Report Primavera Nos Sound Festival 2017

28Giu17

*nota: questo articolo è scritto con la tecnica del cut-up di William Burroughs e Brion Gysin: intere frasi sono state tagliate e incollate a casaccio, in pratica potrebbe non capirsi un cazzo.
**tutte le illustrazioni sono di E.T. /

Siamo più il consumo del nostro tempo libero (che sta scomparendo sempre più) che noi stessi nella totalità e padronanza delle nostre emozioni, in una linea del tempo interrotta (?).
“Dimorare nel presente” è l’essenza di questa felicità.
Mi sento tornato come a 14 anni, quando stare dentro alla musica era tutto, e il resto della realtà da evitare. Purtroppo poi la realtà ci è piombata addosso, e non si può più sognare ad occhi aperti perché ci siamo rimasti intrappolati dentro.


Sono arrivato al punto in cui dove cado cado in piedi, bene da qualsiasi parte. Generalmente le cose mi si allineano, trovo amici ovunque, ospitalità, viaggi e contatti utili, conoscenze e comodità.
Andate in India a cercare il buddhismo, quando avete il post-hc dagli Stati Uniti.
I King Gizzard & The Jesus Lizard sembrano dei tredicenni allo sbaraglio, e invece danno prova di un concerto calcolatissimo e coinvolgente.


“E’ sufficiente connettersi” (E. Fortser): essere vivi significa essere integri; non controllare i cicli di piacere e dolore ma capire come aprirci, connetterci e amare (da “L’arte rivoluzionaria della Gioia” di Sharon Salzberg).
Forse un tempo non c’erano controlli per entrare in un festival, ognuno poteva portarsi da casa tutto l’alcool e le droghe che voleva. Ora ascoltiamo i Death Grips senza neanche doverci drogare, non so se sia meglio oppure peggio.


Eppure mi sento più io, mi sento vivo, ci sentiamo più vivi qui in 40-50 in mezzo a sconosciuti che durante tutto l’ultimo anno. Siamo cresciuti in mezzo al concetto di sballo, mentre ora tutte le municipalità cercano di militarizzare sempre più ogni possibile occasione di divertimento.
I Run The Jewels alla fine sono pop, ma ben vengano, rispetto a quell’HH/grime di merda di Skepta, sempre meno credibile. Focaccia. Facciamo cose belle.


Una microfonista alta e nera sistema i suoni prima dell’inizio degli Shellac, non isolati nella vergogna del dolore o nella instabilità della felicità convenzionale. Le prime note sono già delle bombe sonore che sembrano aprirsi da tutta la struttura che copre il palco.
Siamo in mezzo a bolle di sapone, che esplodono una dietro l’altra. Una signora di quasi 80 anni canta seduta in brasiliano, con il pubblico sotto al sole che affolla la collinetta fino alla fine. Sembra la piovra cattiva della Sirenetta.


Qualcuno potrebbe dire che ho una buona vita. Preghiamo durante un live degli Swans, per fortuna non abbiamo più niente da perdere.
L’unica buona vita che conosciamo è la sospensione dalla realtà, e quindi dal tempo delle cose.
Quando iniziano gli Sleaford Mods stiamo tutti semplicemente aspettando qualcos’altro, e invece capiamo all’istante che quello che stavamo aspettando è già cominciato e sta per finire.


Consumiamo cultura nel tempo libero dopo aver bevuto e fumato per ore in buona compagnia e poi in mezzo a una maggioranza di perfetti sconosciuti.
Come esperto di buona vita mi chiedo se è normale un mondo in cui mi sento più me stesso durante i 70 minuti di un concerto relativamente di nicchia.
***

 

 

 

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