Turi Messineo – “Black Hole. Uno sguardo sull’underground italiano” (Eris edizioni, 2015)

06Ott15

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Turi Messineo è un ragazzo di Palermo visceralmente coinvolto nella scena hardcore, che a un certo punto si è preso due anni di vita e li ha impiegati nell’impresa di raccontare l’underground italiano. Ha registrato tipo 80 interviste – una mole di dati che schiaccia tranquillamente un sacco di libri accademici – ed esplorato gli anfratti di una definizione alquanto trasversale di underground, tenendo traccia di volantini, dischi, studi di registrazione, laboratori di tatuaggi, centri sociali, serigrafie. Ha incrociato questa polifonia di storie con la sua storia personale – uno sguardo, appunto, sull’Italia sotterranea – e ne ha tirato fuori un libro di 500 pagine e un DVD. Il DVD l’ho lasciato in Italia, quindi vi parlo del libro.

Black Hole ha tutti i pregi e i difetti di un’opera simile – fieramente underground essa stessa, indipendente nella visione, e scritta da un insider orgoglioso di esserlo. C’è dentro una vagonata di entusiasmo, il rifiuto di qualsivoglia distacco: leggendo, ho provato un’ammirazione che sconfinava nell’invidia verso questo mio coetaneo che ha vissuto così tante avventure in giro per l’Europa, stretto mille amicizie, incontrato esperienze diverse e analoghe alla sua (tra l’altro è di Palermo; io sono siciliano, e delle storie sull’isola che Turi racconta non sapevo una ceppa). Per quanto la narrazione sia spesso in prima persona, e coinvolga un sacco di riflessioni soggettive, Turi fa parlare un sacco i protagonisti: lunghissimi stralci di interviste costituiscono il grosso del libro, con Turi che cuce i pezzi, a volte li interpreta, fornisce contesti “enciclopedici” per questo genere musicale o quella pratica culturale. Le voci dei protagonisti rendono Black Hole allo stesso tempo personale e corale; è come se Turi sospendesse il giudizio sulle cose che gli raccontano, e non le filtrasse minimamente nel passaggio dall’intervistato al lettore. Nella messe di libri che celebrano il punk italiano, è uno dei pochissimi a raccontarne il presente.

Soprattutto, Black Hole non si esaurisce nel punk, ma si sforza di trovare un tessuto connettivo fra forme di underground anche lontanissime: i contesti correlati del vegetarianesimo, dei tatuaggi, degli spazi occupati; ma anche il rap, i graffiti, la breakdance. Nel passaggio tra il punk e il rap risiedono, in fin dei conti, l’interesse e l’ossatura del libro. Non è un caso se il suo epicentro sia il breve capitolo consacrato a Dee Mo, personaggio chiave di quella transizione, che racconta cose interessantissime (sarà forse per una sorta di profezia auto-avveratasi, ma gli intervistati che più volevo leggere sono anche quelli che hanno detto le cose più brillanti). Purtroppo, come lo stesso Turi confessa, la ricerca sull’hip hop (e il rap in particolare) è stata molto più difficile di quella sull’hardcore: il capitolo relativo finisce per essere molto più compilativo, e dà voce un numero comparativamente ristretto di personalità della scena rap.

In molti passaggi, Black Hole è scritto veramente male: sintassi contorta, passaggi a vuoto, lungaggini inutili. Si sente spesso la mancanza di una mano di editor che si abbatta impietosamente sul testo (e ne scorci un centinaio di pagine) – come in questo paragrafo, che nasconde un’esilarante svista nello sbobinare un intervistato:

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Per quanto Black Hole dia un’immagine sfaccettata dell’underground, numerose sue terminazioni non sono per nulla raccontate – il metal, le musiche d’avanguardia, ma anche forme di punk più sbilanciate verso il lato sperimentale/ “indie” (persino un’etichetta come To Lose la Track non compare); per tacere di realtà come il fumetto o il cinema. Non che questo sia, in sé, un difetto: sarebbe stato praticamente impossibile dare completezza a all’impresa “organica” di mappare un supposto mondo underground “unitario” in grado di contenere fenomeni così distanti fra loro.

Un’altra questione che non è un difetto imputabile all’autore, ma per me ha pesato molto, riguarda la pratica, già citata, del “sospendere il giudizio”. Devo confessare che, se ho comprato Black Hole, l’ho fatto per cercare un’analisi critica. Nella mia esperienza di lurker, se c’è una cosa che ho capito sull’underground è che si tratta di un terreno di conflitti. Il materiale che Turi espone sarebbe stato perfetto per raccontare questi conflitti, a partire dalla definizione di underground, così cangiante da un’intervista all’altra. Ognuna, in effetti, comincia con la personale definizione di underground dell’intervistato: un’idea letterale del sotterraneo come nicchia (sia essa “segreta”, o semplicemente piccola) la fa da padrona, e sta anche dietro alla felice metafora che Turi sceglie come titolo del libro. Sarebbe stato bello, però, collegare i fili e capire quali sono le incompatibilità in questo caleidoscopio, le linee di discontinuità tra Kappa di Ammonia records che racconta del video dei Vanilla Sky da una parte, e i ragazzi che organizzavano l’Anti MTV Day dall’altra. Chi è portatore di un discorso fuori tempo massimo? Come sono cambiate le condizioni di produzione sociale dell’underground, al di là delle solite lamentele sul “con Internet è tutto più facile e ai nostri tempi sì che eravamo fichi”? (quest’ultima è la vera, insopportabile piaga dell’underground non solo italiano). Dove si pone l’asticella dell’etica quando certe convenzioni invecchiano, e quando certe persone invecchiano?  Come si passa dal dogmatismo giovanile al “buon senso” non-strutturato dell’età adulta?

Esempio patente è il rapporto fra punk e rap di cui ho scritto sopra: posto che molte personalità e risorse sono passate, fra gli anni Ottanta e i Novanta, da una scena all’altra, qual è stata la dinamica del cambiamento, quali i traumi? E come si è evoluta la dinamica in questione, una volta lasciatisi alle spalle il fenomeno (tutto sommato accettabilissimo esteticamente anche dai punx) delle posse e si è passati al rap “da muretto”? Come è cambiato il discorso sull’underground nel mentre? Alcune risposte emergono dalle pieghe del testo, accennate dai protagonisti (su punk e rap, sono appunto inestimabili – ma troppo poco sviscerate – certe veloci osservazioni di Dee Mo stesso). Però mi sarebbe piaciuto che Turi vi entrasse nel merito, articolasse un dibattito, invece che preferire (peraltro ragionevolmente; posso capirlo) una semplice tensione narrativa tra il racconto corale e una soggettività mai polemica, ma piuttosto emotiva.

Black Hole esce per Eris Edizioni, e potete ordinarlo qui.

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