Set13

Questo post è stato scritto per apparire qui. (senza nessun valido motivo, ho deciso di cancellare tutte le lettere maiuscole.  volte sembra fiorentino, altre romano, oppure napoletano; in generale rende il tono meno serio e riflette l’assenza di logica  che spesso percepisco in sia.)

 iamo solo a metà del mese, ma forse è meglio che mi muova a scrivere qualcosa approfittando di questi giorni di noia. ualche giornata scandita dai pasti sta anticipando una nuova partenza verso il mio prossimo soggiorno di campo, in una zona apparentemente infestata da ribelli comunisti, per i quali almeno potrei sperare nella sindrome di toccolma. uello che mi preoccupa in realtà, è una comune avversione nervosa degli antropologi verso il proprio campo, simile alla paura dell’emigrazione. erché dover ricominciare da zero, soli, in un nuovo posto dove non si conosce nessuno e non si parla la lingua non è sostanzialmente una cosa gradevole, perlomeno all’inizio. otto sotto, l’espressione “viaggio di piacere” è una contraddizione in termini. i può viaggiare per curiosità, noia, necessità, ma non si viaggia mai per piacere. “iaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti”. a gente dovrebbe veramente starsene a casa propria, ma purtroppo l’intera vita è una condizione di viaggio – non voluta né richiesta – e bisogna seguirne il flusso per arrivare integri fino alla foce.

uttavia, ogni tanto cerco di essere una persona normale e anche io viaggio “per piacere”.  segnare la cesura di questo mese, prima dell’inizio del campo, c’è stato uno dei viaggi più interessanti che ho fatto ultimamente, in ietnam e ambogia. nteressante non nel senso in cui un jazzista disse una volta, che per tutto quello che non ci piace diciamo: “mah, interessante”, ma nel senso che l’sia è un bordello e paesi relativamente vicini possono essere diversissimi tra loro, anche perché spesso le persone non sono mai uscite dalla propria provincia per tutta la loro vita.

celgo una foto unica vagamente rappresentativa di ogni paese: una statua del leggendario o hi inh, venerato in tutta la epubblica ocialista del ietnam come enin nell’ex nione sovietica; anche per lui un passato da perfetto viandante. ccanto alla foto, associo un momento molto bello del mio arrivo nel paese, forse esplicativo del fatto che i vietnamiti sono riusciti a sbattere fuori tutti i colonizzatori dai tempi della ocincina, nonostante alcuni di loro abbiano lasciato ricordi particolarmente rappresentativi. l mio arrivo, mentre aspettavo il mio contatto sorseggiando il buonissimo caffè ghiacciato del quale mi sento di non poter più fare senza, due moto-tassisti probabilmente già ubriachi alle otto del mattino hanno iniziato a prendersi a pugni davanti a me, nel parcheggio della stazione degli autobus. ono rimasto seduto a godermi lo spettacolo.

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a ambogia che ho visto invece, è stata quella un po’ più turistica, ma sono comunque riuscito a trovare i miei spazi nell’immensità dei templi khmer e provare il cibo di strada che sembrava tanto terrorizzare i bianchi. onostante per me queste definizioni culturaliste non abbiano senso, devo riconoscere che le persone locali sembravano molto accoglienti e simpatiche. na scenetta divertente che mi è capitata nasce dal fatto che la maggior parte dei prezzi esposti è in dollari americani; per cui per pagare meno bisogna cercare di contrattare con i riel cambogiani. opo aver girato per ore in bici fermandomi da un tempio all’altro sotto un sole cocente, volevo comprare delle banane. na signora cercava di vendermene una dozzina per un dollaro, io ne volevo soltanto due per l’equivalente di pochi centesimi di euro. i siamo messi a ridere, e alla fine mi ha messo tre banane in mano dicendomi di non darle niente. pprofittando della carità cambogiana ho preso le banane, mentre una sua lesta collega mi toglieva le banconote di piccolo taglio dalla mano. l karma ci si pensa poi.

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