Canzoni brutte su dischi belli

21Ott13

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“In questo disco non c’è un pezzo meno che bellissimo”. Mah, io vivo la strana situazione per cui neanche i miei dischi preferiti in assoluto mi fanno questo effetto. Sarà forse colpa della mia superficialità di ascoltatore, non so. Fatto sta che sono legato ad album piuttosto che a gruppi, a canzoni piuttosto che a carriere – sono tutt’altro che un completista, anche quando si parla dei miei beniaminy.

Riverisco dischi, li considero parte della mia vita, ma ciò non sempre vuol dire che essi siano perfetti. Anzi, spesso i “miei” capolavori hanno almeno un brano che mi imbarazza, che non capisco, che skippo sentendomi più o meno in colpa. Quella che segue è una lista di simili canzoni. Forse in futuro ne pubblicherò altre.

Un  paio di avvertenze:

1) Ho preferito non riferirmi a canzoni che non amo perché “non sono il mio genere”, o perché non sono abbastanza intelligente. Posso capire che L’abbattimento dello Zeppelin sia uno dei momenti più creativi degli Area, ma a me non mi entra in testa, che ci posso fare.

2) Noterete che si tratta di, ehm, mostri sacri. Dischi conosciutissimi. Questo ha almeno tre ragioni: la voglia di pisciare fuori dal vaso, il divertimento e – di nuovo – la superficialità della mia cultura musicale.

SMITHS – HOW SOON IS NOW? , DA “HATFUL OF HOLLOW” (1984)

QUICKSAND – HOW SOON IS NOW, BONUS TRACK IN “SLIP” (1993)

Come tutti voi, ho avuto il mio primo incontro con gli Smiths guardando “Streghe”. Che fighe erano? (no: il primo incontro è stata la pubblicità della Tuborg, ma non ho saputo che si trattasse degli Smiths fino a dopo aver ascoltato un loro disco per la prima volta e aver deciso che mi facevano cacare). Boh, in ogni caso How soon is now? è riuscita a entrarmi in testa al primo ascolto ma NON a piacermi. Mai. Quella melodia un po’ accomodante e quel riff mi hanno sempre dato un po’ fastidio: mi sanno di estetica pre-yuppie anni Ottanta, loft e primi scampoli di New Age, trentacinquenni che danno party nelle loro mansarde o si rilassano bevendo un bicchiere di vino nella luce datata di un tramonto metropolitano, scalzi sul legno. Video di Radio Capital. Quali saranno i “video di Radio Capital” quando questi anni Dieci saranno gli anni Ottanta? Quell’atmosfera da pubblicità dell’Amaro Montenegro in cui il rifugio in cui bere dopo le avventure non è un rifugio fisico, ma un’epoca del passato recente.

Gli Smiths sono tra i miei eroi in assoluto, e apprezzo quando gente che snobbo a livello musicale posta il video di quella canzone della Tuborg su Facebook. Ma ODIO quelli che dicono “Ah sì, gli Smiths, a me piace How soon is now” “Ah, i Metallica, a me piace The Unforgiven II” [quest’ultima scena me la ricordo fotograficamente, come fosse ieri, e invece erano le scuole superiori]. Come a dire: i loro pezzi fanno tutti schifo tranne quello che piace a me. E invece no, mentecatto, non li conosci, gli altri pezzi. E How soon is now? è un pessimo biglietto da visita per un gruppo grandissimo.

Ci metto anche la cover dei Quicksand, altro gruppo da me amato. Semplicemente perché non è una cover: è Walter Schreifels che canta la sua tipica linea vocale sugli accordi dell’originale.

CLASH – GUNS ON THE ROOF, DA “GIVE ‘EM ENOUGH ROPE” (1978)

I Clash sono la rappresentazione ideale di tutto questo discorso, perché anche i loro adoratori più accaniti sono disposti ad ammettere che, nel mucchio dei doppi tripli e quintupli album ci siano pezzi molto imbarazzanti. Parte di tale imbarazzo sta nello spericolato eclettismo, nella voglia di sperimentare: io, col tempo, ho fatto pace con quasi tutto “Sandinista!”. In altri casi boh, si tratta proprio di pezzi bruttini. Il lato b di “Give ‘em enough rope” ne concentra diversi, risollevando il tutto con due tra le cose migliori mai fatte dal gruppo: Cheapskates Stay free. In ogni caso, Guns on the roof mi appare inspiegabile. Sarà colpa della produzione noiosissima da rock per genitori, che toglie ogni aggressività a un gruppo che non ha certo assoli da stadio come contraltare. Guns, in particolare, rimane un pezzo che più generico non si può, una scopiazzatura degli Who senza alcuna attrattiva (o forse  sono io che non capisco di musica).

