Gazing into eternity

01Nov13
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Jon Rafman – 9-Eyes

Gazing into eternity doveva essere il titolo di un articolo sul video Still life (betamale) di Oneohtrix point never, e, in generale, sull’arte di Jon Rafman, regista del clip. Ci ho girato intorno per tipo un mese, fin quando i tempi di Internet non hanno macinato e reso obsoleto il “caso” Still life. La ragione per cui volevo scriverne è la stessa del motivo per cui non l’ho fatto: a me quel video mi ha terrorizzato. Sono riuscito a vederlo un paio di volte in tutto questo tempo, e ancora oggi, ogni volta che mi soffermo a pensarci, dormo malissimo. Mi sento più o meno come in questa scena di Akira:

Still life è stato discusso abbondantemente in rete: un giro dentro i bassifondi di internet, tra fandom, fetish e squallore vario. La voce dice che, mentre fissi lo schermo, è possibile credere che tu stia guardando dentro l’eternità. In genere, le analisi che ho letto – comprese quelle di Rafman sul “desiderio ossessivo” – non mi hanno convinto. O meglio: non hanno dato voce alla mia inquietudine. Il problema che io ho con questo video è che mi spiattella in faccia una particolare essenza dell’internet, il fatto che i segreti stiano pericolosamente vicinissimi ai non-segreti, ai contenuti innocui. Basta inciampare un attimo, andare un minimo oltre, e ci si trova di fronte a informazioni che non dovevamo visionare, discorsi privati in lingue grottesche. Questo elemento ha ispirato in molti l’idea che la rete, a un certo livello, sembri vivere di vita propria. Soprattutto l’arte si sta abbeverando a questa fonte: secondo me, per esempio, molti lavori di Rafman risentono della stessa ricerca che ha condotto per Still life: i fotogrammi impossibili di Google Street View per 9-Eyes, i morti e le scene vuote, angosciose, del suo personale Max Payne in A man digging. Penso anche alla cosiddetta Flarf Poetry, costruita cercando reperti a caso, chiavi di ricerca, messaggi di spam (tra l’altro: i brani di letteratura dentro lo spam di dieci anni fa mi facevano cacare sotto per le stesse ragioni). Tutto questo oceano di parole a caso, automatismi, su su fino a quella grande madre dei cretini che è 4-Chan, mi dà l’idea di un nuovo tipo di sublime, un sublime che non è gigantesco quanto piuttosto brulicante. Internet mi spaventa in quanto custode di segreti e, al tempo stesso, generatore automatico di segreti che ti vengono praticamente sparati in faccia.

(c’è un elemento ulteriore, che emerge da Still life: l’idea che l’eternità in questione sia, in qualche modo, un riflesso di ciò che ci portiamo dentro. Questa cosa mi ha fatto pensare a ciò che Jung diceva dell’Alchimia: non sapendo nulla dei misteri della materia, gli alchimisti proiettavano nella sua oscurità l’oscurità del loro inconscio. Ecco, certe volte, in effetti, anche la rete sembra funzionare così).

(il video vero lo trovate nel sito di Jon Rafman)

In una recente intervista su Bastonate, Andrea Girolami parlava di Athletic Aesthetics, cioè una nuova tendenza internet-friendly dell’arte che porterebbe, invece che a concentrarsi su pochi capolavori, a partorire un flusso continuo di “cose”, dentro le quali i fruitori devono trovare una loro via. Quest’intervista mi offre il gancio per arrivare alla seconda parte del pippone, in quanto pullula letteralmente di “Quella che abbiamo oggi è una nuova narrativa”, “Quello che dici tu [cosa che a me sembra modernissima] è roba da vecchi”, “questi ultimi anni”, “l’unico modo di raccontare storie oggi è” (oltre che, ovviamente, “qui da noi siamo provinciali”). Insomma le cose che io vado a cercare quando voglio leggermi un articolo su internet. Per sentirmi sulla pelle il divenire, il momento che si può intuire ma non completamente descrivere, l’azzardo di capire i mutamenti del reale attraverso il virtuale. Insomma: descrizioni della cultura pop come test per capire dove soffia il vento del mondo.

