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Gennaio (per il coinquilino fratello d’Italia della stanza accanto):

Febbraio (anche):

Marzo (link):

Aprile (I break mirrors with my face in the panchine):

Maggio (“Il potere non indietreggia mai“):

Giugno (“link“):

Luglio (“Non è questo il ppobblema”):

Agosto (moglie mia non ti conosco):

Settembre (mangiamento di coglioni per non essere andato a sentirli):

Ottobre (due mesi dopo):

Novembre (visti il 13 novembre):

Dicembre (combo / tredicesima):

Capodanno:

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Un pendolo batte quattro rintocchi, poi perde un colpo, c’è una frazione d’istante di silenzio,e poi un rovesciarsi disumano.

In quella frazione d’istante, dal 2013 a oggi, i Marnero sono diventati il miglior gruppo rock italiano. Ci hanno traghettati da nessuna parte, ognuno per sé, e più di un Sopravvissuto si è lamentato di non riuscire a vedere nessuno spiraglio dentro quell’individualismo letteralmente disperato, nessuno spazio per il noi. Così, a questa nuova tappa, i Marnero hanno fatto incontrare i Sopravvissuti. Ciascuno dei personaggi della Malora è diversissimo, ma sono tutti il protagonista dello scorso album. Il punto d’incontro è la terraferma, che non è ferma per un cazzo. E’ una taverna alla fine dei mondi: un luogo di riparo, allo stesso tempo, un luogo da cui fuggire a gambe levate, un luogo che fugge a gambe levate. La sensazione centrale che mi dà questo disco sta proprio dentro la taverna: l’ambivalenza tra il calore dell’incontro e il bisogno impellente di scappare, l’incombere del terrore.

(non ho letto il libro omonimo di John D Raudo, ma nei due capitoli disponibili in anteprima, benché debba concedere che Raudo non è uno scrittore, quella sensazione diventa quasi fisica)

E’ un periodo in cui mi sembra che molti critici compongano le loro playlist dietro un’attenzione maniacale per cosa racconti meglio il nostro tempo: come rendere il presente immediato senza appiattire la sua frammentazione? Tutta l’attenzione verso PC Music e accelerazionismo viene da là, e c’è qualcosa nascosto tra le pieghe dell’Italian Okkvult Psychedelia, dietro i suoi apparenti richiami temporali, che urla 2015 a gran voce. Dopo aver detto ai Marnero che la loro musica non è nuova, mi sono fatto un’altra idea: in nessun modo La Malora si può considerare un disco che spinga avanti un qualche progresso del rock pesante. Quello rimane, al di là di ogni dubbio, impantanato dieci anni fa. Fedeli a ciò che dicono, i Marnero operano uno scarto: non si spostano avanti, ma di lato. Fanno qualcosa che rappresenta una parentesi nella scena di cui fanno parte, ed esprimono qualcosa che non parla del 2015 più di quanto possa parlare del 1205 o del 2501. Prendono le musiche più grezze del mondo e ne gonfiano il respiro a dismisura. Fanno del punk un suono magniloquente, la colonna sonora di un nerissimo film di pirati (è in quella direzione che muovono gli arpeggi e i crescendo, più che verso il post-rock o verso gli Isis). Non si fanno mancare nulla, tra archi, fiati e un campionamento del tassista che va a Terni – evidente PLAGIO di un artista a noi caro.

Ci sono scariche di violenza, istanti di dolcezza, momenti che mi aprono il cuore e momenti che me lo strappano dal petto. C’è un paio di istanti che non riesco ad ascoltare senza alzarmi in piedi – e c’è La sparizione, capolavoro assoluto dell’album.

La Malora mi piace meno del Sopravvissuto. Si perde, rispetto a quel capolavoro, l’alchimia perfetta di brutalità e costruzioni catchy – quelle architetture di assonanze e rime baciate che trasformano il biascicare degli Slint in una filastrocca, in un uovo di Colombo. Quelle soluzioni sono presenti nella Malora, ma il disco è talmente carico da renderle meno fluide. E lo stesso discorso si può applicare al concept: troppo simbolismo, troppe parole in maiuscolo; manca un po’ il modo in cui il naufragio esistenziale del Sopravvissuto si incollava alla vita di ognuno (anche se forse dovremmo piantarla di giudicare l’arte attraverso questo parametro). Per di più, la voce è un po’ soffocata nel mix, ed è difficile immergersi nell’ascolto tenendo costantemente d’occhio la dimensione narrativa.

Però pochi cazzi: i Marnero sono i Marnero, la loro capacità di scrittura non si trova da nessun’altra parte, ed è ormai caso più unico che raro che un disco mi ossessioni, mi venga a cercare nell’esatto momento in cui lo cerco, lo inseguo, ci entro dentro con la voglia di esplorarlo.

Ora che hanno esaurito la Trilogia del Fallimento, rimango in attesa della Trilogia del Successo. La classifica di The Quietus; I Marnero twittati da Saviano; Raudo sulla copertina di Pulp; Zerocalcare che lo intervista sul Venerdì di Repubblica discutendo della condizione dei Centri Sociali; un disco solista di nome Cum grano salis; e poi i Marnero trionfalmente a Sanremo che, nella serata delle cover, suonano Il Galeone con Lili Refrain alla voce.

La Malora esce per Sangue Dischi, Escape from Today, To Lose la Track, Shove e Fallo Dischi. Potete anche scaricarlo gratis.


 

 

 

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Sto scrivendo la recensione di “Bubblegum” a memoria, senza riascoltarlo, aspettando in un bar.
È la prima volta che mi capita.
“Bubblegum” mi ha fatto scoprire Mark Lanegan, o forse viceversa, il grunge e gli Screaming Trees e una bellissima pubblicazione sulla scena di Seattle mi hanno fatto scoprire Mark Lanegan e Mark Lanegan mi ha fatto scoprire “Bubblegum” e PJ Harvey.
Ma soprattutto “Bubblegum” mi ha fatto passare interi pomeriggi alle superiori sotto le coperte con le cuffie grandi a dimostrare che c’era una vita, a riassorbire tutte quelle ore buttate nel cesso da quando mi dovevo svegliare alle 7 del mattino con il cagotto e aspettare il pullman per arrivare a scuola con la diarrea, far passare 6 ore e ritornare a casa a dormire.
Alla fine è tutto quello che volevo dire di “Bubblegum”, perché tutto il resto che mi ricordo è il ritornello di “Hit the city”, il riff martellante di “Methamphetamine Blues” e la depressivissima intro di basso di “When your number isn’t up”.
Un disco bello nero, per sprofondare nel sonno.


Sarà un capitolo leggermente atipico di “Quella morte che vive dentro te“, dedicato al disco di The Night Skinny “Zero kills”, uscito esattamente l’11 Novembre scorso. No, non lo sapevamo, ma la Deadly Combination ci esalta un sacco, considerando anche il fatto che è il compleanno di Giulia Conch e della mamma di uno di noi, soggetto di svariate canzoncine.

Un disco molto bello e passato un po’ in sordina, se non per il documentario targato RedBull (per qualche motivo che non mi interessa indagare, sembra sia nata una stretta commistione tra gli energy drink e la musica rap).

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Di H.P. Lovecraft ho letto solo “At the mountains of madness“, un racconto fantastico in tutti i sensi, è curioso come abbia ispirato ambiti musicali tra i più disparati e come io non sia mai riuscito a leggere altro nonostante sia una delle prime voci che cerco in ogni libreria.

Il primo pezzo del disco che solleva dei dubbi è “C’è nessuno”:

A un certo punto Madman, uno dei pochi nuovi nomi di rilievo, afferma nella sua cadenza trip hop:

Anche se adesso questa firma ci sta, questa tipa ci sta
Se non fossi sul palco beh diciamo forse chissà

Se non fosse famoso le tipe non ci starebbero? Oppure se non fosse costretto a stare sopra il palco potrebbe essere tra il pubblico a broccolare tranquillamente? Non è che i quindici minuti di celebrità ci stanno rovinando la vita? Perché la cultura rinascimentale dei classici è stata spazzata via nel giro degli ultimi quindici anni?