SYSTEM OF A DOWN – DARTS, DA “SYSTEM OF A DOWN” (1998)

In un libretto sul Nu Metal celebravano la grandezza del debutto dei SOAD affibiando a ogni pezzo un aggettivo. Darts era “ancestrale”. Che cazzo avrà voluto dire l’autore? Ve lo dico io: non ne aveva idea manco lui, solo che doveva metterci un aggettivo e il pezzo è troppo anonimo per suscitarne uno (“anonima” prendeva un po’ male, penso) Non definirei Darts una brutta canzone; è solo qualcosa che si può comporre a occhi chiusi, un bignamino istantaneo della schizofrenia che la circonda nell’album. Bel tiro, eh, specie quando alterna il ticchettio dell’orologio alle scariche punk – ma per molti versi risponde alla malattia anni ’90 di riempire i Cd a tutti i costi. Sì, io sono uno di quei cacacazzi per cui un disco dovrebbe avere massimo 12 pezzi con un paio di skit e ogni gruppo dovrebbe sciogliersi dopo il quarto album.

JUNE OF ’44 – THE DEXTERITY OF LUCK, DA “FOUR GREAT POINTS” (1998)

JUNE OF ’44 – ESCAPE OF THE LEVITATIONAL TRAPEZE ARTIST, DA “ANAHATA” (1999)

Tendo a saltare la seconda traccia sia in “Four great points” che in “Anahata” (quest’ultimo è il disco dei Giugni al quale sono più legato, a discapito di una qualità piuttosto altalenante – si torna al discorso di partenza). Anche qui ho letto aggettivi e termini a caso tipo “raga ipnotico”, ma insomma. Lo stesso giro di chitarra per minuti e minuti non è necessariamente un raga ipnotico, può anche essere una rottura di palle. Escape ha dei bei riff, al contrario, ma la voce è fastidiosissima madonna hane. Sembra di ascoltare il Pop Group con Mark Stewart che cerca disperatamente di non addormentarsi. Quando aveva ancora senso masterizzare i cd, cercavo di mettere due album diverisissimi su ogni disco: in entrambi questi casi non c’era spazio a sufficienza e ho segato i due pezzi in questione. E’ una cosa un po’ squallida, ma l’esperienza di ascolto non veniva esattamente distrutta da questo particolare. Comunque hanno entrambe dei titoli bellissimi.

STOOGES – WE WILL FALL, DA “THE STOOGES” (1969)

Forse questa è una violazione al punto 1 di cui sopra, non so. Voi avete canzoni di cui vi vergognavate coi vostri genitori? Quando vostra mamma entrava in camera eccetera, al netto di vostre reazioni tipo air guitar e finti microfoni. Io ne ho varie, per esempio tutte quelle in cui canta Ferretti o Lasciateci sentire ora dei Franti, sulla quale ho avuto un dialogo imbarazzante con la genitrice. Ecco: io ho ascoltato gli Stooges per la prima volta a quattordici anni, e questi 10 minuti buttati lì a caso tra I wanna be your dog e No fun non sapevo proprio spiegarmeli. Uno sfogo concesso a John Cale? [ovviamente a quattordici anni non avevo idea di chi fosse John Cale] Beh, in ogni caso una delle prime volte che la ascoltavo mia mamma è entrata in camera e si è tipo messa a ridere e io mi sono imbarazzato. Nella mia psiche la vergogna è proprio come il senso di colpa: scava nel profondo, si incista e rimane lì. Per cui We will fall l’avrò veramente ascoltata – senza furtività di sorta – due o tre volte nella mia vita. E’ passato tantissimo tempo dal’ultima volta, e adesso sta in sottofondo a me che scrivo questo articolo. In effetti è un gran pezzo.

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