Solo che questo tipo di analisi sta cominciando a nausearmi. Se la metto qui, nero su bianco, “La cultura pop come specchio del mondo” è una cosa che mi sembra giustissima. E’ un po’ la mia attuale fonte di reddito, tra l’altro, anche se io cerco di scusare il tutto andando a guardare luoghi in cui la cultura pop è (quasi) una questione di vita o di morte. Beh, dicevo, quella frase mi sembra giustissima, ma, se poi vado a vedermi la maggior parte dei casi concreti, l’impressione che ne ricavo è di sapere sempre meno sul mondo, sempre meno sulla cultura pop, e soprattutto di inseguire le seghe mentali di venti stronzi.

Fino a ieri non sapevo cosa fosse Portlandia. Ne avevo letto da qualche parte, e ricavato l’urgenza di dovermi rimettere in pari con la macchina della modernità. Boh, mi riferisco proprio a questa urgenza. E’ sempre così, mi sento di non riuscire a tenere il passo, di stare perennemente lontano dai riferimenti dei tizi – grossomodo miei coetanei – che leggo. Questo è vero soprattutto quando tirano fuori ste cazzo di serie tv, che volta per volta sembrano essere la chiave privilegiata per afferrare l’universo. Adesso lo so, almeno in linea teorica, cos’è Portlandia, ma non sento di aver fatto passi avanti. E in più, avrei potuto impiegare il tempo perso a informarmi per informarmi su, chessò, cosa sta succedendo in Egitto dopo che si sono spente le luci della cronaca giorno per giorno.

Sarà forse quella brutta parola, hipster (che tutte le persone coinvolte dismetterebbero come un reperto archeologico), ma sembra che oggi la comprensione della realtà debba passare per l’estremamente frivolo.  Il punto è, forse, che gli schermi dentro i quali osserviamo l’eternità tendono a essere gigantesche macchine di auto-legittimazione. Dopotutto, è auto-evidente che il presente e il futuro stiano su internet no? La cosa buffa è che, oltre a essere autoevidente, sembra al tempo stesso anti-intuitivo, e non solo per il banalissimo “get a life” – che non voglio minimamente chiamare in causa qui. Epperò, fino a che punto equiparare le serie tv al rinascimento fiorentino è qualcosa di diverso da una celebrazione del nostro stare chiusi in casa, un episodio dopo l’altro, e pretendere di sapere comunque tutto? Dove stanno, poi, gli agganci tra sti cazzo di articoli sulla cultura pop e – davvero – il mondo?

Ripeto: non voglio né sputare nel piatto in cui mangio, né consolarmi con le solite stronzate inutili tipo “la vita vera è là fuori”. Continuerò a leggere sta roba e a sforzarmi di discernere le analisi illuminanti da quelle fini a se stesse. Ciò che vorrei tenere presente è che il brulicare dell’internet che ho chiamato in causa all’inizio di questo post si porta dietro un sentore di “movimento” e di auto-validazione che è difficile eludere. Alla fine, il punto lo spiega Qualcosa del genere in questa intervista:

Internet è capitato nel momento storico peggiore in cui poteva capitare, ovvero nel ben mezzo di una generazione di disoccupati. Sta succedendo come in quei film di John Carpenter ambientati nelle metropoli post-apocalittiche in cui i poveri si rifugiavano nelle fogne e creavano una civiltà parallela, con dinamiche proprie, una loro moneta locale. Adesso i poveri sono due-tre generazioni lavorativamente non collocabili e la moneta legale è diventata il like. Un microcosmo in cui il riconoscimento non è più economico ma soltanto di autostima, dove la vita sembra andare avanti ma è solo una percezione di apparente mobilità: esce una nuova puntata di Breaking Bad, scorre la timeline di Facebook, bisogna aggiornare il nuovo iOS, mentre fuori tutto è immobile. Fuori da Internet tutto è fermo.

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One Response to “Gazing into eternity”


  1. 1 Jon Rafman – Mainsqueeze | mestolate

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