Melt-Banana – “Fetch”

29Set13

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Quando è cominciata questa cosa del vintage? Voglio dire: riesco a ricordarmi abbastanza vividamente un mondo senza le immagini sbiadite di instagram, e anche il momento in cui la Polaroid ha smesso di produrre le sue macchine – e, subito dopo o forse molto prima, è scoppiato il boom delle istantanee modificate. Ma io mi riferivo più che altro a dinamiche meno eclatanti, più costanti e sotterranee, della strombazzata Retromania. Da chitarrista: c’è stato un “prima” dell’attuale banalità dell’adorare il valvolare, il “caldo”, l’analogico? Magari simili gusti sono sempre stati predominanti nella storia del rock, e magari la ragione è che il suono classico è oggettivamente migliore. Però ci sarà stato almeno un periodo in cui gli amplificatori a transistor e le pedaliere digitali erano La Cosa, in cui il mondo della chitarra e il relativo equipaggiamento guardavano a frontiere futuribili.

Credo che di questo tema ad Agata dei Melt-Banana freghi una ceppa. E’ uscito il nuovo disco della band, “Fetch”, che potete ascoltare in streaming su Spin. Non ascolto niente dei giapponesi dai tempi di “Cell Scape” (2003), il loro album più accessibile, in cui si concedevano la forma-canzone e una resa martoriatissima di certo hardcore melodico:

Dopo è arrivata una raccolta di vecchi singoli, un disco nuovo che non ho ascoltato e un progetto parallelo più marcatamente elettronico, chiamato Melt-Banana Lite.

I MB sono rimasti in due, con batteria programmata e un’ampia serie di textures di chitarra – riff, suonini d’ambiente, sciabolate noise – a strutturare le canzoni. Per ricollegarmi al paragrafo iniziale, devo dire che la chitarra di Agata mi mette a disagio: sembra un’ipotesi di futuro che non è diventata il futuro reale. Sta anni luce lontano dal calore vintage, e stride con un presente rock che rifiuta, per la maggior parte, un simile approccio al suono. Io sono la persona meno esperta al mondo nel campo delle musiche elettroniche (non che sul resto…), però mi sembra che qui manchi anche quello spirito del tempo – chessò, i suoni di synth grassi, bassi e distorti su cui si balla oggidì. Rimane una fantascienza di quella che invecchia presto proprio perché spericolata: Spin parla di pistole laser ed è proprio l’immagine che ti viene in mente.

(e qui partono scontatissime associazioni coi robottoni giapponesi)

Il disagio in questione non è sinonimo di disprezzo, però. Anzi: una volta sopravvissuti all’assalto sonoro, “Fetch” diventa un oggetto di cui scomporre gli strati, e per certi versi lambisce un’assurda idea di ambient opposta all’ambient classico (e rinforzata da vari campionamenti in giro per il disco, dallo sciabordio dell’acqua al gracidare delle rane): un ambient completamente artificiale in cui, piuttosto che rilassarti, devi continuamente difenderti dal caos che ti scoppia attorno. Un’ansia acuita dal fatto che (a proposito di laser), coi Melt-Banana hai la continua sensazione che lo strumento di riproduzione della musica si sia impallato:  TATATATATATTTTTTTTTT… Una volta era il lettore cd, ora siamo messi peggio: i riascolti non sono sufficienti a farmi abituare all’effetto, e ogni tre secondi penso che anche questo computer sia fottuto.

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Oltre al caos e all’atmosfera robotica i MB ripropongono anche l’altro lato fondamentale della loro estetica: la carineria. Dalla vocina cartoonesca di Yasuko alla scemissima e irresistibile conclusione di Zero è facilissimo pensare a un caposaldo del nostro immaginare il Giappone: il Kawaii, l’onnipresente immaginario infantile che importiamo in forme diversissime. Ma i Melt-Banana sono un’altra storia rispetto a ciò che invoglia i nostri otaku e richiama quell’immaginario in modo prevedibile e tutt’altro che innocente. C’è una libertà veramente bambinesca, all’opera: una dolcezza che schizza continuamente verso la violenza insensata e verso l’immaginazione incontrollabile. C’è il posizionamento underground del duo, uno sguardo sotterraneo e “alternativo”. E c’è Fukushima, che – dall’intervista a Spin – parrebbe aver influenzato il gruppo materialmente e spiritualmente.

“Fetch” vive un bell’equilibrio, in cui gli schizzi di furia hardcore e il noise prendono a volontà la forma dell’assalto (Left Dog) e della canzone compiuta. Un paio di titoli spiccano per maturità: My missing link e Schemes of the tails , poste al centro dell’album. Ma tutto “Fetch” è l’ottima riconferma di un suono unico, ostinatamente laterale e fieramente immaginifico nella sua tenerezza di fondo.

PS per i chitarristi in ascolto: leggetevi quest’intervista. E’ divertentissima: Agata dimostra di non saper nulla di chitarre e di sbattersene altamente. E rimane comunque un genio dello strumento.

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