Scansione-77-1024x1024Il declino di mestolate è iniziato quando abbiamo ignorato “La linea che sta al centro” di Caso (2013), il solito rimpallo di comunicato stampa “Ti giro una mail” – “Hai voglia di ascoltarlo tu?”, che ci ha portati a tralasciare uno dei dischi di punta più apprezzati degli ultimi tre anni, dopo essere stati tra i primi a ricevere notizia della pubblicazione. Un disco bellissimo, che non ero veramente riuscito ad ascoltare da capo a fine prima di un mese fa.

Scansione-12-1024x1024

Poco male, così facendo questo blog si è svelato ancora di più per quello che è in realtà: una cronaca del tempo che fugge, un diario di noi che tentiamo di ricordarcene. Tant’è che la password di mestolate è nome blog + anno di nascita (ormai chiunque ci può entrare e aggiornare il pezzo su trucebaldazzi).

Scansione-13-1024x1024

L’inizio del pezzo di Caso è molto simile a questo. Ero in quarta o quinta elementare quando ho visto per la prima volta Davide van De Sfroos a teatro (all’epoca Van de Sfroos band, poteva essere tra il 1997 e il 1999. Un altro secolo). Tra le poltroncine rosse, c’era anche una mia supplente d’inglese dell’epoca che ho completamente dimenticato.

Scansione-68-1024x1024

In settimana sono andato a sentire gli Ozric Tentacles al Magnolia, un concerto che aspettavo di vedere almeno dal 2002. Entrare nel tendone era come andare sullo spazio e vedere tutta la propria vita davanti, tra video allucinogeni, luci epilettiche e la concentrazione di cannabinoidi nell’aria. Loro si intendevano di visual quando a Milano non c’erano ancora gli hipster, ma forse già si intuiva che sarebbero potuti arrivare.

Scansione-76-1024x1024

Due giorni fa mi è stato finalmente recapitato il DVD di Unità di Produzione Musicale, da cui sono tratte le immagini inserite in questo articolo. Il film è molto simpatico, con qualche pecca (o forse solo troppa ostentazione) del carattere diy della produzione (crowfundata su musicraiser), veramente interessante come esperimento antropologico. Soprattutto, dalle composizioni dei musicisti escono fuori dei pezzi veramente stupendi, che sembra un peccato non averne fatto una colonna sonora a parte (che in teoria avrebbe dovuto esserci, forse me la sono persa io?).
Comunque, buon Natale.

Scansione-16-1024x1024

Annunci

12459687_10208559057603362_1655242383_n

Gennaio (per il coinquilino fratello d’Italia della stanza accanto):

Febbraio (anche):

Marzo (link):

Aprile (I break mirrors with my face in the panchine):

Maggio (“Il potere non indietreggia mai“):

Giugno (“link“):

Luglio (“Non è questo il ppobblema”):

Agosto (moglie mia non ti conosco):

Settembre (mangiamento di coglioni per non essere andato a sentirli):

Ottobre (due mesi dopo):

Novembre (visti il 13 novembre):

Dicembre (combo / tredicesima):

Capodanno:

12467783_10208559059163401_758752304_n

 


a2069622381_10

 

Un pendolo batte quattro rintocchi, poi perde un colpo, c’è una frazione d’istante di silenzio,e poi un rovesciarsi disumano.

In quella frazione d’istante, dal 2013 a oggi, i Marnero sono diventati il miglior gruppo rock italiano. Ci hanno traghettati da nessuna parte, ognuno per sé, e più di un Sopravvissuto si è lamentato di non riuscire a vedere nessuno spiraglio dentro quell’individualismo letteralmente disperato, nessuno spazio per il noi. Così, a questa nuova tappa, i Marnero hanno fatto incontrare i Sopravvissuti. Ciascuno dei personaggi della Malora è diversissimo, ma sono tutti il protagonista dello scorso album. Il punto d’incontro è la terraferma, che non è ferma per un cazzo. E’ una taverna alla fine dei mondi: un luogo di riparo, allo stesso tempo, un luogo da cui fuggire a gambe levate, un luogo che fugge a gambe levate. La sensazione centrale che mi dà questo disco sta proprio dentro la taverna: l’ambivalenza tra il calore dell’incontro e il bisogno impellente di scappare, l’incombere del terrore.

(non ho letto il libro omonimo di John D Raudo, ma nei due capitoli disponibili in anteprima, benché debba concedere che Raudo non è uno scrittore, quella sensazione diventa quasi fisica)

E’ un periodo in cui mi sembra che molti critici compongano le loro playlist dietro un’attenzione maniacale per cosa racconti meglio il nostro tempo: come rendere il presente immediato senza appiattire la sua frammentazione? Tutta l’attenzione verso PC Music e accelerazionismo viene da là, e c’è qualcosa nascosto tra le pieghe dell’Italian Okkvult Psychedelia, dietro i suoi apparenti richiami temporali, che urla 2015 a gran voce. Dopo aver detto ai Marnero che la loro musica non è nuova, mi sono fatto un’altra idea: in nessun modo La Malora si può considerare un disco che spinga avanti un qualche progresso del rock pesante. Quello rimane, al di là di ogni dubbio, impantanato dieci anni fa. Fedeli a ciò che dicono, i Marnero operano uno scarto: non si spostano avanti, ma di lato. Fanno qualcosa che rappresenta una parentesi nella scena di cui fanno parte, ed esprimono qualcosa che non parla del 2015 più di quanto possa parlare del 1205 o del 2501. Prendono le musiche più grezze del mondo e ne gonfiano il respiro a dismisura. Fanno del punk un suono magniloquente, la colonna sonora di un nerissimo film di pirati (è in quella direzione che muovono gli arpeggi e i crescendo, più che verso il post-rock o verso gli Isis). Non si fanno mancare nulla, tra archi, fiati e un campionamento del tassista che va a Terni – evidente PLAGIO di un artista a noi caro.

Ci sono scariche di violenza, istanti di dolcezza, momenti che mi aprono il cuore e momenti che me lo strappano dal petto. C’è un paio di istanti che non riesco ad ascoltare senza alzarmi in piedi – e c’è La sparizione, capolavoro assoluto dell’album.

La Malora mi piace meno del Sopravvissuto. Si perde, rispetto a quel capolavoro, l’alchimia perfetta di brutalità e costruzioni catchy – quelle architetture di assonanze e rime baciate che trasformano il biascicare degli Slint in una filastrocca, in un uovo di Colombo. Quelle soluzioni sono presenti nella Malora, ma il disco è talmente carico da renderle meno fluide. E lo stesso discorso si può applicare al concept: troppo simbolismo, troppe parole in maiuscolo; manca un po’ il modo in cui il naufragio esistenziale del Sopravvissuto si incollava alla vita di ognuno (anche se forse dovremmo piantarla di giudicare l’arte attraverso questo parametro). Per di più, la voce è un po’ soffocata nel mix, ed è difficile immergersi nell’ascolto tenendo costantemente d’occhio la dimensione narrativa.

Però pochi cazzi: i Marnero sono i Marnero, la loro capacità di scrittura non si trova da nessun’altra parte, ed è ormai caso più unico che raro che un disco mi ossessioni, mi venga a cercare nell’esatto momento in cui lo cerco, lo inseguo, ci entro dentro con la voglia di esplorarlo.

Ora che hanno esaurito la Trilogia del Fallimento, rimango in attesa della Trilogia del Successo. La classifica di The Quietus; I Marnero twittati da Saviano; Raudo sulla copertina di Pulp; Zerocalcare che lo intervista sul Venerdì di Repubblica discutendo della condizione dei Centri Sociali; un disco solista di nome Cum grano salis; e poi i Marnero trionfalmente a Sanremo che, nella serata delle cover, suonano Il Galeone con Lili Refrain alla voce.

La Malora esce per Sangue Dischi, Escape from Today, To Lose la Track, Shove e Fallo Dischi. Potete anche scaricarlo gratis.


 

 

 

Save0013
Sto scrivendo la recensione di “Bubblegum” a memoria, senza riascoltarlo, aspettando in un bar.
È la prima volta che mi capita.
“Bubblegum” mi ha fatto scoprire Mark Lanegan, o forse viceversa, il grunge e gli Screaming Trees e una bellissima pubblicazione sulla scena di Seattle mi hanno fatto scoprire Mark Lanegan e Mark Lanegan mi ha fatto scoprire “Bubblegum” e PJ Harvey.
Ma soprattutto “Bubblegum” mi ha fatto passare interi pomeriggi alle superiori sotto le coperte con le cuffie grandi a dimostrare che c’era una vita, a riassorbire tutte quelle ore buttate nel cesso da quando mi dovevo svegliare alle 7 del mattino con il cagotto e aspettare il pullman per arrivare a scuola con la diarrea, far passare 6 ore e ritornare a casa a dormire.
Alla fine è tutto quello che volevo dire di “Bubblegum”, perché tutto il resto che mi ricordo è il ritornello di “Hit the city”, il riff martellante di “Methamphetamine Blues” e la depressivissima intro di basso di “When your number isn’t up”.
Un disco bello nero, per sprofondare nel sonno.


Sarà un capitolo leggermente atipico di “Quella morte che vive dentro te“, dedicato al disco di The Night Skinny “Zero kills”, uscito esattamente l’11 Novembre scorso. No, non lo sapevamo, ma la Deadly Combination ci esalta un sacco, considerando anche il fatto che è il compleanno di Giulia Conch e della mamma di uno di noi, soggetto di svariate canzoncine.

Un disco molto bello e passato un po’ in sordina, se non per il documentario targato RedBull (per qualche motivo che non mi interessa indagare, sembra sia nata una stretta commistione tra gli energy drink e la musica rap).

tns

Di H.P. Lovecraft ho letto solo “At the mountains of madness“, un racconto fantastico in tutti i sensi, è curioso come abbia ispirato ambiti musicali tra i più disparati e come io non sia mai riuscito a leggere altro nonostante sia una delle prime voci che cerco in ogni libreria.

Il primo pezzo del disco che solleva dei dubbi è “C’è nessuno”:

A un certo punto Madman, uno dei pochi nuovi nomi di rilievo, afferma nella sua cadenza trip hop:

Anche se adesso questa firma ci sta, questa tipa ci sta
Se non fossi sul palco beh diciamo forse chissà

Se non fosse famoso le tipe non ci starebbero? Oppure se non fosse costretto a stare sopra il palco potrebbe essere tra il pubblico a broccolare tranquillamente? Non è che i quindici minuti di celebrità ci stanno rovinando la vita? Perché la cultura rinascimentale dei classici è stata spazzata via nel giro degli ultimi quindici anni?

Nell’ultimo pezzo, corredato da un video in cui spicca stupendamente il Chicoria, quel maialotto di Rocco Hunt tira fuori un discorso retrogrado/ggentista che neanche mia nonna, in cui l’unica cosa poco chiara è se il riferimento finale alla “dignità” sta ad indicare quella di chi canta (corsivo dell’autore):

io nun m fid chiù e nisciun pecche nun m convien’,
a gent te promett a lun, ropp te riman a peer,
io so fedel solament’ a chi ma rat o’ pan,
come fann e can ca so megl’ e certi cristian,
vuoi fà o model ngopp o web sei tutta spogliat,
si foss pat’t t’acciress e mazzat,
e non è che facc o ‘ruoss,
non vogl fà a moral,
ma pò sfiz’ e nu mi piac mann a dignità a puttan.

Che poi, a proposito di dignità, vogliamo parlare del fatto che la storia della modella, se si azzardasse a dirla un musulmano, scatenerebbe lo Scontro di Civiltà?

L’asticella della tamarraggine è stata invece alzata da Achille Lauro, nuovo lancio di Marracash su Roccia Music. In realtà mi sembra un personaggio interessantissimo, usa linguaggi talmente innovativi che non li capisco nemmeno io che sono nato solo 2 anni dopo di lui.

Cintura fica esco che sono un fico
a 200 sul brecciolino in 300 nello smartino

Ma cosa diavolo sta dicendo???

Infine, una delle perle migliori arriva da Dargen D’amico, geniale come sempre. A dire il vero si capisce fin troppo bene:

Io cerco di galleggiare in questa era nera in galleria
Senza finire in galera


AVVERTENZA: Questo articolo potrebbe risultarvi incomprensibile se non avete familiarità con la serie TV “Boris”. D’altra parte, se non avete familiarità con la serie TV “Boris”, questo articolo è l’ultimo dei vostri problemi. 

Mi sento parte di un’intellettualità del Paese e nel Paese, che vuole cambiarlo, questo benedetto Paese, e che ambisce a una società più giusta e più uguale. 

(da un’intervista fatta da Barbara Santi a Pierpaolo Capovilla in occasione del suo album solista)

Ho aspettato con interesse il nuovo album del Teatro degli Orrori, con la chiara impressione che il gruppo avesse raddrizzato la schiena, abbassato la testa sugli strumenti, dato un taglio alle stronzate, provato a invertire la rotta che, dallo scorso album, li voleva vittima di se stessi. Una cosa che non accade sempre, ma accade, e quindi tanto vale sperarci. La realtà è che, per quanto impegno abbiano profuso, i nostri hanno fatto una specie di Medical Dimension del rock italiano, con Capovilla nella parte di Stanis LaRochelle.

Il problema vero è che non è colpa del Teatro. Il disco nuovo – “ITDO” – suona davvero come un tentativo di purificarsi. Il gruppo ha fatto sul serio, ci ha messo dentro un sacco di intensità, ha lavorato i pezzi allo spasimo e si capisce (si capisce anche troppo, forse). I due nuovi inserti alla chitarra e al synth non sono gratuiti, le canzoni di Favero e soci hanno cercato di riprendere in mano l’aggressività del primo disco ricamandoci sopra una verve quasi progressiva. E in effetti, negli episodi migliori (come il singolo Lavorare stanca, La Paura, o Una donna) la posta in gioco è la possibilità di ascoltare dei bei pezzi rock, a patto di fare lo slalom dentro l’onnipresenza di Capovilla. Nei momenti più deboli, il disco collassa su se stesso: troppo, troppo arrangiamento, per pagare il pedaggio a una teatralità fastidiosa; musica che non riesce a respirare in mezzo alla logorrea della voce; parentesi RUOCK opinabilissime.

È che ITDO soffre di, ehm, un difetto strutturale. Andiamo per ordine.

La seconda metà degli anni Novanta, in Italia, ha divaricato sempre di più la voragine tra il nostro rock alternativo, le cui velleità autoriali diventavano sempre più presuntuose, e un underground che si agitava nell’ombra e tirava fuori roba incredibile. Gli anni 2000 sono stati in gran parte un tentativo di colmare quella voragine. Una gara a riempire lo spazio lasciato dai vari Marlene e Afterhours che si esibivano nei teatri e sbarcavano “provocatoriamente” a Sanremo. Se la mia interpretazione è corretta, “Dell’Impero delle Tenebre”, esordio del Teatro, è stato una delle arieti di sfondamento. Un disco e un gruppo che si facevano carico dell’eredità simbolica di un sacco di musica marginalizzata per anni – Favero che lavorava con gli Zu, le suggestioni del noise rock, i legami con la scena hardcore – e cercavano di tirarci fuori un disco rock “alternativo”, pronto a giocare nello stesso campionato autoriale dei nostri scorreggioni del “rock italiano”.

Una battaglia vinta, perché anche se qualcuno storceva il naso riguardo al divario tra la t-shirt dei Neurosis di Favero e quello che si sentiva nella musica, di fatto quel disco suonava come un ritorno credibilissimo a una musica schietta e viscerale che potesse arrivare al grande pubblico. Non è un caso che il disco sia uscito sulla Tempesta – un’etichetta in una posizione strutturale “ibrida”, che rappresentava, in quel momento, esattamente l’arrembaggio di un pezzo di underground nel mainstream alternativo italiano, riunendo un consenso che andava dagli Uochi Toki ai Tre Allegri Ragazzi Morti passando per gli Aucan (ce l’avrebbero fatta, e l’indie sarebbe diventato in pochissimi anni il nuovo “rock alternativo”). Certo, le pose cantautoriali di Capovilla, le citazioni infilate a cazzo nei pezzi, le ambizioni ci stavano già. Forse l’entusiasmo le metteva un po’ a tacere; forse all’esordio davano quella spezia in più.

Poi il Teatro quelle ambizioni le ha espanse, si è voluto un gruppo rock di qualità, dei profeti politici, una sorta di nome di riferimento. Nel mentre sono riusciti a farsi odiare da metà del loro pubblico con la gestione dittatoriale della formazione, la paranoia contro i giudizi degli ascoltatori, le voglie sconfinate, la necessità d’infinito. Bene, nel nuovo disco sembrano aver capovolto la strategia: la teatralità, le ambizioni e il cantautorato ci sono ancora, ma il gruppo ha un po’ scommesso sul riabbraccio di quella scintilla underground di cui si dichiarava portatore: musica più nervosa, endorsement a gruppi indipendenti, persino il grandissimo coraggio di portarsi gli Storm{o} in tour e salire sul palco dopo di loro.

Però è successo un po’ quello che accade agli epici inizi di Medical Dimension, quando Ferretti chiama sul set, come consulente, il Roberto Saviano della sanità italiana. E quello è schifato dalla pulizia dell’ospedale rappresentato nel set. Gli ospedali non sono così! Gli ospedali sono delle fogne, sporchi, malandati, col personale che fuma, le urla di dolore. Medical Dimension può farlo: ha un nuovo linguaggio, ha la qualità, può raccontare lo schifo della sanità italiana! Sì, è così, ma… è comunque una serie da prima serata, e non si può mettere ansia agli spettatori.

ITDO è così: cerca di fare coesistere le asperità underground con le ambizioni di un disco rock ben arrangiato, con la vocazione teatrale, con il cantautorato. Alla fine è un massacro: pezzi tamarri, arabeschi inutili, lungaggini, moralismo intellettuale travestito da carica politica – e Capovilla, tantissimo Capovilla. E’ un disco che cerca di tenere il piede in un sacco di staffe, un ibrido strutturale uscito in un momento storico meno favorevole che “Dell’Impero delle Tenebre”. Un animale che ha lo zoccolo spaccato e non rumina.

Ecco, è un bel disco riuscito male.

Il_Teatro_degli_Orrori_cover
(Che poi secondo me Capovilla è genuino, e ci crede tantissimo, e ai pezzi ci lavora con attenzione, dice cose sacrosante e a volte emoziona pure. Ma come fa, gesù cristo, come fa a non capire che quando canta all’ascoltatore non rimane in testa la sporcizia di Finmeccanica, la dignità delle profughe, il dominio maschile, l’arrivismo della finanza – bensì lui, la sua arroganza di attore che crede di impersonare un caleidoscopio di figure e invece impersona solo il proprio ego?)


Del nuovo album dei Battles, “La Di Da Di”, avrete letto ovunque. Da parte mia, posso dire che si tratta di una graditissima sorpresa. Dopo il modestissimo math-rock da camioncino dei gelati di “Gloss Drop” non avrei scommesso un centesimo sul futuro del gruppo, e in effetti qualche mese fa ero entrato sulla loro pagina Facebook per accertarmi che fossero morti. Di solito, un secondo disco scarso non è seguito da un terzo disco ottimo. Non voglio dire che La Di Da Di suoni come “London Calling” dopo “Give ‘em enough rope” (che per me è comunque bellissimo), ma si tratta in ogni caso di un esemplare raddrizzamento della schiena da parte di una band apparentemente col pilota automatico inserito. I Battles hanno ridotto lo humour scemo, hanno eliminato le voci, hanno chinato la testa sugli strumenti e fatto venire fuori un disco dannatamente compatto. Si tratta di un lavoro così… manufatto, così tarato su un’idea d’altri tempi di cura del suono e attenzione per i dettagli, che ogni tanto mi dà anche una sensazione deprimente: quello di una specie di musica da yuppies (di prog rock da yuppies: tipo versione aggiornata al capitalismo accelerazionista delle canzoni di Peter Gabriel dei primi anni Ottanta col rullante iper-riverberato). O anche: mentre una frangia di musicisti si preoccupa maniacalmente di riflettere su una specie di muzak da tardo-capitalismo, una musica scema che rifletta il luccichio dell’era di internet e cazzi e mazzi, i Battles sembrano la versione non-concettuale, proprio involontaria, di quella stessa estetica. Ma comunque.

In realtà non voglio parlare del disco nuovo, ma di una cosa che probabilmente quasi tutti hanno seppellito nella propria memoria insieme alla sbornia collettiva per le vocine di Tyondai Braxton nel primo disco dei Battles.

Io “Mirrored” l’ho adorato, ma proprio non mi va di riascoltarlo, e credo sia colpa di quelle vocine. Come anche il disco solista di Tyondai uscito poco dopo: ascoltato, riascoltato, ascoltato ancora. Non mi ricordo una nota. (ne è uscito uno anche nel 2015; non l’ho ascoltato). Ai tempi di “Mirrored”, l’overdose da elio di Braxton sembrava una via credibilissima all’uso-della-voce-come-strumento, e anche una scappatoia necessaria all’implosione del math rock nella propria stessa seriosità mascherata da scherzo – i titoli cretini negli ultimi brani dei Don Caballero; i testi di “What burns never returns”; tutto quello spirito cialtrone che in qualche modo è sopravvissuto nella scelta del vestiario da parte di Ian Williams, come si può ammirare in questo breve documentario:

Insomma, quell’idea di voce è invecchiata male. Come, probabilmente, invecchierà male l’intero concept dei Battles. Ma ho la sensazione che almeno riguardo alla voce loro se ne fossero accorti per tempo. Lo si può notare in quello che è l’ultimo brano pubblicato dai Battles insieme a Braxton, The Line. Cronache dei live di quel periodo conservano brandelli di ciò che il futuro dei Battles poteva essere se Tyondai fosse rimasto con loro: un uso più maturo della voce, che non ripudiasse il cantato-cantato. Atmosfere più dreamy accanto al solito tetris di suonini che i quattro erano soliti incastrare. Non saprei dire se The Line fosse l’ipotesi del futuro suono standard di quei Battles che non sono mai esistiti; si tratta di roba che allo stesso tempo ha molto di più e molto di meno di ciò che il gruppo ha mostrato nel resto della sua produzione. Una linea vocale bellissima, allo stesso tempo infantile e progressive. Un montare sempre percussivo ma molto più semplice del solito, proprio apertamente funk-punk in qualche tratto. Un finale che proprio sembra post-punk britannico. (tra l’altro tutto questo stava, inspiegabilmente, dentro la colonna sonora di Twilight).

Forse l’anomalia di The Line sta proprio a raccontare che il giocattolo tra Battles e Tyondai si era già rotto. Se prendiamo la canzone come sintomatica, è abbastanza improbabile che la successiva evoluzione della band avrebbe portato a “La Di Da Di”, il che magari sarebbe stato un male. Io però ho questo desiderio insensato di sapere come sarebbe stato un nuovo del gruppo lungo queste coordinate. The Line mi affascina proprio come futuro irrealizzato, ipotesi che non ha manco più senso formulare. Credo che scavando nella musica si possano trovare innumerevoli esempi di questa cosa – in sé un passatempo da nerd particolarmente depressivo. Anzi, ora ci faccio una categoria del blog e lancio l’esca: se qualcuno vuole parlare dell’abortita svolta post-core dei Sottopressione prima dello scioglimento mi faccia un fischio. Io ho già un’ideona per il prossimo episodio.