Una per il doppiaggio nei film e contro il leggersi i testi delle canzoni straniere

14Ott13

fiabeschi

Scrivo questa cosa in seguito alla visione dell’ennesimo documentario finanziato dall’Unione Europea per un progetto che coinvolge i ggiovani, una strategia che si sta rivelando sempre più catastrofica dal momento che alla fine di questa formazione manca la terra sotto i piedi e sei costretto a riparare in un altro continente, dove nessuno ha ricevuto lo stesso tipo di formazione interculturale.

Praticamente il ragazzo di una polacca che ho conosciuto, una persona a dir poco urticante, è studente tutor e ora insegnante presso un collegio d’Europa danese dove si pratica educazione non formale. Con l’aiuto di altri volontari del servizio volontario europeo, costui ha girato un documentario sulle differenze linguistiche (ovviamente solo europee, e prevalentemente mediterranee) da far venire voglia di azzerarsi la coscienza: un tripudio di banalità trite e ritrite sul fatto che il Portogallo le persone sono più espansive perché ci si saluta con due baci mentre in Polonia ci si stringe la mano, che quando una ragazza parla in spagnolo si sente una persona più solare e divertente, che mia nonno se le dai in mano un computer non sa neanche trovare il tasto per accenderlo (peccato che lui sapesse sgozzare i maiali e io no, una capacità che il mondo moderno ancora non ha provato di poter affossare con demerito) mentre ora noi scriviamo ttt kosì e un po’ ci stiamo imbarbarendo ma un po’ è anche il corso naturale dell’evoluzione linguistica e quindi tutto ok.

In particolare, questo mentecatto si soffermava – sentite un che originale – sul totale snaturamento del significato originario attraverso il doppiaggio televisivo, di cui soprattutto si incolpa il grave ritardo di alcuni paesi (Spagna e Italia, punto) nel parlare inglese fluentemente ed essere così pronti alla competizione globale (perché al cinese e all’arabo dalle scuole medie penseremo con vent’anni di ritardo, quando già li si sarebbe potuto imparare).

Ora, siccome io non parlo inglese meno fluentemente di un mio coetaneo del Medio Oriente, dell’Eurasia o del nord Africa, che poi probabilmente in Uzbekistan una TV manco ce l’hanno e gliene fotte sega di poter tradurre linguisticamente i significati originari che vogliono esprimere, mi viene da chiedermi se non sia meglio guardare i film stranieri in italiano, una lingua descrittivamente più ricca dell’inglese che è una lingua analitica, e gustarsi la regia in santa pace piuttosto che passare metà del tempo a leggersi i sottotitoli per carpire il significato dell’autore tralasciando però metà dei dettagli delle inquadrature perché non si fa in tempo a guardarseli.

Stessa cosa con le canzoni: io sono cresciuto ascoltando gruppi americani di cui non capivo il 90% dei significati, nel terrore degli avvertimenti delle mie insegnanti di scuola che tuonavano: “Magari quello canta che tutto quanto fa schifo e a te piace perché non sai quello che dice”, finché non ho imparato a capire gli orientamenti generali espressi nelle liriche (che il 90% delle volte riguardavano giustappunto quanto tutto faccia schifo) e ad interessarmene relativamente, perché se uno vuole che tu stia attento solamente alle parole che dice non sceglierebbe la musica come mezzo per esprimerle.

Alla fine la mia attitudine generale è prendere un po’ le cose come capitano, senza essere dei malati di purismo per una cosa o per l’altra, che tanto i linguaggi segnici non sono mai inequivocabili al 100%, perché non possono essere diretta espressione del pensiero umano. Che insomma, quando si vuole uno capisce quel vuole che sia capito, e per fortuna non bisogna prepararsi all’interrogazione dopo. In sostanza, “Il segno si decifra, l’apparenza non si deve assolutamente decifrare“.

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