Nell’ultimo pezzo, corredato da un video in cui spicca stupendamente il Chicoria, quel maialotto di Rocco Hunt tira fuori un discorso retrogrado/ggentista che neanche mia nonna, in cui l’unica cosa poco chiara è se il riferimento finale alla “dignità” sta ad indicare quella di chi canta (corsivo dell’autore):

io nun m fid chiù e nisciun pecche nun m convien’,
a gent te promett a lun, ropp te riman a peer,
io so fedel solament’ a chi ma rat o’ pan,
come fann e can ca so megl’ e certi cristian,
vuoi fà o model ngopp o web sei tutta spogliat,
si foss pat’t t’acciress e mazzat,
e non è che facc o ‘ruoss,
non vogl fà a moral,
ma pò sfiz’ e nu mi piac mann a dignità a puttan.

Che poi, a proposito di dignità, vogliamo parlare del fatto che la storia della modella, se si azzardasse a dirla un musulmano, scatenerebbe lo Scontro di Civiltà?

L’asticella della tamarraggine è stata invece alzata da Achille Lauro, nuovo lancio di Marracash su Roccia Music. In realtà mi sembra un personaggio interessantissimo, usa linguaggi talmente innovativi che non li capisco nemmeno io che sono nato solo 2 anni dopo di lui.

Cintura fica esco che sono un fico
a 200 sul brecciolino in 300 nello smartino

Ma cosa diavolo sta dicendo???

Infine, una delle perle migliori arriva da Dargen D’amico, geniale come sempre. A dire il vero si capisce fin troppo bene:

Io cerco di galleggiare in questa era nera in galleria
Senza finire in galera


AVVERTENZA: Questo articolo potrebbe risultarvi incomprensibile se non avete familiarità con la serie TV “Boris”. D’altra parte, se non avete familiarità con la serie TV “Boris”, questo articolo è l’ultimo dei vostri problemi. 

Mi sento parte di un’intellettualità del Paese e nel Paese, che vuole cambiarlo, questo benedetto Paese, e che ambisce a una società più giusta e più uguale. 

(da un’intervista fatta da Barbara Santi a Pierpaolo Capovilla in occasione del suo album solista)

Ho aspettato con interesse il nuovo album del Teatro degli Orrori, con la chiara impressione che il gruppo avesse raddrizzato la schiena, abbassato la testa sugli strumenti, dato un taglio alle stronzate, provato a invertire la rotta che, dallo scorso album, li voleva vittima di se stessi. Una cosa che non accade sempre, ma accade, e quindi tanto vale sperarci. La realtà è che, per quanto impegno abbiano profuso, i nostri hanno fatto una specie di Medical Dimension del rock italiano, con Capovilla nella parte di Stanis LaRochelle.

Il problema vero è che non è colpa del Teatro. Il disco nuovo – “ITDO” – suona davvero come un tentativo di purificarsi. Il gruppo ha fatto sul serio, ci ha messo dentro un sacco di intensità, ha lavorato i pezzi allo spasimo e si capisce (si capisce anche troppo, forse). I due nuovi inserti alla chitarra e al synth non sono gratuiti, le canzoni di Favero e soci hanno cercato di riprendere in mano l’aggressività del primo disco ricamandoci sopra una verve quasi progressiva. E in effetti, negli episodi migliori (come il singolo Lavorare stanca, La Paura, o Una donna) la posta in gioco è la possibilità di ascoltare dei bei pezzi rock, a patto di fare lo slalom dentro l’onnipresenza di Capovilla. Nei momenti più deboli, il disco collassa su se stesso: troppo, troppo arrangiamento, per pagare il pedaggio a una teatralità fastidiosa; musica che non riesce a respirare in mezzo alla logorrea della voce; parentesi RUOCK opinabilissime.

È che ITDO soffre di, ehm, un difetto strutturale. Andiamo per ordine.

