Unsliding doors /1. Battles – The Line

19Ott15

Del nuovo album dei Battles, “La Di Da Di”, avrete letto ovunque. Da parte mia, posso dire che si tratta di una graditissima sorpresa. Dopo il modestissimo math-rock da camioncino dei gelati di “Gloss Drop” non avrei scommesso un centesimo sul futuro del gruppo, e in effetti qualche mese fa ero entrato sulla loro pagina Facebook per accertarmi che fossero morti. Di solito, un secondo disco scarso non è seguito da un terzo disco ottimo. Non voglio dire che La Di Da Di suoni come “London Calling” dopo “Give ‘em enough rope” (che per me è comunque bellissimo), ma si tratta in ogni caso di un esemplare raddrizzamento della schiena da parte di una band apparentemente col pilota automatico inserito. I Battles hanno ridotto lo humour scemo, hanno eliminato le voci, hanno chinato la testa sugli strumenti e fatto venire fuori un disco dannatamente compatto. Si tratta di un lavoro così… manufatto, così tarato su un’idea d’altri tempi di cura del suono e attenzione per i dettagli, che ogni tanto mi dà anche una sensazione deprimente: quello di una specie di musica da yuppies (di prog rock da yuppies: tipo versione aggiornata al capitalismo accelerazionista delle canzoni di Peter Gabriel dei primi anni Ottanta col rullante iper-riverberato). O anche: mentre una frangia di musicisti si preoccupa maniacalmente di riflettere su una specie di muzak da tardo-capitalismo, una musica scema che rifletta il luccichio dell’era di internet e cazzi e mazzi, i Battles sembrano la versione non-concettuale, proprio involontaria, di quella stessa estetica. Ma comunque.

In realtà non voglio parlare del disco nuovo, ma di una cosa che probabilmente quasi tutti hanno seppellito nella propria memoria insieme alla sbornia collettiva per le vocine di Tyondai Braxton nel primo disco dei Battles.

Io “Mirrored” l’ho adorato, ma proprio non mi va di riascoltarlo, e credo sia colpa di quelle vocine. Come anche il disco solista di Tyondai uscito poco dopo: ascoltato, riascoltato, ascoltato ancora. Non mi ricordo una nota. (ne è uscito uno anche nel 2015; non l’ho ascoltato). Ai tempi di “Mirrored”, l’overdose da elio di Braxton sembrava una via credibilissima all’uso-della-voce-come-strumento, e anche una scappatoia necessaria all’implosione del math rock nella propria stessa seriosità mascherata da scherzo – i titoli cretini negli ultimi brani dei Don Caballero; i testi di “What burns never returns”; tutto quello spirito cialtrone che in qualche modo è sopravvissuto nella scelta del vestiario da parte di Ian Williams, come si può ammirare in questo breve documentario:

Insomma, quell’idea di voce è invecchiata male. Come, probabilmente, invecchierà male l’intero concept dei Battles. Ma ho la sensazione che almeno riguardo alla voce loro se ne fossero accorti per tempo. Lo si può notare in quello che è l’ultimo brano pubblicato dai Battles insieme a Braxton, The Line. Cronache dei live di quel periodo conservano brandelli di ciò che il futuro dei Battles poteva essere se Tyondai fosse rimasto con loro: un uso più maturo della voce, che non ripudiasse il cantato-cantato. Atmosfere più dreamy accanto al solito tetris di suonini che i quattro erano soliti incastrare. Non saprei dire se The Line fosse l’ipotesi del futuro suono standard di quei Battles che non sono mai esistiti; si tratta di roba che allo stesso tempo ha molto di più e molto di meno di ciò che il gruppo ha mostrato nel resto della sua produzione. Una linea vocale bellissima, allo stesso tempo infantile e progressive. Un montare sempre percussivo ma molto più semplice del solito, proprio apertamente funk-punk in qualche tratto. Un finale che proprio sembra post-punk britannico. (tra l’altro tutto questo stava, inspiegabilmente, dentro la colonna sonora di Twilight).

Forse l’anomalia di The Line sta proprio a raccontare che il giocattolo tra Battles e Tyondai si era già rotto. Se prendiamo la canzone come sintomatica, è abbastanza improbabile che la successiva evoluzione della band avrebbe portato a “La Di Da Di”, il che magari sarebbe stato un male. Io però ho questo desiderio insensato di sapere come sarebbe stato un nuovo del gruppo lungo queste coordinate. The Line mi affascina proprio come futuro irrealizzato, ipotesi che non ha manco più senso formulare. Credo che scavando nella musica si possano trovare innumerevoli esempi di questa cosa – in sé un passatempo da nerd particolarmente depressivo. Anzi, ora ci faccio una categoria del blog e lancio l’esca: se qualcuno vuole parlare dell’abortita svolta post-core dei Sottopressione prima dello scioglimento mi faccia un fischio. Io ho già un’ideona per il prossimo episodio.

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