Ruggine cade, Ruggine scende, Ruggine gronda

03Nov14

Cover

“Iceberg” è il nuovo album dei Ruggine.

Durante i primi ascolti ero quasi infastidito dalla sua inesorabile medietà: un suono nervoso che non esplode mai, tempi sostenuti che non accelerano troppo, una voce che non si deforma mai in screaming o cose simili. Un suono che, come tante altre uscite postcore/noise-rock/math, rimane ostinatamente quadrato dall’inizio alla fine.

In effetti, l’economia sonora dei Ruggine è abbastanza uniforme lungo tutto il disco: un assalto costante di tempi dispari che non suonano mai come un’esibizione di tecnica, quanto piuttosto come un riproporsi di tic in maniera ossessiva, il dondolarsi di un autistico sul punto di un’esplosione di violenza. Due bassi a macinare, e la chitarra che può lavorare di sponda. Le distensioni, le parentesi “rock” più solenni, i momenti di aggressione pura sono questione di millimetri.

Poi, con l’andare degli ascolti, mi sono reso conto che “Iceberg” è un esperimento, come i test di resistenza che si effettuano sulle infrastrutture. Sembra rispondere alla domanda: “Quanta tensione, quanto sforzo si può caricare sopra una musica profondamente umana, prima che diventi disumana? Quanta tensione può accettare un suono geometrico prima che le sue geometrie si rompano e ne venga fuori il caos?”

Da questo punto di vista, i Ruggine sono una delle esperienze musicali più forti che ho avuto nell’ultimo anno, tanto che a volte devo trattenere le lacrime mentre li ascolto. Sentite la voce, quando nel pezzo sopra urla “Sono suoni confusi, immagini confuse!”, o quando in Ashur canta “Non cerco difesa per questa discesa/non mi abbandono!/E non mi abbandonerò!”. Sembra di sentire un uomo che fa di tutto per non spezzarsi. Mi chiedo come sia possibile mantenere questa cosa durante diecimila take nello studio di registrazione, e lungo le decine di date di un tour.

Si è fatto spesso il nome dei Massimo Volume, ma di Clementi c’è più che altro la versione che il nostro hardcore ha trasfigurato negli  ultimi anni: quell’attacco, “Sono suoni confusi”, sta molto vicino ad Andrea Ghiacci che urla “Sono discese violente” in questo pezzo.

Una disperazione che sembra assoluta – ma quando guardi da vicino, sotto il martellare da fonderia degli strumenti, trovi più che altro risolutezza, voglia di rimanere in piedi. Come nel verso di Ashur che ho citato sopra, o come quando Simone canta

Anche l’uomo è nato libero non per essere legato
non per stare in catene di un dittatore condannato
E allora alzo gli occhi e guardo dritto in cielo
gli occhi sono grigi all’alba di domani
Ed è successo ti sei stupito
solo osservando il danzare di semplici foglie
Ritornerai ancora in quel luogo lontano
per riassaporare l’essere vivo
E’ stata una tua scelta ed ora lo hai fatto
è stata una tua scelta ed ora lo hai fatto

Roba perfettamente in linea con versi tipo “Brucia di vita/apri gli occhi, guarda in alto/ e stringi i denti”, o “Di fronte allo specchio mi mordo le labbra/ si annebbia la vista, mi manca la forza/ ho ventidue anni, non sono finito!”. Con la storia dell’hc italiano, insomma.

Dopo una montagna di ascolti viene da chiedersi perché i gruppi si ostinino a usare due chitarre e un basso invece che l’opposto.

“Iceberg” esce in cd per V4V-RecordsCanalese NoiseVollmer  e vinile per V4V-RecordsSangue DischiEscape From TodayCanalese Noise Vollmer Industries. Qui il cd in edizione limitata.

Qui, invece, il download gratuito:

 

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