Philo-pena

08Feb14

di Giulia Conch

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Il cinema Miotto è uno dei miei cinema del cuore: da piccola ci ho visto Jurassic Park, ci sono stata ben due volte per la Titanic-mania, ci ho visto Kill Bill 1 e The dreamers. Al Miotto ho imparato che il cinema lo si poteva scegliere. In tutto questo tempo al Miotto eravamo sempre tre più tre, o tre più due al piano superiore, e poche anime al piano inferiore (benedetti cinema del Novecento). Passando i film, questi mini gruppetti sono diminuiti: ricordo una sera in cui al cinema eravamo in due. Ieri sono stata a vedere Philomena, con mia mamma, per una delle nostre cine-serate. Per la prima volta a memoria d’uomo ho visto persone in piedi al Miotto: piano superiore, piano inferiore. Mentre mi chiedevo dove si nascondano tutte quelle persone i mercoledì di cinema-Miotto (unica serata di proiezione), mi balenava l’idea che Philomena potesse essere un film meritevole, ben confezionato; potesse essere un Film, visto l’interesse suscitato. Non mi ero informata troppo, meno del solito, però mi incuriosiva l’Oscar per la migliore sceneggiatura. Illusa.

 Dopo i primi minuti (ho imparato che a volte si può percepire fin da subito la “puzza di capolavoro” o il fetore dell’immondizia) mi sono accorta della piega “smelensa”, come si dice al Miotto a Spilimbergo, che il film prendeva: con “smelenso” si intende la sfumatura sentimentale o patetica (nel senso di patos e forzata empatia spettatoriale con il vizio dello strappalacrime). Mia mamma – che avesse già avvertito fetore? – mi è sembrata infastidita. Gli schieramenti della storia risultavano ovvi dalle prime lacrime: suore cattive contro povere ragazze innocenti. Non mi interessano i poli tra cui brucia la tensione sentimentale ( chiesa bacchettona – povere ragazze, suore disumane – povere ragazze vestite tutte uguali, freddo dell’Irlanda – povere ragazze “volevano solo l’amore”). Non mi interessa. La cosa particolare è che non mi interessava neanche al cinema. Volevo vedere come sarebbero stati caratterizzati i due estremi: uno troppo umano, l’altro troppo poco. A lasciarmi basita sono state le retoriche utilizzate, quelle di un riconoscimento talmente banale, a livello infantile, da risultare quasi iconico, tipo il prete a cui sono riusciti a far dire solo “Dio ti perdonerà”, in un momento in cui sarebbe stato più credibile zittirlo o fargli dire altro. Mia mamma rideva e mi tirava lievi gomitate ogni volta che riconosceva una retorica bassa e mal articolata (meravigliosa una suora, anzi oserei dire LA suora quando ribadisce la scelta di astinenza e celibato; del resto aveva già iniziato presentandosi come QUELLA che stigmatizza un orgasmo). Non sono dalla parte né delle suore, né di Philomena. Esco dal cinema con l’amaro.

Camminando mi accorgo che una delle cose più brillanti è stata relegata agli ultimi minuti: Philomena perdona tutti, ammettendo la sofferenza e il coraggio nel perdono; dopo aver ripetuto durante tutto l’arco del film di non voler pubblicare la sua storia, di punto in bianco, dopo la catarsi del perdono appunto, in una delle ultimissime battute dà il permesso al suo amico giornalista di pubblicare il tutto (ormai alcuni spettatori erano persino usciti dal cinema dato che il film “era già finito”; chi è rimasto probabilmente ha solo sentito le battute, senza avvertirne il peso). Questo mi ha fatto pensare a quando Philomena, sempre rivolgendosi al giornalista, ribadisce la sua fede attaccando l’altro perchè crede “nello svendere i fatti della gente, nel fare foto in continuazione”; considerando che il film è tratto da una storia vera, il regista è come se si prendesse in giro, visto che, risulta esattamente come il giornalista: più inumano, col suo mercanteggiare i sentimenti,delle suore (che poi “poverine, loro non lo facevano apposta”); come un altro disumano personaggio del film egli risulta infatti affamato di “storie di vita vissuta” (categoria poietica dello “smelenso” che viene spesso nominata nel film) da s-vendere.

Certo il nostro regista Stephen Frears prende sul serio questa storia; non si prende in giro, come mi aspettavo facesse in un momento di richiesta di redenzione: si schiera palesemente, offrendo il suo rancore, la sua sete di giustizia. Caro Frears, mi dispiace, come dice Philomena: (essere arrabbiati) “deve essere estenuante”. Me lo aspettavo. A cadenza ritmata esce un film sulle suore o con le suore, tanto da generare mode: quella delle suore catchy che, partite dal riempire le chiese cantando con Whoopy Goldberg, (ricordiamo i precedenti Guai con gli angeli e simili) sono arrivate alle televisioni italiane con il prodotto Rai Che Dio ci aiuti (fetore appestante) e altri; poi è arrivato il filone “suore cattive” , troneggiato dal coraggioso Magdalene Sisters che ha dato il via allo scagliare pietre. Morale: un film che mira alla qualità d’autore, ma si perde in un’analisi “un tanto al chilo”. Ho pensato che il film sia costruito su un vocabolario comprensibile allo spettatore medio, quindi facile da rivendere per riempire cinema di paese e luoghi comuni. E dire che non ho parlato del figlio di Philomena, strappato alla madre dalle suore, omosessuale, morto d’aids. Non sembra neanche una storia vera.

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One Response to “Philo-pena”


  1. 1 Quella morte che vive dentro te/ 7 | mestolate

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