La seconda metà degli anni Novanta, in Italia, ha divaricato sempre di più la voragine tra il nostro rock alternativo, le cui velleità autoriali diventavano sempre più presuntuose, e un underground che si agitava nell’ombra e tirava fuori roba incredibile. Gli anni 2000 sono stati in gran parte un tentativo di colmare quella voragine. Una gara a riempire lo spazio lasciato dai vari Marlene e Afterhours che si esibivano nei teatri e sbarcavano “provocatoriamente” a Sanremo. Se la mia interpretazione è corretta, “Dell’Impero delle Tenebre”, esordio del Teatro, è stato una delle arieti di sfondamento. Un disco e un gruppo che si facevano carico dell’eredità simbolica di un sacco di musica marginalizzata per anni – Favero che lavorava con gli Zu, le suggestioni del noise rock, i legami con la scena hardcore – e cercavano di tirarci fuori un disco rock “alternativo”, pronto a giocare nello stesso campionato autoriale dei nostri scorreggioni del “rock italiano”.

Una battaglia vinta, perché anche se qualcuno storceva il naso riguardo al divario tra la t-shirt dei Neurosis di Favero e quello che si sentiva nella musica, di fatto quel disco suonava come un ritorno credibilissimo a una musica schietta e viscerale che potesse arrivare al grande pubblico. Non è un caso che il disco sia uscito sulla Tempesta – un’etichetta in una posizione strutturale “ibrida”, che rappresentava, in quel momento, esattamente l’arrembaggio di un pezzo di underground nel mainstream alternativo italiano, riunendo un consenso che andava dagli Uochi Toki ai Tre Allegri Ragazzi Morti passando per gli Aucan (ce l’avrebbero fatta, e l’indie sarebbe diventato in pochissimi anni il nuovo “rock alternativo”). Certo, le pose cantautoriali di Capovilla, le citazioni infilate a cazzo nei pezzi, le ambizioni ci stavano già. Forse l’entusiasmo le metteva un po’ a tacere; forse all’esordio davano quella spezia in più.

Poi il Teatro quelle ambizioni le ha espanse, si è voluto un gruppo rock di qualità, dei profeti politici, una sorta di nome di riferimento. Nel mentre sono riusciti a farsi odiare da metà del loro pubblico con la gestione dittatoriale della formazione, la paranoia contro i giudizi degli ascoltatori, le voglie sconfinate, la necessità d’infinito. Bene, nel nuovo disco sembrano aver capovolto la strategia: la teatralità, le ambizioni e il cantautorato ci sono ancora, ma il gruppo ha un po’ scommesso sul riabbraccio di quella scintilla underground di cui si dichiarava portatore: musica più nervosa, endorsement a gruppi indipendenti, persino il grandissimo coraggio di portarsi gli Storm{o} in tour e salire sul palco dopo di loro.

Però è successo un po’ quello che accade agli epici inizi di Medical Dimension, quando Ferretti chiama sul set, come consulente, il Roberto Saviano della sanità italiana. E quello è schifato dalla pulizia dell’ospedale rappresentato nel set. Gli ospedali non sono così! Gli ospedali sono delle fogne, sporchi, malandati, col personale che fuma, le urla di dolore. Medical Dimension può farlo: ha un nuovo linguaggio, ha la qualità, può raccontare lo schifo della sanità italiana! Sì, è così, ma… è comunque una serie da prima serata, e non si può mettere ansia agli spettatori.

ITDO è così: cerca di fare coesistere le asperità underground con le ambizioni di un disco rock ben arrangiato, con la vocazione teatrale, con il cantautorato. Alla fine è un massacro: pezzi tamarri, arabeschi inutili, lungaggini, moralismo intellettuale travestito da carica politica – e Capovilla, tantissimo Capovilla. E’ un disco che cerca di tenere il piede in un sacco di staffe, un ibrido strutturale uscito in un momento storico meno favorevole che “Dell’Impero delle Tenebre”. Un animale che ha lo zoccolo spaccato e non rumina.

Ecco, è un bel disco riuscito male.

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(Che poi secondo me Capovilla è genuino, e ci crede tantissimo, e ai pezzi ci lavora con attenzione, dice cose sacrosante e a volte emoziona pure. Ma come fa, gesù cristo, come fa a non capire che quando canta all’ascoltatore non rimane in testa la sporcizia di Finmeccanica, la dignità delle profughe, il dominio maschile, l’arrivismo della finanza – bensì lui, la sua arroganza di attore che crede di impersonare un caleidoscopio di figure e invece impersona solo il proprio ego?)


Del nuovo album dei Battles, “La Di Da Di”, avrete letto ovunque. Da parte mia, posso dire che si tratta di una graditissima sorpresa. Dopo il modestissimo math-rock da camioncino dei gelati di “Gloss Drop” non avrei scommesso un centesimo sul futuro del gruppo, e in effetti qualche mese fa ero entrato sulla loro pagina Facebook per accertarmi che fossero morti. Di solito, un secondo disco scarso non è seguito da un terzo disco ottimo. Non voglio dire che La Di Da Di suoni come “London Calling” dopo “Give ‘em enough rope” (che per me è comunque bellissimo), ma si tratta in ogni caso di un esemplare raddrizzamento della schiena da parte di una band apparentemente col pilota automatico inserito. I Battles hanno ridotto lo humour scemo, hanno eliminato le voci, hanno chinato la testa sugli strumenti e fatto venire fuori un disco dannatamente compatto. Si tratta di un lavoro così… manufatto, così tarato su un’idea d’altri tempi di cura del suono e attenzione per i dettagli, che ogni tanto mi dà anche una sensazione deprimente: quello di una specie di musica da yuppies (di prog rock da yuppies: tipo versione aggiornata al capitalismo accelerazionista delle canzoni di Peter Gabriel dei primi anni Ottanta col rullante iper-riverberato). O anche: mentre una frangia di musicisti si preoccupa maniacalmente di riflettere su una specie di muzak da tardo-capitalismo, una musica scema che rifletta il luccichio dell’era di internet e cazzi e mazzi, i Battles sembrano la versione non-concettuale, proprio involontaria, di quella stessa estetica. Ma comunque.

In realtà non voglio parlare del disco nuovo, ma di una cosa che probabilmente quasi tutti hanno seppellito nella propria memoria insieme alla sbornia collettiva per le vocine di Tyondai Braxton nel primo disco dei Battles.

Io “Mirrored” l’ho adorato, ma proprio non mi va di riascoltarlo, e credo sia colpa di quelle vocine. Come anche il disco solista di Tyondai uscito poco dopo: ascoltato, riascoltato, ascoltato ancora. Non mi ricordo una nota. (ne è uscito uno anche nel 2015; non l’ho ascoltato). Ai tempi di “Mirrored”, l’overdose da elio di Braxton sembrava una via credibilissima all’uso-della-voce-come-strumento, e anche una scappatoia necessaria all’implosione del math rock nella propria stessa seriosità mascherata da scherzo – i titoli cretini negli ultimi brani dei Don Caballero; i testi di “What burns never returns”; tutto quello spirito cialtrone che in qualche modo è sopravvissuto nella scelta del vestiario da parte di Ian Williams, come si può ammirare in questo breve documentario:

Insomma, quell’idea di voce è invecchiata male. Come, probabilmente, invecchierà male l’intero concept dei Battles. Ma ho la sensazione che almeno riguardo alla voce loro se ne fossero accorti per tempo. Lo si può notare in quello che è l’ultimo brano pubblicato dai Battles insieme a Braxton, The Line. Cronache dei live di quel periodo conservano brandelli di ciò che il futuro dei Battles poteva essere se Tyondai fosse rimasto con loro: un uso più maturo della voce, che non ripudiasse il cantato-cantato. Atmosfere più dreamy accanto al solito tetris di suonini che i quattro erano soliti incastrare. Non saprei dire se The Line fosse l’ipotesi del futuro suono standard di quei Battles che non sono mai esistiti; si tratta di roba che allo stesso tempo ha molto di più e molto di meno di ciò che il gruppo ha mostrato nel resto della sua produzione. Una linea vocale bellissima, allo stesso tempo infantile e progressive. Un montare sempre percussivo ma molto più semplice del solito, proprio apertamente funk-punk in qualche tratto. Un finale che proprio sembra post-punk britannico. (tra l’altro tutto questo stava, inspiegabilmente, dentro la colonna sonora di Twilight).

Forse l’anomalia di The Line sta proprio a raccontare che il giocattolo tra Battles e Tyondai si era già rotto. Se prendiamo la canzone come sintomatica, è abbastanza improbabile che la successiva evoluzione della band avrebbe portato a “La Di Da Di”, il che magari sarebbe stato un male. Io però ho questo desiderio insensato di sapere come sarebbe stato un nuovo del gruppo lungo queste coordinate. The Line mi affascina proprio come futuro irrealizzato, ipotesi che non ha manco più senso formulare. Credo che scavando nella musica si possano trovare innumerevoli esempi di questa cosa – in sé un passatempo da nerd particolarmente depressivo. Anzi, ora ci faccio una categoria del blog e lancio l’esca: se qualcuno vuole parlare dell’abortita svolta post-core dei Sottopressione prima dello scioglimento mi faccia un fischio. Io ho già un’ideona per il prossimo episodio.


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Turi Messineo è un ragazzo di Palermo visceralmente coinvolto nella scena hardcore, che a un certo punto si è preso due anni di vita e li ha impiegati nell’impresa di raccontare l’underground italiano. Ha registrato tipo 80 interviste – una mole di dati che schiaccia tranquillamente un sacco di libri accademici – ed esplorato gli anfratti di una definizione alquanto trasversale di underground, tenendo traccia di volantini, dischi, studi di registrazione, laboratori di tatuaggi, centri sociali, serigrafie. Ha incrociato questa polifonia di storie con la sua storia personale – uno sguardo, appunto, sull’Italia sotterranea – e ne ha tirato fuori un libro di 500 pagine e un DVD. Il DVD l’ho lasciato in Italia, quindi vi parlo del libro.

Black Hole ha tutti i pregi e i difetti di un’opera simile – fieramente underground essa stessa, indipendente nella visione, e scritta da un insider orgoglioso di esserlo. C’è dentro una vagonata di entusiasmo, il rifiuto di qualsivoglia distacco: leggendo, ho provato un’ammirazione che sconfinava nell’invidia verso questo mio coetaneo che ha vissuto così tante avventure in giro per l’Europa, stretto mille amicizie, incontrato esperienze diverse e analoghe alla sua (tra l’altro è di Palermo; io sono siciliano, e delle storie sull’isola che Turi racconta non sapevo una ceppa). Per quanto la narrazione sia spesso in prima persona, e coinvolga un sacco di riflessioni soggettive, Turi fa parlare un sacco i protagonisti: lunghissimi stralci di interviste costituiscono il grosso del libro, con Turi che cuce i pezzi, a volte li interpreta, fornisce contesti “enciclopedici” per questo genere musicale o quella pratica culturale. Le voci dei protagonisti rendono Black Hole allo stesso tempo personale e corale; è come se Turi sospendesse il giudizio sulle cose che gli raccontano, e non le filtrasse minimamente nel passaggio dall’intervistato al lettore. Nella messe di libri che celebrano il punk italiano, è uno dei pochissimi a raccontarne il presente.

Soprattutto, Black Hole non si esaurisce nel punk, ma si sforza di trovare un tessuto connettivo fra forme di underground anche lontanissime: i contesti correlati del vegetarianesimo, dei tatuaggi, degli spazi occupati; ma anche il rap, i graffiti, la breakdance. Nel passaggio tra il punk e il rap risiedono, in fin dei conti, l’interesse e l’ossatura del libro. Non è un caso se il suo epicentro sia il breve capitolo consacrato a Dee Mo, personaggio chiave di quella transizione, che racconta cose interessantissime (sarà forse per una sorta di profezia auto-avveratasi, ma gli intervistati che più volevo leggere sono anche quelli che hanno detto le cose più brillanti). Purtroppo, come lo stesso Turi confessa, la ricerca sull’hip hop (e il rap in particolare) è stata molto più difficile di quella sull’hardcore: il capitolo relativo finisce per essere molto più compilativo, e dà voce un numero comparativamente ristretto di personalità della scena rap.

In molti passaggi, Black Hole è scritto veramente male: sintassi contorta, passaggi a vuoto, lungaggini inutili. Si sente spesso la mancanza di una mano di editor che si abbatta impietosamente sul testo (e ne scorci un centinaio di pagine) – come in questo paragrafo, che nasconde un’esilarante svista nello sbobinare un intervistato:

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Per quanto Black Hole dia un’immagine sfaccettata dell’underground, numerose sue terminazioni non sono per nulla raccontate – il metal, le musiche d’avanguardia, ma anche forme di punk più sbilanciate verso il lato sperimentale/ “indie” (persino un’etichetta come To Lose la Track non compare); per tacere di realtà come il fumetto o il cinema. Non che questo sia, in sé, un difetto: sarebbe stato praticamente impossibile dare completezza a all’impresa “organica” di mappare un supposto mondo underground “unitario” in grado di contenere fenomeni così distanti fra loro.

Un’altra questione che non è un difetto imputabile all’autore, ma per me ha pesato molto, riguarda la pratica, già citata, del “sospendere il giudizio”. Devo confessare che, se ho comprato Black Hole, l’ho fatto per cercare un’analisi critica. Nella mia esperienza di lurker, se c’è una cosa che ho capito sull’underground è che si tratta di un terreno di conflitti. Il materiale che Turi espone sarebbe stato perfetto per raccontare questi conflitti, a partire dalla definizione di underground, così cangiante da un’intervista all’altra. Ognuna, in effetti, comincia con la personale definizione di underground dell’intervistato: un’idea letterale del sotterraneo come nicchia (sia essa “segreta”, o semplicemente piccola) la fa da padrona, e sta anche dietro alla felice metafora che Turi sceglie come titolo del libro. Sarebbe stato bello, però, collegare i fili e capire quali sono le incompatibilità in questo caleidoscopio, le linee di discontinuità tra Kappa di Ammonia records che racconta del video dei Vanilla Sky da una parte, e i ragazzi che organizzavano l’Anti MTV Day dall’altra. Chi è portatore di un discorso fuori tempo massimo? Come sono cambiate le condizioni di produzione sociale dell’underground, al di là delle solite lamentele sul “con Internet è tutto più facile e ai nostri tempi sì che eravamo fichi”? (quest’ultima è la vera, insopportabile piaga dell’underground non solo italiano). Dove si pone l’asticella dell’etica quando certe convenzioni invecchiano, e quando certe persone invecchiano?  Come si passa dal dogmatismo giovanile al “buon senso” non-strutturato dell’età adulta?

Esempio patente è il rapporto fra punk e rap di cui ho scritto sopra: posto che molte personalità e risorse sono passate, fra gli anni Ottanta e i Novanta, da una scena all’altra, qual è stata la dinamica del cambiamento, quali i traumi? E come si è evoluta la dinamica in questione, una volta lasciatisi alle spalle il fenomeno (tutto sommato accettabilissimo esteticamente anche dai punx) delle posse e si è passati al rap “da muretto”? Come è cambiato il discorso sull’underground nel mentre? Alcune risposte emergono dalle pieghe del testo, accennate dai protagonisti (su punk e rap, sono appunto inestimabili – ma troppo poco sviscerate – certe veloci osservazioni di Dee Mo stesso). Però mi sarebbe piaciuto che Turi vi entrasse nel merito, articolasse un dibattito, invece che preferire (peraltro ragionevolmente; posso capirlo) una semplice tensione narrativa tra il racconto corale e una soggettività mai polemica, ma piuttosto emotiva.

Black Hole esce per Eris Edizioni, e potete ordinarlo qui.