Localizzare gli ultimi

18Gen14

tal-national-kaani

Tra i migliori dischi ascoltati nel 2013 metterei sicuramente “Beautiful Africa” di Rokia Traoré e “Kaani” dei Tal National (quest’ultimo è uscito nel 2011, ma ha raggiunto i canali e il radar di noi hipsters occidentali l’anno scorso). Due album di artisti africani, in entrambi i casi coadiuvati alla produzione – e, nel caso di Rokia Traoré, nella line up – da “bianchi”.

Se  leggete le lusinghiere recensioni che questi lavori hanno suscitato in giro per la rete, vi accorgerete che praticamente in tutti i casi i dischi in questione vengono localizzati: si dedica sempre una certa attenzione alla provenienza degli artisti – rispettivamente Mali e Niger – e alle influenze che questa esercita sulla musica. Nel caso di “Beautiful Africa” si sono inoltre spese molte parole per descrivere il crossover tra musicisti maliani e collaboratori europei, in quanto lo spirito dell’album sembra sorgere da questo tipo d’incontro.

Localizzare la musica è una cosa importante, direi un atto dovuto. Questi dischi, in particolare, urlano a gran voce la loro origine: entrambi si portano dietro rielaborazioni di musiche “folk”; Rokia Traoré, poi, è stata perentoria sia nel dare al suo lavoro quel titolo, sia nel riservargli un concept che al Mali (e all’Africa tutta) guarda da vicino, anche e soprattutto politicamente. Restituire un disco, ehm, world alla sua dimensione di provenienza può sembrare un paradosso, ma ha un po’ di meriti indiscutibili che vanno oltre la completezza d’informazione: rimettere alcuni luoghi sul planisfero, sottraendolo alla centralità dell’occidente, e spezzare l’illusione per cui “la musica è musica”, in ogni tempo e in ogni luogo. Del resto mica è una pratica che riserviamo solo agli africani: pensiamo al rap delle metropoli statunitensi, al country di Nashville, a roba come i Calexico.

Io però mi chiedo, ogni tanto, se questo “atto dovuto” non sia un atto costringente, forzato, una gabbia che riserviamo a certa musica e a certa umanità. In Dentro la globalizzazione Zygmunt Bauman ha scritto (parlando di roba ben più grave, ma insomma) che ‘Gli abitanti del primo mondo vivono nel tempo di in un perpetuo presente; i residenti del secondo mondo, nel cui tempo non succede mai niente, vivono invece nello spazio’ e che ‘gli effetti della globalizzazione producono la localizzazione forzata degli ultimi’. Non è che il bisogno di localizzare, con tutta la sua sensatezza e la sua nobilità, si porta dietro un fardello, fardello che il linguaggio dato comunemente per globale non deve sopportare solo perché noi decidiamo così? A me, in fondo, che cazzo me ne frega di quale sia la città di nascita dei Dillinger Escape Plan? Andrea Pomini, uno attentissimo a sti discorsi, riguardo a “Beautiful Africa” ha scritto che un guaio costante della musica world è la ‘poca aderenza con quello che si ascolta sul serio nei paesi di origine’, e che il disco in questione è molto buono ‘pur non corrispondendo forse al profilo di ciò che pompa nei peggiori bar di Bamako’. Giusto, ma io non so come reagirei se qualcuno, all’estero, puntasse il dito su quanto Cesare Basile o i Ronin siano distanti da ciò che pompa nei peggiori bar di Catania:

In sostanza, io auspico che si continui a localizzare il più possibile la musica, ma mi domando: e se provassi ad associare a quel modello un’altra visuale? Se per cinque minuti me ne fottessi di Bamako e Niamey e provassi a prendere un altro percorso? Se ad esempio parlassi, da chitarrista incomprensibilmente scarso dopo una vita di tentativi, di chitarre? Se spiegassi che dei Tal National le chitarre mi hanno letteralmente travolto, che sembrano un carico che frana, ma riesce al contempo per un miracolo a tenersi legato? Che i tempi dispari sembrano continuamente andarsene per i fatti loro, dando le vertigini, eppure mentre la testa gira il piedino batte il tempo?

E se dicessi che di “Beautiful Africa” amo alla follia proprio gli intrecci di chitarre, la grana sabbiosa delle distorsioni che esplodono in Kouma? Che quando ho visto, nel video sotto, Rokia suonare Ka Moun Ké chitarra e voce ne ho tratto una sensazione erotica – quella di ammirare sessualmente un essere umano che padroneggia uno strumento, una tecnica; quella delle ragazzine che si eccitano quando vedono i bulli impennare col motore?

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