Intervista a IOSONOUNCANE

14Apr15

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Mi vanto in giro (peraltro senza averne nessuna prova, e la cosa suscita giustamente l’indifferenza generale) di essere stato il primo a scrivere una recensione di IOSONOUNCANE. È stato dopo il suo concerto al Circolo dei Propositivi (Pro+) di Siena, un vecchio scantinato nascosto di fianco alla sinagoga, a due passi da Piazza del Campo. Un posto bellissimo, dove il vino costava un euro e che credo abbia chiuso quello stesso anno (era il 2009). Nella sala ci stavano più o meno quindici persone: praticamente io, il mio coinquilino molesto e qualche compagno di corso. Al concerto ci sono andato perché incuriosito dal nome scritto in maiuscolo e tutto attaccato. Mi ricordo di esserne uscito completamente elettrizzato, quasi sconvolto e non saprei neanche dire bene perché. Sicuramente, oltre che artistica, era una questione molto personale. Ho sempre trattenuto le mie espressioni – ogni tipo di espressione – e questo ha penalizzato molto il mio modo di vivere. Trovarmi a pochi centimetri dalla faccia di qualcuno che faceva l’esatto contrario, dando in escandescenze, improvvisando di situazioni tragiche (in quello che ho compreso essere l’abbozzo del successivo brano “Il corpo del reato”) e simulando saluti romani sul palco, mi colpì molto.
È quindi diverso tempo che cerco di riallacciare i fili di un’evoluzione che mi fa riflettere sulle scelte che io, e la mia generazione insieme con me, non abbiamo preso. L’uscita del nuovo album “DIE” (“giorno” in sardo, “il” in tedesco, “muori” in inglese), mi sembra un’ottima occasione di cui approfittare.

DIE esce per Trovarobato e ve lo potete anche ascoltare/comprare qui sotto:

Credo che nessuno te l’abbia ancora chiesto, magari sono stupido io, ma cosa vuol dire Tanca?

In sardo la tanca è un pezzo di terra recintato e utilizzato per il pascolo. Dalle mie parti è il monte ai piedi del quale, lungo la scogliera, si trova il cimitero.

La storia raccontata dal disco è molto semplice: un uomo in mezzo al mare rischia di morire e una donna lo aspetta timorosa sulla terraferma. La struttura è quindi fondata su dicotomie molto semplici: uomo/donna, terra/acqua, fame/sete. Al contrario, per quanto riguarda i suoni, si percepisce uno studio di riduzione calcolatissimo, a maneggiare un intrico infinito di registrazioni e melodie appesantite dal passare degli anni di realizzazione.
Come ti spieghi questo apparente squilibrio tra struttura musicale e struttura testuale, specialmente alla luce del fatto che, agli inizi, il tuo cavallo di battaglia era l’incessante sequela di parole su loop più monotematici? Sbaglio a vederci una sorta di ribaltamento?

Non sbagli, no. Non me lo spiego perché non credo necessiti d’essere spiegato. Semplicemente queste musiche avevano bisogno di queste parole e viceversa.

Sulla copertina dell’album il titolo “DIE” occupa uno spazio molto maggiore rispetto al tuo nome d’arte. Il disco è stato presentato con tre ascolti gratuiti in locali di diverse città (un’operazione interessantissima, mi è dispiaciuto molto non avercela fatta a Milano). Mettere al centro l’opera e non l’autore denota sicuramente grande interesse per quello che fai, e ti è valsa una stima incondizionata alla luce dei risultati. C’è dell’altro nel modo in cui hai vissuto questo processo? Non pensi per esempio di aver tarpato irrimediabilmente il tuo lato di performer teatrale? È stata una scelta convinta fin dall’inizio o piuttosto l’espressione della difficoltà di reggere il peso di protagonista/icona-indie-del-precariato che hanno cercato di appiopparti?

Straparlare sul palco stimolando gli istinti più semplici del pubblico è molto facile. Fare qualcosa capace di rimanere difficilissimo. Io semplicemente faccio quello che voglio e che mi piace, ed è bene che si inizi a capire che da me ci si deve aspettare solo questo. Il lato teatrale credo rimanga comunque nelle performance dal vivo, e rimane anche nel momento in cui invece di straparlare (cosa che negli ultimi anni mi pare stia andando parecchio di moda) stai contratto e zitto a manovrare macchine. La mia musica non ha bisogno di chiacchiere intorno e a me non interessano e non divertono, quindi non le faccio. Tutto qua.

 Nei tuoi primi concerti c’era qualcosa di estremamente vero, provocatorio ma soprattutto crudo, reale. Volevi richiamare l’attenzione e che la gente ascoltasse la tua musica. In troppi forse si sono concentrati su aspetti secondari, cosa che evidentemente ti infastidiva.
Nel frattempo sono passate diverse ondate sotto i ponti: dopo l’hype de Le luci della centrale elettrica & nuovo cantautorato indie (nel momento del tuo esordio) e l’horror vacui della dubstep, è riesploso il periodo dell’hip hop. Ora, apparentemente, larghe aggiunte di elettronica stanno riprendendo piede in una vasta gamma di generi settorializzati (okkult psichedelia, emo e post-hardcore, rap, cantautorati). In barba a tutti questi cambiamenti, sei tornato in Sardegna a lavorare nei campi da tuo zio. Hai praticamente chiuso il tuo profilo facebook e ti sei rintanato nell’ombra per parecchio tempo.
Non pensi che questa soluzione ti abbia reso avulso dal confronto con i tuoi colleghi (non parlo di dibattiti “interni” ma del distacco dallo Spirito del proprio Tempo musicale)? La Trovarobato ti ha supportato in questo tentativo di trascendere le disattenzioni quotidiane?

A dispetto della domanda, mi sento di dire che “DIE” riassume in maniera densissima una lunga serie di impulsi, soppesata da tanti confronti e riflessioni interne.

In un’opera o in una performance (e i concerti lo sono) non c’è nulla di vero. Ogni cosa, istinto compreso, passa al vaglio del mestiere, della forma, della messa in scena. Credo inoltre che lo Spirito del proprio Tempo Musicale non esista (quale tempo? quale luogo?). Ripeto, io faccio le mie cose prescindendo da tutto ciò, oltre tutto ciò, molto più in alto di tutto ciò. Ascolto musica arcaica ed estremamente attuale, per me non c’è alcuna differenza. Nel momento in cui scrivo attingo dalla mia personale tavolozza senza pormi il problema di essere al passo coi tempi.

Molte sono le collaborazioni nell’album, giusto per citarne un paio quella con il chitarrista sardo Paolo Angeli e con il produttore bolognese Bruno Germano. Hai voluto iniziare un progetto solista e ti sei ritrovato a fare un disco con quindici persone, registrato e masterizzato in paesi diversi. Ci hai mai pensato? È stato un processo consapevole e naturale?

Ho iniziato un progetto solista per necessità, perché la band in cui avevo sempre suonato si era sciolta. Per DIE ho capito subito che sarebbe stato necessario un lavoro corale, ne avevo voglia e ne avevo bisogno. Sono tante persone coinvolte e tantissimo il materiale ricevuto. Poi sono io a sezionare, scegliere,riassemblare, orchestrare. IOSONOUNCANE sono le mie idee, la mia immaginazione, il modo di mettere insieme gli elementi. La forma che di volta in volta il progetto prende è unicamente funzionale.

Se hai qualcosa da aggiungere o controbattere è il momento per farlo. A me resta soltanto una domanda sciocca, che leggevo sempre nelle interviste di Rocksound quand’ero ragazzino: qual è la canzone che vorresti al tuo funerale?
Erano anni che aspettavo questa domanda, ti ringrazio tantissimo ! Voglio Tzeleste Tesoro nell’interpretazione del Cuncordu di Orosei, ovvero questa:

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