Il “ritorno degli anni Novanta” e l’invenzione della tradizione

12Mag14

Nel lungo periodo in cui non abbiamo aggiornato mestolate, un imponente dibattito sul “ritorno degli anni 90”, frontiera auto-cannibalistica della retromania, ha turbato i miei sonni. Se ne parla in varie salse: in termini di sdoganamento del brutto, di esaurimento delle cartucce culturali a disposizione, di improbabili filiazioni Van Pelt-La Dispute. Per non parlare della gran massa di articoli mainstream che escono dall’oggetto immediato di questo post (e cioè gli anni 90 della “musica alternativa”), a proposito di cose tipo il ritorno di Beverly Hills 90210 e il ritorno del Winner Taco.

Ché, ovviamente, un revival è una cosa complessa, piena di strati; a volte non è manco “una cosa” solida e ben delimitata: io non lo so se, dieci anni fa, ci fosse un qualche tratto di congiunzione che unisse le compilation “Hit Mania Dance 80” e quelle “NY Noise”. Chiamare in causa un revival, al contrario, è lavoro agevole per un giornalista: permette di sfornare listoni e funziona molto bene come profezia che si auto-avvera (“oh, dice che c’è il ritorno degli anni 90!”). L’effetto cumulativo è che un processo culturale così complicato e sfuggente poi finisce per sembrarti un tetro monolite col quale misurarti, e che io mi trovo a riflettere sui possibili danni culturali e le possibili connotazioni deprimenti di un progetto come Non ti divertire troppo, che se visto sotto una luce appena meno paranoica potrebbe rivelarsi semplicemente un bell’atto d’amore collettivo per una parte importantissima della vita di chi lo ha scritto [per fugarmi i dubbi, ovviamente, lo ordinerò e me lo leggerò].

Anche a valle si tratta di un oggetto complesso: è lo stesso fenomeno quello che tocca un Maurizio Blatto su “Rumore” e un ragazzino di oggi che si abbevera a un passato mai vissuto di persona? E soprattutto – vengo al punto – come la mettiamo con chi qualche scorcio di anni Novanta se li è vissuti davvero, e non si trattava degli anni Novanta del presente ritorno? So di cosa parlo perché parlo di me, e di tanti come me. Un revival (come ogni cosa), è interessante se analizzato a partire dalle sue piccole fessure, dalle line sfasate, da – in questo caso – ciò che non torna indietro. Perché beh, sicuramente tanti fan dei My bloody valentine e degli Slint e di Beverly Hills 90210 adesso si staranno guardando allo specchio, ma se io – insieme a tanti, tantissimi altri che oggi provano nostalgia per i Pixies – decido di guardarmi allo specchio, è questo che vedo:

Io ho vissuto in una parte di mondo minuscola, ma ricordo che negli anni 90 avevo attorno molti più pantaloni baggy e kefiah che occhiali a montatura spessa e fan dei June of 44. Un revival è sempre un processo di filiazione inversa, in cui il presente si costruisce, per così  dire, un passato che venga incontro alle sue esigenze attuali. Chiaramente, questo revival, qualunque cosa sia, parla molto più degli anni 10 che degli anni 90 – ciò è vero anche fermandosi al bisogno di passato in quanto tale, al Winner Taco che ha il gusto sbiadito della giovinezza. E in queste condizioni “quello che non ritorna” assume un fascino enorme, specie alla luce di un’epoca di sdoganamenti, culto del trash e ironia perdona-tutto.

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5 Responses to “Il “ritorno degli anni Novanta” e l’invenzione della tradizione”

