Due storie rap

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Sul finire del 2013 sono usciti due EP di rapper ragusani: “Rime, ponti, uncini” di Legione e “Pentadrammi” di Soulcè & Teddy Nuvolari. Ci sono mille ragioni per non raccontarli, specie nello stesso articolo: prima di tutto perché queste persone hanno suonato insieme per anni, e ora non lo fanno più. In secondo luogo perché li conosco personalmente, e uno era persino mio compagno di classe alle superiori – il rischio è che, mentre io penso di star indicando la luna, qualcuno veda l’indice puntato verso il mio stesso ombelico.

Però voglio parlarne lo stesso, perché si tratta di lavori fortissimi nel disegnare traiettorie di vita opposte, linee di fuga dallo stesso punto che è lo status quo del rap italiano, esattamente nell’istante in cui chiunque vorrebbe trovarcisi dentro e trarne un po’ di gloria riflessa.

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Ricominciamo da capo. Come dicevo, Legione, Soulcè e Teddy Nuvolari facevano parte della stessa crew. Hanno pubblicato insieme un bel po’ di roba, sotto diversa ragione sociale e con differenti compagni di strada. Il loro nome, demo dopo demo, cominciava a girare. Eppure, visto col senno di poi, era un nome troppo incistato dentro l’identità hip hop italiana per risaltare veramente nel mucchio – e stiamo parlando di anni in cui la nuova esplosione non c’era ancora stata, e il rappuso non era lo status symbol di adesso, quanto piuttosto un buffo personaggio del sottobosco urbano attaccato ottusamente ai suoi stracci oversize.

Finita l’esperienza comune, i protagonisti in questione hanno imboccato percorsi completamente diversi. Davvero, io non so se questa sia solo una mia pippa mentale, non ho idea di cosa ne pensino loro, ma dall’esterno sembra che le loro incarnazioni di adesso siano reazioni radicali al conformismo rap dentro il quale esistevano senza spiccare davvero. Rompere il comfort della massa e l’aurea mediocritas reinventadosi: un po’ ciò che chiunque dovrebbe fare, in qualsiasi circostanza.

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L’evoluzione di Soulcè e Teddy Nuvolari è più antica e graduale: “Pentadrammi” conferma ciò che, col primo album, aveva distinto i due sullo sfondo del rap nazionale. E cioè, uscire dal coro non soltanto con la bravura, ma anche attraverso la creazione di un immaginario. Creare un immaginario non è una cosa che fanno tutti i musicisti: può affascinare come sembrare una paraculata. Di certo ti aiuta a ricordarti dei musicisti in questione, specie quando l’immaginario è difficile da inquadrare a parole eppure appare in qualche modo conchiuso, completo. Nel caso in questione, si tratta di sforare l’estetica della strada, rompere l’argine verso il cantautorato, la musica suonata fisicamente, la malinconia, il teatro che per Soulcé è un irrinunciabile percorso artistico e il vero filo sottopelle del suo flow. Avete presente il finale di Opinioni di un clown, in cui il clown [SPOILER] si riduce a suonare delle canzonette per strada in cambio di qualche spicciolo [/SPOILER]? Ecco, “Pentadrammi” mi suona proprio nel modo in cui immagino quelle canzonette. E ancora: vi ricordate della polemica su Colapesce, i cantautori e il rap? Sembra passato un secolo, madonna cane. Beh, non so se Colapesce conosce Soulcè, ma dovrebbe dare un ascolto a “Pentadrammi”. Che funziona benone e non stanca mai, specie nei pezzi arricchiti dai featuring di Smania Uagliuns ed Enzo e il Cattivo Tempo (mai così drammatici): un disco di calore fisico puro e, allo stesso tempo, pervaso da un’amarezza eterea.

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Di Legione avevo perso le tracce; credevo non rappasse nemmeno più. “Rime, ponti, uncini” è uscito quasi per sbaglio, con scarsissima enfasi e promozione anche da parte del suo autore (e quasi factotum, a parte due produzioni affidate rispettivamente a J. Wise e General Beatz). A pensarci bene, lo spirito dell’album è già tutto nel titolo e in questa attitudine schiva: un titolo che parla, semplicemente, di musica; una copertina chiusa su se stessa, sulla persona dell’autore mentre scrive. Racconta la storia di uno cresciuto con la mistificazione del gangsta rap, che col passare degli anni si è forse rotto il cazzo dell’estetica hip hop tutta, di provarci e partecipare al teatrino delle wannabe star che ti implorano ogni cinque minuti di condividere il loro video. [poi magari mi sbaglio, eh, magari domani Legione fa un videoclip pieno di troie e lancia un concorso il cui premio sono le troie stesse]. Di immaginario, in “Rime, ponti, uncini”, ce n’è pochissimo: è un disco spogliato brutalmente, concentrato sulla vita di chi canta – storie d’amore frustranti, viaggi da un capo all’altro del paese, un nervosismo che striscia in lungo e in largo – sulla sua tecnica mostruosa e sul paradosso tra lo scazzo nel porsi come un musicista e un’urgenza viscerale di esprimersi. Ne viene fuori una voglia di riscatto che rende ridicolo il bisogno di “impacchettarsi”, fare il rapper. Anche musicalmente va a parare in una direzione opposta al lavoro di Soulcè e Teddy Nuvolari. Mi si potrà obiettare che si tratta di un EP dal respiro minore, di realizzazione sensibilmente più piccola e underground, pieno d’imperfezioni. Ma – come tutti i protagonisti di questa storia – sono arrivato a inciampare sulla soglia dei trent’anni e di queste cose me ne fotte sempre meno.

Preferisco tenermi stretto il senso di queste storie che si dipartono, e che mettono tra parentesi la gloria transitoria di un hip hop che, proprio mentre sta all’apice, ricomincia già a puzzare di morto. Dimenticavo: entrambi i dischi sono in download gratuito. Li trovate qui e qui.

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