Urgenza di comunicare (Batièn – “Frammenti del mio flusso che insieme sono un puzzle, divisi i continenti”)

31Dic14

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Sto cercando di mettere su un nuovo gruppo. L’idea è che io vivo in Sicilia tre settimane nel corso dell’anno, e durante quelle tre settimane devo trovare i componenti, arrangiare i pezzi, sperare che gli altri non se li scordino da una prova all’altra, e poi chissà. E’ totalmente imbecille, ma l’alternativa sarebbe aspettare di fermarmi da qualche parte, tra qualche anno, quando probabilmente sarò già rassegnato e nel tempo libero andrò in dialisi piuttosto che in sala prove. Non c’è altro modo di dare un senso ai miei giorni attuali, che passo per buona parte sulla chitarra a comporre roba che nessuno potrebbe ascoltare mai. E’ al tempo stesso struttura del mio presente (quello che mi fa stare bene) e struttura del mio “futuro”, sostanza della mia attesa – una delle cerniere tra me e quello che vorrei essere.

Ieri sono andato a Ragusa a fare una prova. Avevo lo zaino delle superiori e la chitarra che usavo dieci anni fa. Tutto un po’ più liso e polveroso, soprattutto io stesso. Cercavo di immaginare cosa avrà pensato il conducente del bus, il solito, nel darmi il resto. Mi vede da quindici anni, sempre meno giovane, messo peggio. Non mi sono ancora stancato? Dalle mie parti per muoverti da A e B devi prendere la macchina, oppure essere un passeggero dell’autobus: una vecchietta, un immigrato o un rimastone. I passeggeri degli autobus per Ragusa sono estratti a sorte dello stesso vecchio mazzo di carte, e io provo pena per tutti loro, e loro ne proveranno per me. I raduni biker sono sempre orrendi, le sale prove fanno tutte la stessa puzza. I suoni di merda, a diciott’anni, venivano sublimati e corretti con la fantasia, proiettandosi verso un futuro di amplificatori Mesa Boogie e festival europei; ora sono solo l’ennesimo ostacolo al divertirsi mentre si suona. Potrei darci un taglio e fare qualcosa di più sensato: imparare un software, mettermi a campionare roba della Sublime Frequencies e saturarla di strati e dissonanze. Sarebbe altrettanto degno artisticamente, più lungimirante anzi, e soprattutto aderirebbe meglio al tessuto della mia vita – alle mie notti da solo di fronte al computer, ai miei mesi in Australia, Tunisia, Finlandia e Madagascar. Ai miei trent’anni di pendolare transnazionale.

Gran parte della musica pop consiste in produzione culturale della naturalezza. Tutto ciò che ascoltatori e critici si beano di considerare selvaggio, naturale, vero, urgente, immediato ma anche, appunto, pop, è il risultato di calcolo e costruzione. Ci vuole di più a far qualcosa che appaia non-pensato che a fare un disco degli Yes. La famosa produzione “ruvida” è ancora più accorta di quella levigata: l’alternativa sono quei dischi della SST che sembrano registrati con un tappo nel culo. L’urgenza di comunicare, nel 2014, è il rapper sedicenne che pubblica su Facebook la tracklist di un disco che non ha ancora scritto, promettendo ai suoi 136 fan che presto ascolteranno qualcosa, perché i social network vanno aggiornati, in modo urgente. Il gruppo in cui suonavo era alquanto urgente, ma l’urgenza era in parte un difetto: musica un po’ troppo veloce, un po’ troppo agitata, sembrava infastidire l’ascoltatore non lasciandogli tregua, e non lasciando a se stessa il tempo di respirare tra un riff e l’altro. Questo mentre la musica pesante, negli stessi anni, si diluiva sempre di più in soluzioni post-Isis che ammazzavano qualsiasi senso d’impatto sull’altare del saliscendi emotivo.

Esistono tantissime alternative all’assioma che vi sto imponendo, ma nella maggior parte dei casi sono alternative scrause. Questo non vuol dire che l’urgenza di comunicare sia falsità: il gioco sta invece nel mantenerla intatta anche dopo che ti sei massacrato di prove e chilometri e feste della birra di merda. Se “attacchi il jack e suoni” trasuderai spirito adolescenziale, ma probabilmente suonerai fiacco. Devi attaccare il jack e suonare, essere assolutamente immediato, ma avere allo stesso tempo cognizione dell’universo che ti circonda. E’ una cosa difficilissima. Avete presente il verso di Lindo Ferretti raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali? Ecco, io credo che sia una cazzata, lo scheletro dello spirito del consumismo, che ha eretto a sistema un’estetica e un’etica post-romantiche della visceralità per giustificare tutta una serie di cose, tra cui l’impazienza del mercato. Il punto è che i sentimenti si raffinano seguendo i rituali fino al punto di dimenticarsene, ed essere liberi, come nello zen.

Karim giocava a nascondino tra le bancarelle del Primo Maggio Anarchico di Ragusa mentre io ci suonavo i miei primi fiacchi e urgenti concerti. Qualche anno dopo girava attorno ai Diosfera Corp., i meravigliosi punk-con-la-cresta di noi abitanti della provincia babba. Poi ha cominciato a suonare la batteria negli Ultimi, e poi è andato a vivere a Bologna. Da Bologna mi hanno contattato i Batièn, di cui Karim è il batterista, chiedendo semplicemente un parere sul loro dischetto, senza mettere le mani avanti con comunicati sfrangiapalle.

“Frammenti…” è un disco che urla FORLI’ da ogni kilobyte. Il titolo sembra venire da un generatore automatico di parodie dei titoli dei Raein; l’immaginario continentale e nouvelle vague era già un cliché negli anni Novanta. E’ da qualche tempo che accolgo queste uscite, anche quelle blasonatissime, con un sonoro “sticazzi”: non solo è roba ostinatamente identica a se stessa, ma è roba che trovo autocelebrata e celebrata in ogni angolo: da quando è nato mestolate sono passato da voce minore del coro dei celebratori a prudente silenzio perplesso.

Solo che i Batièn, in tutta la loro banalità, non hanno difetti. Non c’è una nota che cambierei, non c’è l’equivoco tra punk e approssimazione, c’è un cantante straordinario e c’è un sacco, una valanga, di urgenza. La forma è screamo, ma la verità è che, nello spirito, potrebbe essere uscito da uno scantinato della Revolution Summer (Voglionounnomevoglionome, gran testo, a un certo punto diventa i Rites of Spring) o dalla fotta nerd dei Cap’n’Jazz (le melodie sgraziate in Per il dottore manco di coraggio). Se li avessi ascoltati in modo più impersonale forse li avrei ignorati o avrei storto il naso, ma Karim che scrive (perdona se infrango la privacy facebookiana) è una cosa a cui tengo, e alla fine dà il senso a questi anni passati qua a Bologna, segna la frenesia, la confusione e la rilassatezza con cui si vive a 23 anni (sto invecchiando cazzo)” mi fa capire che, guardandomi addosso, i Batièn sono una cosa che sta accadendo a me.

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