  1. 1 manq

    Bel pezzo.
    Ti dico la mia, che è un po’ quello che faccio sempre. Per me se esce un libro come “Non ti divertire troppo” è una bella cosa. Se guardo chi ci ha scritto, però, e vedo due persone nate nel ’90, una nel ’93 e una nel ’94, devo farmi qualche domanda. Perchè non è che abbia qualcosa contro sti ragazzi, ne metto in dubbio che i gruppi di cui parlano siano in qualche modo i gruppi che hanno segnato la loro vita, ma c’è chiaramente qualcosa di aposterioristico (!!!) nell’operazione e questo taglia molto la genuinità e il possibile coinvolgimento.
    Boh.
    Sto leggendo Febbre a ’90 in sti giorni (che parla di calcio e non di anni) ed è tutto un farmi l’occhiolino perchè sotto sotto io che leggo sono come lui che scrive e tra di noi ce la si dovrebbe intendere, e invece no perchè io non solo non c’ero a vedere l’Arsenal nei ’70, ma anche perchè la mia formazione calcistica può anche aver portato ad una passione simile a quella di Hornby, ma certamente attraverso un percorso molto diverso.
    E questo è un fatto.
    Un altro fatto è che l’altro giorno in macchina per cause di forza maggiore mi sono risentito di seguito “IN UTERO” e “INCESTICIDE” e alla fine l’unica cosa che ho pensato è che i Nirvana non possono proprio avere il seguito che hanno e che, di conseguenza, la gente millanta per un senso di appartenenza del tutto uguale a quello che avevo io quindici anni fa (non per i nirvana, in ogni caso), ma col grave problema di provarlo ORA, decisamente fuori tempo massimo.
    Questo per dire che di 30 pezzi che leggiamo in giro sugli anni ’90 quelli genuini saranno a malapena la metà e noi non possiamo saperlo prima di leggere, a meno che si conosca chi scrive (quasi mai, nel mio caso) o il pezzo stia riportando a galla qualcosa di non propriamente cool (tipo i punkreas).
    Quindi non lo so, io dopo aver scritto un pezzo che rivendica la centralità storica di un disco come Smash mi sento legittimato a parlare e mangiare Winner Taco come non ci fosse un domani perchè, nel mio piccolo, so di essere nel giusto.

  2. Grazie. Sì sono totalmente d’accordo sul finale dell’articolo – nonostante l’amore per i nirvana dovrebbe avere una sfumatura universale e il winner taco (al contrario di smash) mi faceva cacare anche nei novanta.
    febbre a 90 non l’ho mai voluto leggere esattamente per questa ragione, anche se per un verso dovrebbe trattarsi di una cartina al tornasole per lo stile di hornby – giacché è facile prendere il lettore per le palle se gli racconti la sua vita, lo è di meno se vuoi coinvolgerlo in una passione non sua.
    sul libro “non ti divertire” troppo non ho espresso un’opinione perché non l’ho letto, ma a giudicare dai nomi c’è un’ottima probabilità che la cosa mi piacca moltissimo. sul progetto ho detto la mia: puoi vederla sia come un’operazione nostalgia che consolida una specie di “generazione culturale” che parla di se stessa e delle sue cose, sia come un bellissimo gesto da appassionati – e guardando le dimensioni del progetto stesso mi viene da vergognarmi dell’aver pensato la prima opzione.

  3. 3 manq

    Preciso solo che la mancanza di un accento può dare una chiave di lettura SBAGLIATA della mia frase sui ragazzi nati nei ’90 che hanno scritto per “Non ti divertire troppo”. Mi scuso.
    Resta che, a mio avviso, non vedo tutte queste sfumature tra un gesto da appassionati che arriva 14 anni dopo e l’operazione nostalgia.
    Non dico che questo sia un male, ma ecco, non mi paiono proprio due cose diverse. Manco un po’, in effetti, a meno che chi scrive non sia appunto nato nel ’94.
    Sta a vedere che, dopo attenta analisi, i quattro giovani sono quelli collocati meglio nell’opera. 😉

  4. 4 Federico

    Ciao manq, leggo solo ora il tuo commento.
    I ragazzi più giovani, che ovviamente non sono la maggioranza dei presenti nel libro, sono stati inseriti anche proprio per non fare soltanto il libro dei reduci, di quelli che “come si stava meglio quando eravamo giovani”, ma per raccontare il fatto che queste band possono tuttora riuscire a parlare al cuore di nuove generazioni, che ci sembra una bella cosa.
    E per testimoniare che non necessariamente la passione per la musica è morta con la fine dei dischi copiati su cassetta o cercati per mesi nei negozi (cose di cui comunque nel libro si parla ampiamente), ma può rimanere viva anche nel tempo di Internet.
    Un saluto,

    Federico FKR


  1. 1 Gazebo Penguins @ BonG AKA Traccia uno: analisi del testo | mestolate

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