CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE/4. Tanya Stephens – “It’s a pity”

01Mar15

Disclaimer: CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE è una nuova serie di mestolate dedicata alle canzoni d’amore. Di recente ho provato a pensare alla lista delle mie canzoni d’amore preferite, e mi sono accorto che – omessi i classiconi tipo Love will tear us apart e cacate simili – non mi veniva in mente molta roba. Strano, data la percentuale di canzoni d’amore sul totale dei brani pop. O forse non così strano, e per la stessa ragione: ci sarebbe da scrivere un libro su quanto il sentimento amoroso stesso sia stato reso ordinario e vuoto dall’immaginario della musica leggera.

Altra cosa di cui mi sono accorto è che le poche canzoni alle quali riuscivo a pensare avevano dietro storie interessanti. Quindi per almeno un paio di post racconterò qualcuna di queste storie. Contributi esterni sono ovviamente graditi.

tanya_stephens-tif-big

Il mio rapporto con la dance hall è simile a quello di molte persone con la musica in generale: sta a cavallo tra reazione istintiva e sentito dire. Sono andato a tante serate dalle mie parti, praticamente sempre divertendomi. Amici mi hanno fatto cd compilation. Potrei citare un po’ di artisti e di riddim; eppure la mia cultura non ha nulla di sistematico: non conosco davvero la storia del genere, i suoi flussi e riflussi, le sue problematiche interne e il suo folklore (a parte alcuni dettagli familiari a chiunque). Non ho ascoltato tantissimi LP di singoli cantanti; il mio preferito, Freedom cry di Sizzla, è una scelta arbitraria legata più o meno a ragioni biografiche. La mia esperienza del ragga conosce solo una storicizzazione: quella del mio rapporto personale con le dance hall in provincia di Ragusa, che a loro volta riflettono una “storia” del genere (suppongo) abbastanza arbitraria e provinciale – per cui magari roba che in Giamaica era vecchissima veniva suonata di punto in bianco come una novità, e tendenze contemporanee e sofisticate venivano del tutto ignorate.

Quando ero adolescente i Dj selecta suonavano riferimenti quadrati e generici che sono rimasti un po’ le mie coordinate: Buju Banton e Burro Banton, Sizzla e Capleton, Luciano e Cecile, Anthony B e Ward 21. Poi non ho frequentato l’ambiente per anni, e al mio ritorno la musica era diversa. Da un lato era più affilata, pregna di elettronica e rumore bianco; dall’altro rivendicava parentele con altri ritmi caraibici che mi imbarazzavano un po’ – questa cosa non la saprei spiegare bene, ma era come se il ragga fosse nel canone mentre altra roba (chessò, il reggaeton) non lo era, mi sapeva di balli di gruppo e tamarrate gangsta. Soprattutto, adesso impazzava la moda del pull-up: cioè tirare su la puntina immaginaria del giradischi inesistente ogni volta che la canzone sembrava scaldare gli animi, facendola così ripartire da capo, e magari aggiungendo sirene e pistolettate a ogni pie’ sospinto. Quando non sei a tuo agio dentro una disciplina, tendi a enfatizzarne in modo abnorme alcuni tratti distintivi: i selecta ragusani esageravano, ed ecco che ballare sta merda diventava insostenibile: neanche partivi a muoverti che la canzone era già stata rimandata indietro sedici volte, col vocalist che riempiva i silenzi con puttanate in finto patois giamaicano. E questa è più o meno la mia storia fino a questo punto: eventuali chiarificazioni e tirate d’orecchie sono graditissime nei commenti.

Ieri sera, dopo un concerto rap, mi sono trovato in macchina con sconosciuti, e uno di loro ha fatto partire It’s a pity di Tanya Stephens dal telefonino. E’ da quel momento che la canzone non se ne va dalla mia testa.

Non ne so molto delle donne nel dancehall reggae: quali siano le gabbie sessiste del genere, quali umiliazioni le cantanti debbano subire e quali rivincite riescano a prendersi, quali scorciatoie esistano per manipolare le pratiche di gender e crearsi nuove possibilità in un mondo estremamente sessista. L’idea che mi sono fatto è che, quantomeno, la nostra dicotomia santa/puttana in Giamaica sia meno centrale, e che il godimento femminile sia qualcosa da raccontare in prima persona e non solo per fare arrapare i maschietti – ma questo non vuol dire che le ragazze se la passino meravigliosamente.

Tanya Stephens è una che ha cominciato cantando di maschi che non se la scopavano abbastanza bene e ha finito per attaccare l’omofobia e difendere i malati di AIDS. It’s a pity non è un brano che definirei conscious, ma è una delle esplorazioni dell’infedeltà meno banali che abbia mai sentito (specie su una musica fatta per ballare e strusciarsi). In generale, è una canzone d’amore complessa e riflessiva: racconta della tensione erotica con un uomo sposato – da parte di una donna anche lei impegnata – ma non si sviluppa necessariamente nel calcare gli aspetti sensuali di questa tensione, quanto piuttosto nel sottolineare i sensi di colpa e la malinconia di una situazione irrisolvibile.

Il suo romanticismo non nasconde ipocritamente la sessualità, e la sessualità non è mera voglia di scopare. Tanya non è una sessuofoba che vuole imbellettare il desiderio con romanticismi alati: dice che non sta ‘starving for sex’, ma che per lei non si tratta di un’avventura di passaggio. Mi ha colpito in particolare il passaggio in cui parla di ‘cut out the partying the smoking and the rum’, che di norma sono gli ingredienti scatenanti per una situazione del genere.  Costruisce metafore per nulla carnali: la voglia di avere la testa dell’uomo nel cuscino accanto a lei l’indomani mattina, o l’idea che insieme potrebbero combinare i tratti di una figlia bellissima. Ma ecco, è qui che scatta la malinconia, e non è la semplice malinconia di una donna “posseduta” da qualcun altro, o impaurita di fare il grande salto: a proposito della figlia, dice che sarebbe egoista dare vita a una bambina senza poterle dire la verità.

Il momento meraviglioso della canzone è quello in cui Tanya taglia qualsiasi riferimento alla monogamia, all’amore come possesso, e allo stesso tempo allaccia dei fili con la portata sociale – e religiosa – dell’amore. E’ roba che fa riflettere tantissimo, e che si mangia in un boccone decenni di  donne-oggetto, cinture di castità e infedeltà stuzzicanti:


Fi buck you up inna public and can’t even touch,
It really fuck me up because me check fi you so much.
The respect weh mi have fi your woman fi your kids,
Believe me rudeboy mi criss, a nuh matey this.
Who knows? Maybe one day the world will be evolved enough,
We’ll share you in a civilized manner between the two of us.
But until then I woulda love see you again,
Me know we have fi play it by the stupid rules of sin.

‘The stupid rules of sin’, cazzo.

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