Diane and the Shell @Circolo Lebowski (Ragusa), 21/12/2013

22Dic13

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Quando  vivevo la Catania universitaria mi imbattevo troppo di frequente in flyer che promuovevano concerti di sta tizia, Diane, che suonava con sti tizi, gli Shell. Sembravano suonare ovunque, ogni settimana – me li immaginavo come una cover band da pub con Diane che faceva la voce di Gloria Gaynor, e provavo per loro una repulsione curiosa, di quelle che ti tengono per anni lontano dalle cose che, col senno di poi, amerai.

Li ho conosciuti davvero qualche anno dopo. (Diane non esiste; non esiste cantante) Attraversavo un periodo di fame vorace verso l’indie catanese, di cui avevo perso irreparabilmente la stagione d’oro. L’indie catanese è quella costellazione nata non tanto all’ombra dell’Etna, come da peggio rotocalchi musicali, quanto all’ombra degli Uzeda. Dai Theramin ai Suzanne’s Silver, dai Tapso II ai Jasminshock, con propaggini varie in giro per la Sicilia orientale, e filiazioni a getto continuo – la congrega di scoppiati che si raduna attorno alla Doremillaro Records è, più o meno, lo stato delle cose al momento presente.

Col tempo ho cominciato a essere infastidito da certi aspetti di tale indie catanese, e dell’indie “albiniano” tutto – come scrivevo di recente in una conversazione privata su Facebook: “Ho sempre pensato che ci fosse un equivoco su quel genere tutto, che suona storto e solo per questo ti dà sentore di originalità, e invece a lungo andare suona storto sempre nello stesso modo. Questa cosa dopo un po’ ha cominciato a darmi fastidio: melodici ma mai pop, pesanti ma mai metal, spigolosi e sghembi ma mai più prog di tanto”. Vittime, direi, di regole ENORMI, soffocanti, dentro un genere che si voleva post-tutto. Finché non sono andato a un meritorio festival che si teneva dalle mie parti, l’Indian Summercamp, e, vedendo alcuni gruppi che si sforzavano di spaccare il tema a forza di variazioni sullo stesso, non ho avuto un’intuizione. E cioè: se prendi, chessò, il math rock, reame della freddezza e della stortura, l’unica cifra per la sopravvivenza è trasformarlo o in un piagnisteo emo o in una baracconata. Quest’ultima soluzione, figlia in un certo senso dei Battles in overdose da elio di “Mirrored”, sulla carta sembra il male del mondo (ne abbiamo parlato mille volte, e l’ironia e la non assunzione di responsabilità e bla bla bla), ma nella pratica è ciò che trasforma un concerto mediocre in un concerto meraviglioso.

In quel frangente, i Diane and the Shell si preparavano a registrare il loro secondo album, “Barabolero”. La loro scelta è stata un po’ quella lì. Nel primo album c’era la stoffa, ma mancava un po’ di personalità – o meglio, rimaneva confinata alla vita reale, al live, ma non intaccava la musica. Non è che siano diventati Elio e le Storie Tese, intendiamoci, ma sono riusciti nello sforzo di far diventare la musica più asettica del mondo qualcosa di divertente, pieno di groove, giocoso. Hanno preso i Don Caballero minimalisti di “American Don” (senza dubbio il disco più soporifero della loro carriera prima che smettessi di ascoltarli) e li hanno resi… mediterranei.

E pazienza se “Barabolero” non è il terremoto dei live.

Ieri li ho rivisti, dopo – credo – un lungo stop. Suonavano al Lebowski, un circolo che sembra costantemente in preda a uno strano maleficio – quello per cui i ragusani SI LAMENTANO, SI LAMENTANO IN CONTINUAZIONE, e non ci sono i concerti e la musica laiv e porco dio, ma poi quando si tratta di andare a vedere davvero la musica laiv spariscono nel nulla. Aprivano i near the blockhouse, la versione spogliata, essenziale dei Diane – bravi ma con qualche finale da curare un pochino meglio.

Per quanto riguarda i Diane and the Shell: boh, nell’angolazione ristretta dalla quale vedo il mondo sono tipo la miglior live band siciliana. Una cosa che se non li vedi ti perdi metà dello spettacolo, senza che loro indulgano in teatralismi o visuals di sorta (merito soprattutto del bassista Peppe Schillaci: se un altro al suo posto suonasse il basso in quel modo, si muovesse in quel modo, diresti che nella vita ha sbagliato tutto – e invece).

Come al solito, il video che segue non viene dalla serata di cui non sto facendo il live report. Inoltre non si vede un cazzo. Comunque, se volete farvi un’idea,

Per il resto, il live report migliore l’ha fatto il mio amico Alessio durante il concerto: “Mi sta venendo voglia di suonare”.

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4 Responses to “Diane and the Shell @Circolo Lebowski (Ragusa), 21/12/2013”

  1. ❤ P.


  1. 1 oltre l’indie….nulla!! | Kyklos in Kiev
  2. 2 Unsliding doors /1. Battles – The Line | mestolate

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