Bassa Fedeltà alla linea: Affinità/Divergenze tra il compagno Fazio e noi

21Feb14

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Col Festival di Sanremo, lo sanno anche i sassi, succede quello che il nostro altare vivente Rossana ha scritto da poco su Facebook:

è come possedere un televisore!
è come possedere un televisore acceso!
Sto guardando Sanremo senza guardare Sanremo 🙂

La febbre tocca anche noi, che viviamo a emisferi di distanza. Ma non ci faremo infettare, e non parleremo di Sanremo. Il Festivàl mi serve solo da aggancio per parlare di tutt’altro, a partire dagli ormai annosi dibattiti sull’ecumenismo di Fabio Fazio.

Io capisco alla perfezione le critiche a Fazio. Il problema non è manco che a me piaccia “Che tempo che fa”: il problema è che quell’ecumenismo, io, ce l’ho dentro.  Mi piace quando nelle partite di calcio si pareggia. Se non mi sforzassi di avere una coscienza politica, sarei contento coi governi di larghe intese e le interviste in cui politici di orientamento opposto dichiarano di apprezzarsi a vicenda. Quando guardavo Le Iene, nei momenti in cui sciacalli vari venivano messi alla gogna, simpatizzavo con gli sciacalli. Se guardo gente fare figuracce in TV provo vergogna.

Quando me ne sono accorto per la prima volta? Lo so io: è stato quando ho letto il mio primo numero del magazine Bassa Fedeltà.

C’erano gli sconosciuti Cramps in copertina, ma soprattutto il sottotitolo PUNK ROCK MAGAZINE: per questo mio fratello lo comprò. Io e lui eravamo punk. Significava che ascoltavamo i Nirvana, i Green Day e gli Offspring, più altre cose che non c’entravano una ceppa ma che noi chiamavamo punk comunque. Me lo ricordo a memoria, quel numero di “Bassa Fedeltà”. Avevo da poco compiuto dodici anni, e il giornale fu una drammatica fonte di disappunto.

Si apriva con un editoriale che attaccava i CSI, da me già apprezzati. Luca Frazzi si scagliava sul loro finto status alternativo, spacciato da tutti come salvifico quando il gruppo raggiunse il primo posto in classifica. A un certo punto Frazzi scriveva ‘alternativo a cosa, a Gerry Scotti?’. Perché, che problema aveva Gerry Scotti? Stava molto simpatico a mia madre, e anche a me.

Continuava con l’intervista ai Cramps, che si apriva con una polemica (credo sempre di Frazzi) su un concertone per il papa, in cui figurava tra gli altri quella ‘mummia imbolsita di Bob Dylan‘. A me stava simpatico il papa, e pensavo che Dylan fosse uno importante. Più importante dei Cramps, almeno. Qualche pagina avanti, Lux Interior si scagliava contro mode di merda come ‘il rap e il grunge’. IL GRUNGE. Il mio Kurt Cobain. Volevo morire.

Quel disappunto continuò, amplificandosi, nei mesi, e prese la tipica forma che queste cose assumono (meravigliosamente) durante la prima adolescenza: un fastidio che diventa subito voglia di saperne di più, voracemente. E quindi continuai a leggere quel giornale, quei gruppi che non avrei potuto ascoltare, quei vinili che non potevo suonare sul mio giradischi inesistente, quelle idee che non avevano basi per trapiantarsi in me. Invece che leggere un giornale che rispecchiasse i miei gusti, io volevo diventare un lettore di quel giornale. Volevo diventare un punk che leggeva Bassa Fedeltà e capiva di che cazzo si stesse parlando. E’ una cosa che appare mostruosamente patetica, ma se mi faccio due conti ho letto storie simili ovunque: ragazzini che hanno letto e si sono immaginati la loro musica anni prima di sentirla. A partire da quello stesso Kurt Cobain, che leggeva del tour dei Sex Pistols negli USA, e fantasticava. Cercavo di colmare le lacune sparando a caso, ordinando per posta compilation economiche di vecchie glorie punk (spesso porcate Uk’ 82 che oggi aborro), mandando a memoria tipo rosario gli articoloni sull’intera discografia punk inglese 77-79, di cui potete ascoltare qualche chicca in giro per l’articolo.

“Bassa Fedeltà” nasceva da Frazzi, Claudio Sorge e Federico Guglielmi. Era pesantemente orientato su punk settantasettino, garage e surf: gruppi vecchi e gruppi nuovi che suonavano vecchi, quelli che altrove Guglielmi definì ‘gli ermeneuti del no future’. E’ perché mi ricordo ste cose che poi dimentico sempre di tagliarmi le unghie dopo aver fatto la doccia. L’impostazione della rivista mi dava sentimenti contrastanti: voglia di farmi una cultura ma anche fastidio per la ricattatoria chiusura mentale dei redattori: ricordo recensioni piene zeppe di formule del tipo “e se sto disco non vi piace/non lo conoscete/non ce lo avete in vinile, spiacenti ma del rock non avete capito un cazzo”. Nella pagina delle demo alcuni gruppi venivano bocciati per via degli stacchetti ska, mentre uno che rifaceva i Ramones in italiano era definito ‘geniale’. Avrei, col tempo, letto quegli stessi redattori altrove, constatando come fossero tutt’altro che chiusi di mente. Ma l’idea che mi è rimasta di “Bassa” è quella di un giornale pesantemente elitario, che strizzava l’occhio più ai collezionisti che ai punk. Un’enfasi sull’underground visto non come rete alternativa e di opposizione, ma come nicchia di genere: tendenza autodistruttiva, perché poi dentro la nicchia ulteriori sotto-nicchie sembravano darsi battaglia, e quando il giornale endorsava i Queens of the stone age o la Man’s Ruin qualche altro stronzo gli dava addosso. Eppure mi affascinava tantissimo, quella rivista. Quando smise di uscire andai per mesi in edicola a chiedere notizie, senza rassegnarmi, come in quella drammaticissima pubblicità del Macallan. E non so cosa darei per ritrovare i numeri e rileggermeli alla luce dei miei progressi degli ultimi 15 anni.

Dopo Bassa Fedeltà la stessa gente pubblicò qualche numero del bellissimo Metallic KO, a distribuzione meno capillare, dal design lussuoso e con inclusi CD decisamente superiori allo standard stabilito da Rocksound. Rocksound che nel frattempo strutturava la mia adolescenza vera e propria a colpi di speciali punk: quelli sì, parlavano alla mia generazione, ma col senno di poi non era un gran parlare. Tendenza proseguita negli anni universitari con Punkster, un altro spin-off di Rumore, sul quale con tutta la buona volontà è meglio tacere. Nel frattempo io correvo dietro alla mia educazione sentimentale da punk consumatore – punk che comprava i dischi di vent’anni prima, se li portava a casa, li ascoltava e si sentiva un ribelle. Al riparo da qualsiasi pratica attiva, da qualsiasi senso letterale di slogan ripetuti cento volte tipo “Do it yourself” e “annullare la distanza tra gruppo e pubblico” e bla bla bla – cose che avrei realizzato tanti, troppi anni dopo. Vorrei dare la colpa di questo consumismo hip a Bassa Fedeltà, ma mi sa che non posso sfangarmela così facilmente.

In ogni caso, il mio ecumenismo resisteva sotto pelle, coperto da bracciali borchiati comprati sul giornalino Carnaby Street (che basta da solo a demistificare qualsiasi puttanata su quanto sia bella l’adolescenza). Lo smentivo a forza di bestemmie, ma stava lì, pronto a riesplodere. Se quando avevo quattordici anni mi avessero messo di fronte alle camicette degli Husker Du e agli scioglilingua di Tim Kinsella, forse non avrei manco fatto questa fatica.

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3 Responses to “Bassa Fedeltà alla linea: Affinità/Divergenze tra il compagno Fazio e noi”

  1. Un pezzo tanto “sconclusionato” quanto bello e pieno di passione. Grazie.

  2. 3 marco

    Condivido i complimenti del buon Gugliemi


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