Lo specchio distorcente. Una scoperta dentro “Radio Algeria” (Sublime Frequencies, 2006)

22Mag15

51ijEH8orxL

La guerra di Omar Suleyman è un bellissimo articolo uscito nel 2013 su L’Ultimo Uomo, a firma Valerio Mattioli. Mattioli racconta la parabola di Suleyman, cantante di matrimoni siriano diventato icona del pubblico hipster occidentale. Si tratta di una storia esemplare, che getta luce su una vera e propria guerra di posizioni culturali: come si ascolta, si vende, e si racconta l’Altro esotico nel 2015? Attraverso la patina pop della world music? Attraverso l’ordinato e accademico lavoro dell’etnomusicologia? Attraverso l’ironia  del video di Warni Warni? Attraverso la ricerca freak di esotismi deformi operata dalla label americana Sublime Frequencies? L’analisi di Mattioli mi pare azzeccata proprio nella misura in cui alla fine non riesco a schierarmi: mi sembra, allo stesso tempo, che tutti abbiano torto e tutti abbiano ragione.

Sublime Frequencies, che ha fatto conoscere Suleyman al grande pubblico, è indagata in modo particolare. Si tratta di un’etichetta fondata da alcuni scoppiati di San Francisco (tra cui l’ex Sun City Girls Alan Bishop), interessati a mappare quanto di più oscuro si trovi oltre i confini della musica occidentale – roba grezza, spesso anonima, proveniente da mercati di cassettine in Sud America o in Cina; field recordings dal Mali, talentuosi interpreti di musiche “fuori dal radar” come il blues del Sahara (che proprio Sublime Frequencies ha contribuito a svelare) o il proto-rai Algerino. L’attitudine di Sublime Frequencies è improntata a una forma di ricerca esperienziale, lontana da ogni forma di riverenza accademica o di rispetto per supposte tradizioni culturali. Allo stesso modo, molte delle sue uscite non ti informano su dei nuovi artisti che non conoscevi – più che altro ti schiaffano in faccia un’esperienza, il bombardamento sonoro che potresti subire se ti avventurassi fuori dai confini del tuo mondo. La label è stata citata anche in un recente articolo di Francesco Farabegoli su Prismo, teso a indagare sulle logiche del recupero musicale attraverso il tempo (dell’oblio, più che della memoria) e lo spazio (anche qui, va da sé, lo spazio obliato in cui stanno i leoni).

Di recente ho ri-ascoltato un vecchio disco di Sublime Frequencies, “Radio Algeria”.

“Radio Algeria” si pone all’estremo del polo esperienziale dell’etichetta: è una serie di brani dai nomi esotici composti come collage di musica passata in radio (le note di copertina sono scarne, e non permettono di risalire ai singoli autori). Musica spesso buonissima, dalle mille ibridazioni. Nell’album si possono ascoltare, cuciti alla cazzo, anche stralci di news, jingle radio, pubblicità in francese. L’effetto-bombardamento è totale: più che metterti a mappare le radici del Rai e le filiazioni rock dello chaabi algerino, vieni risucchiato dentro un gorgo.

Allo stesso tempo, viene da pensare di star guardando attraverso uno specchio distorcente: ciò che attribuiamo, a un primo impatto, alla supposta natura bastarda di questa musica, al suo essere lontana dalla luce dell’Occidente – il suo esotismo, insomma, è amplificato enormemente dalle condizioni dell’ascolto, cominciando dalla frammentarietà e dalla mancanza (apparente) di contesto, per finire con il modo in cui la bassa fedeltà delle frequenze radio disturbate incide nel creare la musica che Sublime Frequencies vuole farci ascoltare.

La prova del nove arriva quando, dentro lo specchio distorcente, guardiamo noi stessi. Nel disco ci sono almeno due brani di musica francese. Uno è questo:

(se non fosse stato per “Radio Algeria” non avrei mai saputo chi sia Florent Pagny. A quanto pare è famosissimo, ed è stato pure giudice di The Voice in Francia).

Ma il brano che m’interessa è quello che si può sentire verso il minuto 9:20. Voci femminili in preda al mar di mare, un arpeggio da scena notturna di David Lynch, un’equalizzazione stranissima, distorsioni che fanno pensare al garage rock quanto al trip hop. Dagli stralci di testo che si possono sentire, le parole della cantante sono altrettanto morbose: la storia del sacrificare se stesse per diventare ciò che l’amato vuole – stilema banale, ma accentuato dalla semplicità e crudezza delle parole. Mi ha fatto una serie di effetti strani. Intanto, da italiano sono preservato alla francofonia e al pop francese. Ma qui in Tunisia mi capita spesso, la notte, di girare in taxi e sentire brani simili, improntati al pop più scontato ma, allo stesso tempo, scintillanti di un riflesso sinistro, quello di una cultura maneggia in modo strano le regole del pop internazionale (e parlo della Francia, non dell’Angola): tutto sommato, credo siano le stesse emozioni di un tedesco che ascoltasse Maracaibo per radio. Più sottilmente, il caos arbitrario di sta roba suona in me corde precise: non è che lì dentro c’è un messaggio, che questa persona – che mai avrei potuto ascoltare altrimenti – stia parlando proprio con me? Che cosa sta cercando di dirmi? E’ con questo spirito che mi sono messo a cercare ossessivamente la canzone originale.

Eccola (già il titolo mi faceva pensare a un qualche progetto in codice per la manipolazione delle coscienze, un po’ come sentire la famigerata frequenza radio UVB-76):

Rimettendo la canzone in contesto, la magia scompare quasi del tutto. E’ un brano caruccio di una cantante di “pop alternativo” che ha fatto un paio di album negli anni Duemila (contemporaneamente, quindi, all’uscita di “Radio Algeria”) e poi si è inabissata. Se le tolgo il modo strano in cui è stata tagliata, e la qualità audio, perdo tutta l’angoscia che NAOIQ mi dava, e allo stesso tempo – capendo perfettamente di cosa si tratta – mi privo di ogni interesse per il brano originale.

Chiaramente, si tratta di una mia sega mentale (sia il senso di mistero iniziale che la delusione finale); eppure alcune questioni emergono. Con quanti altri pezzi del collage potrebbe riproporsi una simile esperienza? Quanto è paradossale l’esperienza di scoprire un occidente dimenticato dentro un disco volto a far scoprire l’oriente dimenticato? Sublime Frequencies gliele avrà pagate le royalties, a Etyl?

Annunci


No Responses Yet to “Lo specchio distorcente. Una scoperta dentro “Radio Algeria” (Sublime Frequencies, 2006)”

  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: