Afghan Project – Nuff Violence

04Feb15

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Ne avevo parlato qui, era roba che aspettavo.

In un paese come la Tunisia, di solito il modus operandi per la musica underground – rap soprattutto – è piuttosto lineare: ci si immagina una disseminazione continua di materiale molto urgente e poco costoso, mixtapes, video rapidi ed efficaci. Pianoforti depressivi, flow incazzato e immagini di strada. Molta di questa musica non si pone, per principio, come spigolosa – le prospettive di riuscita si concentrano sulla probabilità che, alla fine della quartina, ti sia salita la fotta.

Afghan Project è diverso: sembra di sentire un rapper che si è perso nella nebbia e sta dando di matto. Il rapper è Katybon, la nebbia la costruisce Zinga. Attraversa vent’anni di bass music britannica che, a sua volta, filtra decenni di ghetti giamaicani e statunitensi. Accelera e rallenta a piacimento, ma raramente disegna scenari omogenei come – per dirne una – ha fatto The Bug con le due opposte metà del suo ultimo album. Piuttosto, le basi suonano dimesse, melodiche, ma contengono sempre una forma di impenetrabilità minacciosa.

Katybon, nel frattempo, sceglie tutte le strade più tortuose per costruire il suo flow. A volte sembra avere la sindrome di Tourette, rimbalza continuamente tra metriche intricatissime e passaggi ragga, chiacchiere e canto, arabo tunisino e inglese americano, cazzeggio e momenti emotivi.

Ne esce fuori un disco di cui ti perdi a cercare le strutture, in tensione perenne tra umori lontanissimi. Il modus operandi, dicevamo all’inizio: roba che è stata lavorata per mesi e mesi al chiuso di uno studio, senza che niente uscisse fuori; e che poi è stata pubblicata senza proclami, da un momento all’altro. Davvero: siamo lontanissimi da idee e prassi che ammorbano questa e l’altra parte del Mediterraneo.

“Nuff Violence” ve lo ascoltate, e ve lo comprate, qui.

PS: spiace per chi si degna di prestare orecchio al “terzo mondo” solo se questo suona etnico e fedele alle sue radici: qui non ci stanno né cammelli né darbouka.

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