CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE/2. Malatu d’amuri

11Ago14

Disclaimer: CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE è una nuova serie di mestolate dedicata alle canzoni d’amore. Di recente ho provato a pensare alla lista delle mie canzoni d’amore preferite, e mi sono accorto che – omessi i classiconi tipo Love will tear us apart e cacate simili – non mi veniva in mente molta roba. Strano, data la percentuale di canzoni d’amore sul totale dei brani pop. O forse non così strano, e per la stessa ragione: ci sarebbe da scrivere un libro su quanto il sentimento amoroso stesso sia stato reso ordinario e vuoto dall’immaginario della musica leggera.

Altra cosa di cui mi sono accorto è che le poche canzoni alle quali riuscivo a pensare avevano dietro storie interessanti. Quindi per almeno un paio di post racconterò qualcuna di queste storie. Contributi esterni sono ovviamente graditi.

Forse un gruppo come La Casbah è esistito in ogni paesino d’Itaglia, in ogni angolo di ogni Festa dell’Unità, ogni Primo Maggio a Roma, ogni chalet sulla spiaggia. Forse la differenza era semplicemente i miei sedici anni. O forse si trattava veramente di un gruppo diverso, qualcosa di inaudito che veniva fuori a partire da elementi tutto sommato riconoscibili – rock, Giamaica, Sicilia e tantissimo Mediterraneo/Medio Oriente. Dopotutto La Bandabardò o che ne so, i Modena City Ramblers non c’entravano un cazzo. Il Primo Maggio Anarchico di Ragusa non è il Primo Maggio a Roma. La patchanka non l’abbiamo inventata noi, certo, ma questa patchanka aveva qualcosa di unico: c’era un sacco di ska, i fricchettoni ballavano sulla sabbia, ma l’atmosfera rompeva totalmente con il clima di festa e impegno piacione che uno si potrebbe immaginare. Il clima era spesso malinconico, l’impegno politico era avvelenato più che sorridente, e La Casbah aveva una fascinazione per il suo mondo (Dai Balcani al Pakistan, da una Sicilia stregonesca alla Striscia di Gaza, con il mondo arabo quale centro lirico e sonoro) che si fermava un attimo prima dell’esotismo fine a se stesso, ma nel frattempo produceva un caleidoscopio di visioni.  Negli anni Novanta la mia zona non aveva ancora smesso di fare i conti con la “scoperta” dell’immigrazione. I tunisini li chiamavano – e chiamano tutt’ora – sarbagghi, selvaggi. Ri-immaginare la Sicilia come terra araba era un gesto più politico di qualsiasi Banda Bassotti o posse dialettale.

A parte tutto questo, La Casbah ha scritto una delle mie canzoni d’amore preferite, Malatu (d’amuri). Non è tanto il testo, in un siciliano che non è il mio. Ricordo esattamente il primo istante in cui l’ho ascoltata, amandola subito: non c’era nessuna ragazza, nessun collegamento facilone col mio vissuto che mi portasse a sopravvalutarla come succede in questi casi. [avrei avuto occasione di rifarmi in seguito, quanto a esperienze di vita da legare a questa canzone. Ne ho una meravigliosamente grottesca, e col cazzo che ve la racconto].

Una cosa da sapere è che i concerti della Casbah, specie d’estate, erano una sorta di rituale collettivo, al tempo stesso bieca socialità e trascendenza mistica. Ci incontravi letteralmente chiunque conoscessi, e tutti sembravano fuori di testa. Una volta ho visto una ragazza baciare i piedi del cantante. Impazzivano soprattutto quando cominciava Malatu (d’amuri), nella notte piena di fiammate e maschere e giochi di prestigio (La Casbah si portava dietro un tizio che, da solo, trasformava i concerti in una specie di maestoso circo). Ecco, se devo spiegare questa cosa senza spiegarla, dico che per me Malatu (d’amuri) è la notte.

Pare che La Casbah si sia sciolta un attimo prima di fare il grande salto – si mormorava, ai tempi, per ragioni di integrità politica. Non conosco i retroscena. Poco prima avevano inciso “Eliogabalo”, il secondo album: molto meno ska, molto più contaminato. In termini puramente artistici (che in questa storia non sono tutto), il loro vertice.

Dopo qualche anno alcuni di loro sono tornati come Caruana Mundi: pacificati in molti sensi – artisticamente, attitudinalmente, in termini di carriera forse –  eppure ancora immaginifici. Hanno anche rifatto Malatu d’amuri:

La cosa più importante, però – e il motivo per cui tiro fuori tutto questo mondezzaio di ricordi –  è che nel loro secondo album, appena uscito, queste persone hanno tirato fuori un’altra canzone d’amore che riesce a parlarmi, dentro il buio del mio cuore non più sedicenne, lontano da quell’unica notte ogni estate (per un massimo di tre estati) in cui tutto quello che ho scitto finora esisteva per me:

Quante volte ho confuso il mio amore per te
Con la nostalgia che ho dentro e tu

Non dirmi che non hai mai sentito dentro
Questo strano sentimento, un amore senza senso
Non dirmi che non hai mai capito in fondo che per me
Pesano come macigni i miei ricordi

Il che mi permette di ricollegarmi al post precedente, visto che Abu Nuwas fu un grande poeta dell’età abbaside che scriveva roba umoristica, glorificava il vino, ha scritto la prima poesia araba sulle pippe e ha cantato l’amore omosessuale dal cuore del califfato islamico. ISIS prendi questa.

 

Annunci


2 Responses to “CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE/2. Malatu d’amuri”

  1. 1 KaKofoniKo

    [avrei avuto occasione di rifarmi in seguito, quanto a esperienze di vita da legare a questa canzone. Ne ho una meravigliosamente grottesca, e col cazzo che ve la racconto]…Come no, adesso sei pregato di raccontare l’episodio grottesco! 😀

  2. l’unica cosa che posso dirti è che c’entra il vomito! 😀


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: