Fuori dalla zona di comfort. Uochi Toki, la complessità e le convenzioni

11Nov13

uochi_toki

Chi ci segue sa quanto amiamo gli Uochi Toki. Sono uno dei pilastri ideali che reggono mestolate, una delle cose che ci accomunano; personalmente, se una persona curiosa ma non perfettamente in sintonia con la musica italiana di adesso mi chiedesse cosa sta succedendo, direi prima di tutto gli Uochi Toki. Oggi, però, voglio parlare di un aspetto della loro musica che mi crea dei problemi (il che è, ovviamente una cosa positiva, perché anche in questo senso riescono ad accendermi il cervello).

Se volessi tratteggiare una linea guida, una poetica “minima” che corre sotto la mia idea degli UT, la troverei nel loro desiderio di mostrare come il buon senso, la semplice riflessione, alla lunga finisca per scontrarsi con le pareti della convenzione – nel fare musica, nell’avere un’opinione, nello sviluppare un’identità, nell’appartenere – e a sfondarle. Insomma, sembra che la loro ricerca della “verità” li porti a scuotere l’ascoltatore sui tic dell’uniformità e delle aspettative. A volte lo dicono esplicitamente, nelle canzoni (voglio solo portarti in posti scomodi) come nelle interviste. Per esempio questa, bellissima, a Ondarock, in cui i due si dimostrano persone affabili e simpatiche:

Napo: C’è una zona di comfort da cui bisogna uscire per apprezzare determinate cose e per farne determinate altre. Probabilmente (non so dire, perché non li ho conosciuti uno per uno) questo nostro pubblico ha fatto in parte quest’operazione dell’uscita dalla zona di comfort.

Ecco, se questa dinamica che si innesta attraverso la loro musica è uno dei loro più grandi pregi, rischia di essere anche un limite, perché sembra portare alla perdita di tutti i vantaggi (e le semplici necessità) che aggregazione, schemi, appartenenza comportano. E non parlo di vantaggi da smidollati.

Prendiamo l’aspetto musicale. Ascoltare gli UT è durissimo, difficile quanto appagante. Io riesco solo quando non sto facendo assolutamente nient’altro – e anche in quei casi devo concentrarmi su un aspetto o l’altro, di volta in volta, per potermi sviscerare i loro dischi appieno. Un ritornello tipico nel raccontare gli Uochi è quanto siano distanti dalla vulgata del rap – questa cosa ha anche un po’ rotto il cazzo, sia perché i loro legami col rap sono veramente tenui, sia perché basta. Del resto vengono in parte da lì, e la cultura hip hop è così formulaica, basata su elementi riconoscibili, che è facilissimo stancarsi dei suoi cliché e farsi venire voglia di trascenderli sviluppando una proposta così “diversa”. Una cosa interessante è che, per quanto l’ippop sia stereotipato, non sembra affatto che i suoi ascoltatori prendano male la diversità degli Uochi Toki: loro parlano di conflitti all’esordio della loro carriera, come nell’intervista citata sopra, in cui ricordano i tempi in cui suonavano punk/hc alle jam (questo articolo si potrebbe riassumere in quell’immagine, sia come merito degli Uochi sia come inadeguatezza di fondo del loro modo di esprimersi). Io posso dire che mi sono letto un po’ di thread su forum dedicati al rap, e il GENIO!!! nei loro confronti è quasi plebiscitario – chi rema contro sembra farlo con abbastanza rispetto, come a dire “non è la mia tazza di tè”.

Bisognerebbe capire quanto le formule, in un genere, siano gabbie mentali e quanto invece possano fungere da occhiali, da cornici concettuali. Nel trascendere le barriere del rap gli UT perdono anche degli elementi forti nella loro “catalogabilità”: per esempio il modo in cui i campioni “raccontano” una storia della musica e fungono da commento al vivere di una comunità. O la metrica, che non sempre è una barriera, ma può anche fungere da trampolino di lancio per la personalità di chi scrive. I generi non sono necessariamente gabbie, possono anche funzionare come mappe dentro le quali muoversi. Poi l’artista dà mostra di sé nella capacità di piegare le mappe al suo percorso, i generi alla sua volontà. Questa cosa – la tensione fra regole e uno “stile” riconoscibile all’interno di esse – nell’hip hop è un caposaldo. Che poi spesso venga completamente fraintesa e usata per comodità, purtroppo è altrettanto vero. L’elemento convenzionale più profondo, nel rap, è il groove, quasi completamente assente negli Uochi Toki. Una convezione (culturale, giacché il groove per un bulgaro può essere in 11/8) che si incarna letteralmente nel corpo, nel muoversi su e giù di una testa in risposta a regole rigide di scansione del tempo. Un brano rap con la base funky, le metriche regolari e lo slang non è necessariamente una forma di omologazione; è soltanto un’esperienza di ascolto diversa da un brano che, in modo lodevole e necessario, deraglia dai binari.

Ogni tanto le convenzioni sono semplici schemi cognitivi, aspettative che ci ha imposto la nostra cultura, ma che ci permettono letteralmente di esistere e di non impazzire di fronte all’irregolarità del mondo. Penso alle parentesi sul gusto come comportamento che il gruppo ha esposto in “Idioti”: decostruire quegli schemi è una cosa brillante, ma a me sembra che talvolta gli UT perdano la lucidità di capire come la “normalità” sia per noi essenziale. Altro esempio è, diciamo, “l’appartenenza”. Che spesso il duo descrive come una sicurezza da branco, ma può anche essere vista come qualcosa di diverso: a partire dal dialogo interpersonale, dalla voglia di costruire qualcosa insieme – e doversi incontrare in un punto, usare un linguaggio comune, riconoscersi. La complessità, a un certo livello, lede a un’opera come lede a un dialogo: più spunti mi dai, più ne finiscono inevitabilmente nel cestino. Ma c’è dell’altro: gli UT sono così disgusati dal qualunquismo e dall’omogeneizzazione che vedono spessissimo alcune scelte non-individuali (perché si connettono a dimensioni sopra e attorno all’individuo, trascendendo le sue scelte del qui e ora) come mera, becera, appartenenza da tifosi. Come quando si riferiscono a uno straw man riguardo all’aborto nel pezzo sotto, o come quando raccontano la politica come una questione di – appunto – squadre contrapposte.

La politica è, in questo discorso, il punto più caldo. Sia perché a monte essa nasce da problemi, dinamiche e decisioni sovra-individuali, sia perché a valle deve per forza sfociare in un “incontrarsi”. Il parere che gli Uochi Toki danno spesso sembra riferirsi alla politica da manifestazione studentesca, e raggiungere esiti paradossali – “la politica non esiste”, in questa intervista – oppure individualistici in senso negativo – il discorso sui centri sociali nell’intervista a Ondarock, che tradisce una voglia di sospendere le appendici del discorso che vanno oltre il presente (banalmente: che apporto do alla realtà in cui suono? A chi porto i soldi? Chi me li dà? Come si inserisce quello che sto dicendo dentro un flusso di comunicazione più ampio di me che parlo o suono sul palco e di me che parlo con qualcuno sotto?)

Spesso gli Uochi Toki rendono conto di una dimensione minuscola, quotidiana, sia nelle loro scelte e abitudini sia per scendere a patti con la  dimensione collettiva di cui ho parlato sopra: fare musica e cultura attraverso rapporti d’amicizia (con l’etichetta, i gruppi, chi gli consiglia i campioni ecc); parlare a tu per tu con la gente invece che incasellarsi in identità e discorsi collettivi. Beh, questa cosa da un lato è bellissima, ma dall’altro può avere esiti patetici, come quando Napo, nel brano sul poliziotto dell’ultimo disco, dice in pratica che non si fida di niente che non gli sia detto di persona, il che è un po’ come dire che non esiste nulla al mondo (il mio socio ha visto quella parte come una gran definizione di antropologia, e ci sta, ma se presa veramente sul serio fa cascare le palle). Manca tutto ciò che sta sopra, e attorno, agli individui, ciò che li ha fatti essere quello che sono. E questa mancanza è acuita dal fatto che, spesso e volentieri, le canzoni degli Uochi Toki sconfessano l’individualismo, quando devono contrapporgli il caos o la natura o il cosmo.

Annunci


3 Responses to “Fuori dalla zona di comfort. Uochi Toki, la complessità e le convenzioni”

  1. 1 suttree

    Applausi… Premetto che li ascolto da anni sempre con piacere, ma non mi capacito di come siano fermi su posizioni tanto infantili, da individualismo stirneriano oserei dire. Potevo essere in sintonia con quello che dicono a 18 anni, ma ora mi riesce veramente difficile. Non esiste la storia, non esiste la società, non esiste la politica… Mi chiedo di cosa sia fatto l’individuo allora.

  2. “Fuori dagli schemi si finisce in altri schemi. Come questo.”

  3. Stefano TVTB.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: