King Buzzo @ Carroponte, Sesto San Giovanni 09/09/2014

14Set14

Per la stesura di questo articolo si ringrazia il sito www.musicmap.it , che ne ha favorito e ospitato la prima pubblicazione.

King Buzzo in un momento topico

King Buzzo in un momento topico

Ci sono tanti temi e tante idee che si sono affastellate durante il concerto e nella scrittura di questo live report, e una dei primi è se sia giusto utilizzare il verbo “affastellare” nella prima riga di una recensione.

Alcune parole chiave: istrionico, vermone, tigre in gabbia, idolatria, Mike Patton che scoreggia, Bukowski, testi incomprensibili, Verdena, manico, attitudine diy. Ora cercherò di svilupparle. Spoiler: questa recensione è scritta volutamente male, con dei periodi lunghissimi intervallati a frasi secche.

Iniziamo col dire che il Carroponte è un ottimo posto per fare concerti, e ospita spesso eventi del circuito del Bloom di Mezzago. Il Bloom ha probabilmente la miglior programmazione live in Italia, giocandosela forse alla pari con l’Hana-Bi di Ravenna, dove non sono mai stato. Nonostante l’attesa un po’ sporcata dalla pioggia, e il trasferimento della location sotto la tensostruttura (in pratica un tendone ancora funestato dai cartelli della festa del PD), il concerto ha retto il peso delle aspettative.

Il terzetto messo in fila per la serata era abbastanza interessante, a partire dal ganzo Diego Potron, quasi mio compaesano ma che non avevo mai sentito. Pensavo di buttare l’orecchio giusto per un paio di canzoni e per salvare un po’ di amor proprio, e invece mi sono ritrovato a prestare molta più attenzione del previsto a questa cigar box celata dietro una barba impazzita nascosta a sua volta dietro una grancassa con tamburelli annessi. Un blues bello spinto e slidato che si spinge verso il punk per attitudine e buona volontà (DIY = DO IT YOURSELF).

Molto più classica e posata (nella chiave del blues tradizionale) l’apparizione successiva di Adriano Viterbini, frontman dei Bud Spencer Blues Explosion in tour solista con la chitarra elettrica. Adriano ha una tecnica veramente da paura e sembra divertirsi come se stesse suonando da solo in cameretta, che poi forse è anche un po’ il limite di questa rinnovata passione collettiva per le “one-man band” in Italia e altrove. Vi siete già rotti il cazzo? No, bene. Perché ora arriva lui, Buzz Osborne AKA King Buzzo.

Atteso come il Messia da un pubblico delle grandi occasioni, ovvero in questi casi uno sparuto gruppetto di magliette di Wipers e Nirvana, dal sosia di G.G. Allin, dal sosia di King Buzzo stesso, da un mio amico venuto da Firenze apposta per il concerto e dai due non fratelli dei Verdena che erano sempre presenti a tutti i concerti dei Melvins che abbia mai visto, ovvero due con questo (se lo vogliamo considerare come tale), Buzzo fa il suo ingresso con chitarra alla mano e zainetto aziendale dove trasporta i jack. Molti gridano il suo nome o frasi pacchianissime del tipo “We love you Buzzo” per il gusto di mostrare di saper pronunciare tre parole in inglese in fila. A questo punto inizio a pensare che dev’essere una bella sfida tenere il palco tutto da solo con una chitarra acustica senza sfociare nella caciara generale dei fan di vecchia data.

A quanto pare anche Buzzo stesso si è posto la domanda, o meglio l’ha posta alla moglie, come racconta in diretta: “Secondo te dovrei suonare seduto su una sedia col microfono davanti, oppure in piedi con la chitarra come una statua?” – “Perché non ti metti a passeggiare avanti e indietro come un cretino come quando suoni da solo in salotto?” – “Hai ragione, farò proprio così!”.

La prima risposta al mio dubbio è quasi sbalorditiva: Buzzo ancheggia da destra a sinistra del palco, come una tigre in gabbia, come un grosso vermone gonfiato, trascina in catarsi un pubblico non facilissimo da domare, alzando la voce quando necessario e ripartendo di colpo con la chitarra. Avanza con delle vocine inquietanti di cui non lo credevo capace (sinceramente non mi ero mai soffermato sulle sue abilità vocali), aprendo con una cover di Alice Cooper preceduta da Boris, gran pezzo dei Melvins. Boris ha in effetti uno dei testi più incomprensibili di un gruppo già decisamente oscuro, e ho appreso gran parte delle parole per la prima volta mentre le sentivo cantate dal vivo, ancora mi arrovello nel capire di cosa parlasse. Qualcuno sui forum dice che parla di eroina, qualcuno dice che Boris in realtà è un gatto. Anche le trascrizioni del testo su internet sono tutte diverse tra di loro, e contrastanti. Intanto Buzzo tiene tutti col fiato sospeso per sette – otto minuti.

