Il Teatro degli Orrori – “Medical Dimension” (La Tempesta, 2015)

02Nov15

AVVERTENZA: Questo articolo potrebbe risultarvi incomprensibile se non avete familiarità con la serie TV “Boris”. D’altra parte, se non avete familiarità con la serie TV “Boris”, questo articolo è l’ultimo dei vostri problemi. 

Mi sento parte di un’intellettualità del Paese e nel Paese, che vuole cambiarlo, questo benedetto Paese, e che ambisce a una società più giusta e più uguale. 

(da un’intervista fatta da Barbara Santi a Pierpaolo Capovilla in occasione del suo album solista)

Ho aspettato con interesse il nuovo album del Teatro degli Orrori, con la chiara impressione che il gruppo avesse raddrizzato la schiena, abbassato la testa sugli strumenti, dato un taglio alle stronzate, provato a invertire la rotta che, dallo scorso album, li voleva vittima di se stessi. Una cosa che non accade sempre, ma accade, e quindi tanto vale sperarci. La realtà è che, per quanto impegno abbiano profuso, i nostri hanno fatto una specie di Medical Dimension del rock italiano, con Capovilla nella parte di Stanis LaRochelle.

Il problema vero è che non è colpa del Teatro. Il disco nuovo – “ITDO” – suona davvero come un tentativo di purificarsi. Il gruppo ha fatto sul serio, ci ha messo dentro un sacco di intensità, ha lavorato i pezzi allo spasimo e si capisce (si capisce anche troppo, forse). I due nuovi inserti alla chitarra e al synth non sono gratuiti, le canzoni di Favero e soci hanno cercato di riprendere in mano l’aggressività del primo disco ricamandoci sopra una verve quasi progressiva. E in effetti, negli episodi migliori (come il singolo Lavorare stanca, La Paura, o Una donna) la posta in gioco è la possibilità di ascoltare dei bei pezzi rock, a patto di fare lo slalom dentro l’onnipresenza di Capovilla. Nei momenti più deboli, il disco collassa su se stesso: troppo, troppo arrangiamento, per pagare il pedaggio a una teatralità fastidiosa; musica che non riesce a respirare in mezzo alla logorrea della voce; parentesi RUOCK opinabilissime.

È che ITDO soffre di, ehm, un difetto strutturale. Andiamo per ordine.

La seconda metà degli anni Novanta, in Italia, ha divaricato sempre di più la voragine tra il nostro rock alternativo, le cui velleità autoriali diventavano sempre più presuntuose, e un underground che si agitava nell’ombra e tirava fuori roba incredibile. Gli anni 2000 sono stati in gran parte un tentativo di colmare quella voragine. Una gara a riempire lo spazio lasciato dai vari Marlene e Afterhours che si esibivano nei teatri e sbarcavano “provocatoriamente” a Sanremo. Se la mia interpretazione è corretta, “Dell’Impero delle Tenebre”, esordio del Teatro, è stato una delle arieti di sfondamento. Un disco e un gruppo che si facevano carico dell’eredità simbolica di un sacco di musica marginalizzata per anni – Favero che lavorava con gli Zu, le suggestioni del noise rock, i legami con la scena hardcore – e cercavano di tirarci fuori un disco rock “alternativo”, pronto a giocare nello stesso campionato autoriale dei nostri scorreggioni del “rock italiano”.

Una battaglia vinta, perché anche se qualcuno storceva il naso riguardo al divario tra la t-shirt dei Neurosis di Favero e quello che si sentiva nella musica, di fatto quel disco suonava come un ritorno credibilissimo a una musica schietta e viscerale che potesse arrivare al grande pubblico. Non è un caso che il disco sia uscito sulla Tempesta – un’etichetta in una posizione strutturale “ibrida”, che rappresentava, in quel momento, esattamente l’arrembaggio di un pezzo di underground nel mainstream alternativo italiano, riunendo un consenso che andava dagli Uochi Toki ai Tre Allegri Ragazzi Morti passando per gli Aucan (ce l’avrebbero fatta, e l’indie sarebbe diventato in pochissimi anni il nuovo “rock alternativo”). Certo, le pose cantautoriali di Capovilla, le citazioni infilate a cazzo nei pezzi, le ambizioni ci stavano già. Forse l’entusiasmo le metteva un po’ a tacere; forse all’esordio davano quella spezia in più.

Poi il Teatro quelle ambizioni le ha espanse, si è voluto un gruppo rock di qualità, dei profeti politici, una sorta di nome di riferimento. Nel mentre sono riusciti a farsi odiare da metà del loro pubblico con la gestione dittatoriale della formazione, la paranoia contro i giudizi degli ascoltatori, le voglie sconfinate, la necessità d’infinito. Bene, nel nuovo disco sembrano aver capovolto la strategia: la teatralità, le ambizioni e il cantautorato ci sono ancora, ma il gruppo ha un po’ scommesso sul riabbraccio di quella scintilla underground di cui si dichiarava portatore: musica più nervosa, endorsement a gruppi indipendenti, persino il grandissimo coraggio di portarsi gli Storm{o} in tour e salire sul palco dopo di loro.

Però è successo un po’ quello che accade agli epici inizi di Medical Dimension, quando Ferretti chiama sul set, come consulente, il Roberto Saviano della sanità italiana. E quello è schifato dalla pulizia dell’ospedale rappresentato nel set. Gli ospedali non sono così! Gli ospedali sono delle fogne, sporchi, malandati, col personale che fuma, le urla di dolore. Medical Dimension può farlo: ha un nuovo linguaggio, ha la qualità, può raccontare lo schifo della sanità italiana! Sì, è così, ma… è comunque una serie da prima serata, e non si può mettere ansia agli spettatori.

ITDO è così: cerca di fare coesistere le asperità underground con le ambizioni di un disco rock ben arrangiato, con la vocazione teatrale, con il cantautorato. Alla fine è un massacro: pezzi tamarri, arabeschi inutili, lungaggini, moralismo intellettuale travestito da carica politica – e Capovilla, tantissimo Capovilla. E’ un disco che cerca di tenere il piede in un sacco di staffe, un ibrido strutturale uscito in un momento storico meno favorevole che “Dell’Impero delle Tenebre”. Un animale che ha lo zoccolo spaccato e non rumina.

Ecco, è un bel disco riuscito male.

Il_Teatro_degli_Orrori_cover
(Che poi secondo me Capovilla è genuino, e ci crede tantissimo, e ai pezzi ci lavora con attenzione, dice cose sacrosante e a volte emoziona pure. Ma come fa, gesù cristo, come fa a non capire che quando canta all’ascoltatore non rimane in testa la sporcizia di Finmeccanica, la dignità delle profughe, il dominio maschile, l’arrivismo della finanza – bensì lui, la sua arroganza di attore che crede di impersonare un caleidoscopio di figure e invece impersona solo il proprio ego?)

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2 Responses to “Il Teatro degli Orrori – “Medical Dimension” (La Tempesta, 2015)”

  1. 1 Plasi

    Strano, a me il disco è piaciuto proprio per molti dei difetti che sono stati elencati qui

    • Beh, non è strano. E’ proprio il bello della musica. Io tenevo molto di più al fatto che passasse l’analisi, piuttosto che il mio giudizio sull’album (che comunque non è negativo).


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