10 pezzoni poco conosciuti nel catalogo Dischord

14Dic13

Su un paio di libri accademici che ho letto di recente la Dischord viene descritta come un’etichetta senza particolari numeri a parte Fugazi e Minor Threat. E anche quando si parla di questi, troppo spesso ci si focalizza su “oh no cioè massimo rispetto l’etica Ian MacKaye” invece di parlare di MUSICA. Quindi adesso racconto alcune canzoni bellissime che stanno forse un po’ sullo sfondo nella storia meravigliosa della musica panc di Washington DC. Per “sullo sfondo” intendo che non farò riferimento ai gruppi in cui hanno suonato membri dei Fugazi, o Dave Grohl, o Ian Svenonius, o altra gente famosissima del giro Dischord, con alcune significative eccezioni dovute soprattutto alla mia incoerenza. Noterete che qualcuno di questi brani sta nel box set 20 Years of Dischord. Talvolta li ho ascoltati lì prima di cercarmi i dischi, oppure ho ascoltato solo quelli e non i dischi; in altri casi si tratta di esempi lampanti del buon gusto col quale il box è stato compilato. Sono in ordine storico, o almeno spero.

Rain – Rivers (da “La Vache qui rit”, 1987 – edito nel 1990)

L’estate del 1985 è nota, nella scena di DC, come Revolution Summer. E’ una trasfigurazione dell’adult crash temuto dai Minor Threat, il momento in cui i panc raccolgono i cocci di ciò che hanno distrutto nella prima metà degli anni Ottanta, li ingoiano e sputano sangue. A chi dipinge (e a chi consacra) l’emo come un nuovo glam col nero al posto dei colori, un disimpegno narcisistico mascherato da fragilità, andrebbe ricordato che proprio con la Revolution Summer, nel momento in cui inventa accidentalmente l’emocore, il punk washingtoniano prende coscienza politica di sé, in mille sensi diversi. I Rain sono una specie di lost band di quell’onda lunga: due di loro hanno formato i Girls Against Boys dopo questo Ep rimasto a lungo in un cassetto. Un Ep -“La vache qui rit” che concentra in questo brano di 3 minuti l’intera esperienza della Revolution Summer come romanzo di formazione.

Beefeater – Just things (da House burning down, 1987)

Quando la mia generazione di musicisti era ggiovane, poche idee erano chiare e fondanti come quella che voleva il basso slappato come elevazione spirituale rispetto al basso suonato con le dita, che a sua volta… avete capito. Per cui se avevi appena cominciato a suonare, ed eri in un gruppo nu metal, la prima cosa da fare era imparare tecniche di finto slap. Poi per fortunala maggior parte delle idee coagulate attorno al nu metal è invecchiata malissimo, lasciandoci un momento che è cominciato più o meno con Strokes e White Stripes e che sembrava LA RIVOLUZIONE, e invece si è trasformato in un’ennesima madre dei cretini. Ma comunque. Oggi riesco a sentire con piacere pochi pezzi col basso slappato: Just things è uno.

Shudder To Think – Crosstown traffic (da Funeral at the movies EP, 1991)

Ecco, qui stiamo già scazzando. Nel senso che gli Shudder to Think non andrebbero considerati come band minore, se non altro per le colonne sonore alle quali Craig Wedren ha messo mano – su tutte, Velvet Goldmine. Stiamo parlando di uno dei due gruppi Dischord a essere finiti su major, e per dare un’idea degli animi coinvolti bisogna aggiungere che entrambi – parlo di loro e dei Jawbox – hanno fatto uscire i loro dischi più folli e “avanti” proprio dopo aver lasciato il nido. All’epoca di  “Funeral at the movies” le assurdità di “Pony Espress record” erano ancora lontane: gli STT si dedicavano “solo” a una forma personalissima di emocore. Crosstown Traffic è una cover  di Jimi Hendrix, straordinaria nel riproporre la carica sexy dell’originale capovolgendo il machismo in frociaggine, e nel mandare a morte i finti pronipoti virtuosi segaioli di Jimi sostituendo i lick di chitarra con degli splendidi DUBIDUBIDUDU. Sempre in “Funeral” c’è Red House, una delle cose migliori mai uscite sull’etichetta e, guarda un po’, omonima di un pezzo di Hendrix.

Autoclave – I’ll take you down (da s/t, 1991, ristampato nel 1997)

Altro esempio di “ripescaggio”, di due dischetti di inizio anni 90, originariamente non usciti su Dischord. Ho letto da qualche parte che la definizione di math rock è apparsa per la prima volta su una recensione delle Autoclave. Ci suonava Mary Timony, annoverata qui tra i più grandi chitarristi indie. E si sente: i pezzi del gruppo sembravano incerti sulla direzione da seguire, tra spigoli, morbidezze, punk, psichedelia e chi più ne ha più ne metta. I’ll take you down sembra musicalmente una versione moscissima di un brano post-hc, eppure ha un’atmosfera incantevole, tra la malinconia divagante della voce e le forme liquide che la chitarra assume lungo tutto il pezzo. Meglio la seconda versione del brano, apparsa in un 10″ del 91.

