Maybe I’m – “Bwa kayman”

17Mar14

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Questo disco lo aspettavo da tempo, e non sarebbe una menzogna totale dire che ho sospeso gli aggiornamenti del blog per quasi un mese proprio perché i Maybe I’m erano la storia che avevo voglia di raccontare. Le ragioni sono varie: innanzitutto, le cose precedenti del gruppo mi erano piaciute molto (ne ho scritto qui). In secondo luogo, se leggete mestolate sapete quanto io sia fissato con la possibilità di incrociare le Afriche e il panc. Terzo, mi interessa anche il vudu haitiano,  che di “Bwa Kayman” è un po’ la spina dorsale, in modo molto più stimolante e politico di quanto spesso accada quando viene fuori il sempiterno binomio voodoo/rock’n’roll.  Per la cronaca, il Bois Caiman è legato a questa storia.

Infine, si capiva già prima di ascoltarlo che questo sarebbe stato un “concept album” non di nome ma di fatto – un disco il cui tema non è un pretesto quanto piuttosto l’interfaccia fra le sue diverse dimensioni, così che il titolo racconta perfettamente la musica, la musica dipinge la copertina, la copertina dà voce ai testi e così via: “Bwa Kayman” ha un immaginario perfetto, compatto, consistente. Un immaginario che – come dicevo prima – non si accontenta di strizzatine d’occhio, di commistioni superficiali afro-punk riverniciate dal misticismo, ma lavora sulla tensione fra quello stesso misticismo e la sua dimensione corporea – religione e politica, ritualità e aggressività, spiriti e corpi, rivelazione e rivoluzione.

Damballah wedo entoure mon esprit
le siecle des lumieres a forgè juste mon joug
votre utopies sont des cages pour les gueux
amene-moi a bruler dans le ciel

Fino a “Homeless Ginga” i Maybe I’m avevano tracciato un percorso che portava al blues dell’America rurale, e da lì al punk e a forme contorte di sperimentazione. Ora seguono anche un’altra rotta degli schiavi, un’altra facciata del Black Atlantic: l’identità africana nei Caraibi, il suo sincretismo culturale. Lo fanno raccontando il potere dello schiavismo e della religione, e la violenza della rivolta: così il rituale diventa elettrico e distorto, non troppo lontano a certi incroci fra percussionismo e post-punk operati dagli Ex (vedi il brano di apertura). Le cose migliori, per me, arrivano quando l’asse chitarra/batteria dei napoletani si apre ad apporti esterni, come gli squarci del sax di Andrea Caprara in quattro degli otto brani – spiccano la folle celebrazione Damballah Wedo e la title-track, la cosa più articolata ed espressiva dell’intero album:

… O come i deliri aggiunti da Cazzurillo a Commen-sale, una specie di demente brano hardcore:

Mentre le vecchie forme blues resistono in questa nuova incarnazione dei Maybe I’m (per esempio nella canzone posta in chiusura, Tutto quello che sai è falso), non accade purtroppo spesso che i due percorsi citati sopra – il blues-punk e il postcore percussivo – si incontrino. L’esempio più compiuto, da questo punto di vista, è Sele – una canzone su un fiume che sembra scritta dal fiume stesso, nel suo incedere torbido e melmoso (impreziosito dal synth di Anacleto AV-K Prod). Chissà, magari questa sintesi potrebbe essere un prossimo passo per il duo.

Alcune cose di “Bwa Kayman” non mi piacciono. Per dire, non tutti i modi in cui i Maybe I’m usano le voci mi convincono, e in ogni caso la parte vocale appare un po’ troppo soffocata nella resa generale. Il che è un peccato anche a fronte di testi splendidi (in italiano, inglese e francese/patois), assolutamente sopra la media.

Comunque sticazzi, chiedo ufficialmente alla Jestrai – che ha fatto uscire l’album – di regalare una copia a questo tizio. Non si sa mai.

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