Dopo un po’ in realtà il concerto perde inevitabilmente di intensità. C’è un intermezzo particolarmente lungo in cui Buzz racconta una storiella che gli è capitata. Anzi, prima gioca con quale storiella raccontare, sempre utilizzando il feticcio della moglie: “Quale racconto cara? Quella volta in cui sono stato in galera?” – “No quella è meglio di no, racconta quella dove sei stato picchiato da due ragazze”, e via discorrendo. Dopodiché si arriva ad una scelta dei protagonisti tra Mike Patton e Iggy Pop, e la scelta cade sul primo.
In breve la storia è questa: durante un tour con i Fantômas, nel backstage, passavano la cover di War pigs dei Black Sabbath suonata dai Faith No More. Buzzo, senza riconoscere la voce registrata di Mike, avrebbe chiesto chi fossero gli autori di quella merda. Mike Patton non disse nulla. Dopo le esperienze coi Fantômase i Mr. Bungle, Patton chiese ai Melvins di fare da gruppo spalla ai Faith No More, ormai diventati famosissimi. Durante concerti da stadio, il pubblico fischiava continuamente i Melvins e subito dopo idolatrava la figura carismatica di Mike Patton. Una sera, stanco di questa situazione e dei sonori “buuu” rivolti ai suoi amici, Mike prese le scalette dei membri dei Faith No More e scrisse su tutti i fogli “questa sera la pagheranno”. Il concerto dei Faith No More si risolse in un’ora ininterrotta di “white noise”, frastuono senza senso e urla distorte, per King Buzzo “un concerto geniale”. Il pubblico, per non deludere il proprio beniamino, continuò comunque ad applaudire e a prendersi bene. A un certo punto, per completare lo sberleffo/vendetta, Mike Patton iniziò a camminare verso il centro del palco, si calò i pantaloni e scoreggiò sonoramente agli indirizzi del pubblico, amplificandosi con una specie di megafono posto vicino al sedere.

Non so se la storia fosse vera o falsa, è però curiosa questa tendenza alla stand-up comedy (proseguendo un filo rosso che parte da Henry Rollins) che ho registrato anche al concerto solista di Nick Oliveri, dove purtroppo il tasso alcolemico dell’ex Queens Of The Stone Age ha impedito di comprendere la stessa quantità di dettagli narrati. Su youtube ci sono anche le storielle di Buzzo su Dave Grohl e Iggy Pop, ma alla fine boh non le ho neanche guardate.

I pezzi del primo album solista di Buzz Osborne (che nemmeno era in vendita alla fine del concerto!), “This machine kills artists”, riferimento alla scritta sulla chitarra di Woody Guthrie, “this machine kills fascists”,a me piacciono molto, ma Buzzo li ha suonati un po’ a tavoletta, come se avesse paura di annoiare il pubblico e fretta di riscaldare di nuovo la sala con i vecchi successi. Il finale è in effetti un ulteriore momento topico, con le interpretazioni di Hooch (da “Houdini”, il disco più bello dei Melvins alla pari con “Stoner Witch”, a cui sono personalmente più legato, ma i Melvins hanno prodotto un disco all’anno per trent’anni, chissà quanti me ne sono persi, ho ascoltato l’ultimo, “Tres Cabrones”, proprio questa sera, conferma la strana evoluzione/ritorno del gruppo verso il punk e l’hard rock più classici un po’ stile Dead Kennedys) e soprattutto di Revolve, un capolavoro assoluto che vira quasi sul folk americano lasciando dimenticare il bordello totale di corde elettriche e batterie che accompagnano la traccia nelle diverse versioni registrate in studio.

Alla fine Buzzo è rimasto lì a smontare il palco in prima persona, e a concedere foto/autografi a cui non ho preso parte, perché mi sono dimenticato per l’ennesima volta la batteria della macchina fotografica, il che mi ha impedito di mettere una foto decente a cornice di questo lungo sproloquio.

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