Comunque a noi di mestolate il rapporto tra la parola Autoclave e il mondo dei suoni suscita soprattutto il ricordo di un ZZZZZZZZZZZ che ci svegliava a intervalli di circa due minuti nelle notti dell’autunno 2011.

Trusty – Goodbye Dr. Fate (da “Goodbye Dr. Fate, 1995)

Una canzone normalissima in un disco normalissimo, se non fosse per quel passaggio di batteria all’inizio, i lalalalalalala finali e la bellezza abbacinante che sta nel mezzo. Quando l’ho ascoltata per la prima volta leggevo Il giovane Holden, e l’atmosfera del pezzo ci stava tanto che per me Goodbye sarà per sempre “La canzone del giovane Holden”.

Smart Went Crazy – Funny as in “funny ha-ha” (da “Con Art”, 1997)

Riff di violoncello memorabile, testo bellissimo e titolo geniale. Gli Smart Went Crazy di Chad Clark sono stati uno dei segreti meglio custoditi della Dischord, sulla scorta di un songwriting da genietti, in cui le melodie convivono con una follia quasi sottopelle, nascosta tra le pieghe di brani che si vorrebbero “indie rock”. In questo disco sta anche A brief conversation ending in divorce, altro esemplare della musica d’iddio.

Faraquet – Study in complacency (da “The view from this tower”, 2000)

Devin Ocampo suonava la batteria negli Smart Went Crazy, per poi prendere il timone nei Faraquet (e, in seguito, negli altrettanto grandi Medications). E’, per me, il genio della nuova scuola washingtoniana, autore di dischi bellissimi e – quasi per sua scelta deliberata – non cacati. Lo stalko su Facebook, gli scopiazzo i riff e una volta gli ho pure mandato una mail per dirgli che era il mio chitarrista preferito e chiedergli se poteva spiegarmi che suoni usare per copiarlo. Tra i suoi brani che solitamente plagio Study in complacency Cut self not si danno battaglia: math rock con voce melodica, un feeling quasi bossanova che emerge a tratti e una sensazione di fredda malinconia in lungo e in largo – niente male per un genere musicale che si è sempre fregiato della propria capacità nel non trasmettere emozioni.

Black Eyes – False positive (da “Cough”, 2004)

Questi a un certo punto sembravano star diventando grossissimi. Poi, nella pura tradizione DC, sono scoppiati. Rimangono due dischi che sono artigliate al cuore, carica politica e disperazione amorosa praticamente indistinguibili. So che queste definizioni non significano quasi mai nulla, ma a me False positive fa pensare a una versione jazzcore degli Asian Dub Foundation, tra un tiro da proiettile, due voci che sfiorano l’irritante e un sax impazzito che si fa i cazzi suoi. Seguono i coccolati Mi Ami; e i Sentai, che mantenevano il groove assassino e che sono più o meno spariti nel nulla. Intanto, se cerchi Black Eyes su youtube ti compaiono i Black Eyed Peas, e quindi anche il nome scritto sbagliato tira più della ricerca della band vera.

Beauty Pill – The mule on the plane (da “The unsustainable lifestyle”, 2004)

Questo brano sta ai vertici del mio campionato “linea melodica cantata insieme da un uomo e una donna”, il che nella mia mente malata lo rende la versione Dischord di Ja sei namorar   (oh, la sto riascoltando ora e confermo che non c’entrano un cazzo) I Beauty Pill sono il nuovo progetto di Chad Clark, estremamente poco produttivo per ragioni che hanno soprattutto a che fare con un grosso problema cardiaco che ha fermato l’uomo per anni. Se siete interessati, i nomi Smart Went Crazy e Beauty Pill vengono entrambi omaggiati qui. Ah: la copertina di “The Unsustainable Lifestyle” vince tutto.

Antelope – Contraction (da “Reflector”, 2007)

Justin Moyer, dagli El Guapo in poi, è un altro degli eroi della tarda, dimenticata quasi in tempo reale, Washington DC underground. Questo progetto in cui ha suonato per qualche tempo negli anni Duemila è sostanzialmente una riproposizione scarna all’inverosimile del primo post-punk. “Reflector” è un disco abbastanza ordinario, ma quando è uscito ne ho fatto indigestione, proprio perché sti pezzi hanno talmente poco che non ti stanchi mai di sentirli. Specie quando, come nel caso di Contraction, hanno controtempi che fanno girare la testa. Non ho ascoltato il progetto Edie Sedgwick di Justin: ditemi se vale la pena.

Annunci


One Response to “10 pezzoni poco conosciuti nel catalogo Dischord”


  1. 1 CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE/1 . Il Cantico dei Cantici e l’omosessualità dai Klezmatics ai Black Eyes | mestolate

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: